Louis Vuitton (ri)copia Le Coperte Del Popolo Basotho E I Sudafricani Non Le Mandano A Dire

di Gaylor Mangumbu & Johanne Affricot - Pubblicato il 31/07/2017

Il vero casino è iniziato tutto in Sudafrica. Nel paese di Mandela, con un passato pesante come quello dell’apartheid, certe cose non vengono prese alla leggera.

La leggerezza in questione (se proprio vogliamo definirla leggerezza) è quella commessa dal team creativo del marchio francese Louis Vuitton, la sezione capitanata dal britannico Kim Jones.

Già nella collezione uomo A/I 2012, Louis Vuitton era stato criticato dai sudafricani per aver trasformato un pezzo che ha una forte valenza culturale per i Mosotho (gruppo etnico i cui antenati vivono in Sudafrica dal V secolo) in un mero trend di moda.

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via Twitter @victordiamini

Il brand di lusso era stato ripreso per aver copiato per fini puramente commerciali, e senza in alcun modo coinvolgere i diretti interessati se non solamente citandoli, questo prodotto artigianale simbolo “che ha assunto una forte valenza culturale grazie a re Moshoeshoe I, fondatore della nazione Basotho. Visto lo status di eroe di cui gode tra la gente, tutti i Mosotho vogliono averne una. Agli inizi era un capo che veniva usato durante le cerimonie dai capi locali e dalle ricche famiglie del Lesotho. Non era accessibile come lo è oggi,” spiegò Chere Mongangane, co-fondatore di un collettivo di moda che punta a piazzare sulla mappa del fashion system locale i piccoli designer sudafricani.

Elle Vu lo propose nella sua collezione a prezzi da capogiro (intorno ai 2.300 € rispetto ai 70 € originali) ma senza mutarne i dettagli. Naturalmente con un giro d’affari non da poco.

Tra i primi ad aver alzato la voce ci fu la rinomata designer sudafricana Maria McCloy, che tuonò: “Anche gli artisti africani sono artisti e creativi, anche noi abbiamo dei nomi. Queste creazioni non sono vuote, non possono venire tutti qui e appropriarsene come gli fa più comodo. Qui non si tratta di prendere ispirazione. Ci sentiamo semplicemente sfruttati, soprattutto culturalmente, e trattati senza nessun rispetto.”

Anche recentemente con un post instagram, ha scritto: “Come vi sentite che il Plaid Basotho di Louis Vuitton viene venduto a 2.000 $?”

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Maria McCloy (c) Melissa Russel via Norah Sofia

Più che un’ispirazione, una vera e propria appropriazione culturale a mani basse, che neanche questa volta è passata inosservata, soprattutto in Sudafrica, dove la camicia e la coperta in cashmere della collezione P/E 2017 “ricordano nei loro colori blu e giallo il tradizionale design Seanamarena, con una pannocchia gigante e una giraffa a fare da pattern dei pezzi. Inoltre entrambi i capi includono le strisce gialle orizzontali, che secondo tradizione indicano come dovrebbe essere indossato il plaid,” si legge.

Come qualche anno fa, i capi in pochissimo tempo sono andati sold out negli store del marchio parigino a Johannesburg e Capetown.

griot-mag-Louis Vuitton copia le coperte del popolo Basotho e i sudafricani non le mandano a dire“La parte più triste di tutta questa storia per me è che l’acquirente africano, nonostante si sia lamentato di questa scorrettezza, abbia preferito e abbia continuato ad acquistare la versione di Louis Vuitton piuttosto che sostenere i piccoli business che offrono già lo stesso prodotto,” racconta il designer locale Thabo Makheta.

Kim Jones è un creativo tra i più blasonati al mondo nella sfera del menswear luxury, come i colleghi Raf Simons o J.W. Anderson. È una persona molto eclettica e nella sua vita ha viaggiato moltissimo, specialmente in Africa. La sua famiglia ci si è trasferita quando lui aveva appena 4 anni. Conosce molto bene il continente – forse troppo da privilegiato – e in questi anni per lui è stato una grande fonte d’ispirazione. Lo si può vedere nelle sue collezioni, ma probabilmente è giunto il momento di cambiare approccio.
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È impossibile crescere a Roma senza interessarsi all'arte, allora che fai? Studi tutto quello che la mamma crede sia sbagliato per te: Accademia di Belle Arti prima, e Moda e Costume dopo, incastrando nel mezzo la passione per le sneaker, il cinema,la fotografia, la musica e il gelato al gusto di mango.

Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica, viaggi: vivrei solo di questo. Culture curator per missione, passione e professione, la curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto... potrei anche mordere.