We Famous | In Conversazione Con Chief Boima Dei Kondi Band

A quattro anni dall'uscita dell'acclamatissimo Salone, la band sierraleonese è tornata con un nuovo album, We Famous.

di Celine Angbeletchy - Pubblicato il 24/09/2021
Chief Boima. Photo by Taliesen Gilkes Bower

La Kondi Band c’è riuscita di nuovo. Abbattendo barriere musicali, sociali, geografiche e generazionali—anche durante una pandemia globale—Sorie Kondi, Chief Boima e Will LV sono tornati per regalarci le dieci irresistibili tracce del loro nuovo lavoro We Famous.

Registrato durante le tante tournée in Belgio, Spagna e Isole Canarie, e prodotto in remoto tra Los Angeles e Londra, il disco è un affascinante viaggio musicale, un’umile—e ben meritata—celebrazione della loro incredibile esperienza come individui e come band, e una riflessione sui tour e sull’internazionalizzazione della Kondi Band.

Kondi Band. Foto di Alexis Maryon

Il gruppo, che prende il nome dal kondi, lo strumento di Sorie, un piccolo pianoforte di 15 tasti fatto su misura, è sicuramente uno dei progetti più entusiasmanti della scena musicale globale e la loro storia è così affascinante, ricca di coincidenze e eventi fortuiti, che potrebbe benissimo essere la trama di un film.

Sorie Kondi è nato cieco a Freetown e la sua vita e carriera sono state segnate dalla guerra civile che ha colpito la Sierra Leone nel 1991. Puro genio musicale, Sorie registra il suo primo album nel 1998, ma durante il brutale assalto a Freetown, chiamato Operation No Living Thing, messa in atto dai ribelli il 6 gennaio 1999, la città viene bruciata e saccheggiata, e i master del suo album vanno perduti. Abbandonando l’idea di una carriera internazionale, Sorie inizia a viaggiare nei villaggi locali riuscendo a farsi un nome come musicista di strada. Ma ci vorranno altri otto anni prima che riesca a pubblicare il suo primo album, Without Money, No Family, grazie a un ingegnere del suono americano, Luke Wassermann, che per puro caso lo sente suonare il kondi nella città di Lungi, vicino all’aeroporto internazionale della Sierra Leone.

L’incredibile intensità ed espressività del modo di cantare e suonare di Sorie che aveva catturato l’orecchio di Wassermann in Lungi, catturano anche l’attenzione del producer e DJ Chief Boima, che imbattendosi nel video di Without Money, No Family su YouTube, decide di fare un remix della canzone.

Sorie Kondi. Foto di Dominique Fofanah

Il remix è un successo e quando inizia a circolare online, Sorie e Boima entrano in contatto per la prima volta tramite il manager di Sorie. Il dado è ormai tratto e, grazie a una campagna di crowdfunding, nel 2012 Sorie riesce finalmente a coronare il sogno di fare un tour internazionale. È proprio durante quelle cinque date in giro per gli Stati Uniti che vengono gettate le basi della band, e le loro jam improvvisate “on-the-road” diventano il seme per il loro acclamato album di debutto, Salone.

Produttore, DJ, scrittore e attivista culturale, Chief Boima è anche il caporedattore dell’influente blog Africa Is A Country e fondatore della piattaforma International Black. Inoltre dirige un programma radiofonico dallo stesso nome sulla radio di Giles Peterson Worldwide FM, in cui indaga la musica e la politica culturale del continente africano ed oltre, esplorando suoni regionali globali.

Will LV (del duo di produzione elettronica LV), che ha remixato e prodotto una delle canzoni di Salone, si è unito alla Kondi Band dopo il tour europeo del 2017. I due produttori si erano conosciuti tramite il coinquilino di Boima, il produttore berlinese Lamin Fofana, e quando le prime sessioni per il secondo album sono iniziate durante il tour, Will si è unito al team di produzione.

Dalla traccia di apertura We Famous, a Shake Your Tumba, al singolo She Doesn’t Love You con Mariama Jalloh, fino all’irresistible groove di It’s God’s World (So Do not Do Bad) con Sweatson Klank, il nuovo disco è una colorata gamma di reminiscenze elettroniche che accompagnano le armonie e lo straordinario timbro vocale di Sorie. Un album davvero eccezionale che mira ad arrivare il più lontano possibile, allargando il focus da East End Freetown, il quartiere di Sorie, e distruggendo barriere geografiche, sociali e linguistiche. Come Salone è stato per quattro anni fa, We Famous sicuramente rimarrà nelle nostre playlist per molto tempo.

Abbiamo incontrato Chief Boima in una piacevole conversazione Zoom per saperne di più sul nuovo album, sulla storia della band e sul processo creativo dietro il loro sound unico; ma anche per approfondire il percorso e il lavoro culturale di Chief Boima: da crescere da Sierraleonese-americano nel Midwest, a dedicarsi all’attivismo culturale, a creare International Black ed esplorare i suoni delle città di tutto il mondo per Africa Is A country Radio.

GRIOT: We Famous è uscito. Avete registrato questo album in un periodo di quattro anni e sembra che al tempo vivessimo in un mondo completamente diverso: è successo così tanto. Com’è stato scrivere e mettere insieme questo album rispetto a Salone?

Chief Boima: Beh, direi che per il primo album ci abbiamo messo dieci anni, quindi è stato molto più facile in questo senso. Salone è nato per capriccio. Era il 2011, il manager di Sorie mi ha chiamato quando ero appena tornato da Freetown e mi ha chiesto se volevo lavorare con lui. All’inizio abbiamo pensato: “Beh, cosa possiamo fare?”. Così abbiamo deciso di portarlo negli Stati Uniti perché voleva farlo da sempre. Sapeva che la sua musica stava circolando e così li ho aiutati a organizzare un piccolo tour. Poi, approfittando del fatto che era a casa mia per un mese, abbiamo registrato le sessioni iniziali di Salone. Dopodiché ho iniziato a pensare: “Ok, ho queste sessioni, come posso renderlo un progetto?” È stato un processo molto lento: parlare con le diverse etichette; parlare con amici; coinvolgere tutti i produttori collaboratori; imparare a mixare e a produrre, mentre mixavo e producevo l’album facendo sessioni in giro per il mondo da Londra, al Texas, a New York—vivevo in Brasile all’epoca. Quindi è stata un’esperienza molto più complessa e lenta, mentre questa è stata di più: “Abbiamo un nuovo progetto e vogliamo farlo uscire.” Era pronto un po’ di tempo fa, il covid lo ha rallentato, ma anche la distanza tra Will, il mio co-produttore a Londra, e me.

La traccia di apertura è un’affermazione forte ed è il titolo dell’album. Dimmi di più. Qual è lo spirito di We Famous? Quali sono i temi che approfondite?

Credici o no, Sorie ha un altro album chiamato We Famous, ma nella sua lingua locale, Loko, che è Thogolobea (il remix di Thogolobea era su Salone). Significa che hai un buon nome, la gente ti conosce, ti rispetta. In un certo senso illustra l’atteggiamento di Sorie nei confronti della sua carriera: ho un buon nome, la gente mi apprezza; e anche l’aver contattato me in primo luogo, tipo: “Ascolta, io ho un buon nome, devo uscire, approfittarne e fare un tour.”

La canzone di apertura ha ispirato il titolo, è una riflessione sul tour. Sorie ha iniziato a cantarla in inglese, inserendo i nostri nomi, dicendo: “Siamo tutti famosi. Siamo in viaggio ora. Ce la stiamo facendo.” Quindi per lui, per me, tanto di questo album è una riflessione su quell’esperienza, sull’internazionalizzazione della Kondi Band. Penso che sia questo il significato di questa affermazione. Sorie viene da un ambiente molto umile, io ho fatto la mia gavetta nell’industria musicale e Will anche, quindi l’affermazione “Siamo famosi” sembra vanagloriosa, ma in realtà viene da un sentimento—considerando il background di Sorie—di umiltà, ma volendo anche vedere riconosciuto il tuo rispetto e ciò che ti è dovuto. Sorie ha realizzato così tanto nella vita che per lui è semplicemente un dato di fatto.

E le altre canzoni? Ce n’è una in particolare su cui avete lavorato concettualmente che ha contribuito ad arricchire il processo di produzione?

Penso di sicuro al singolo She Doesn’t Love You. In generale i contenuti di Sorie sono molto incentrato su temi locali e su ciò che accade intorno a lui, nel suo quartiere, quindi i suoi testi sono quasi come parabole. La morale della storia è che se una donna non è interessata a te, il denaro non può comprare il suo affetto. Sorie dice: “Non importa, se non ti ama, è una sua scelta”. Mi sono messo in contatto con Mariama Jalloh, che è una cantante sierraleonese tedesca ma che ha anche trascorso del tempo in Francia, e le ho chiesto di interpretarla dal suo punto di vista, così è nata la canzone. Quindi penso che il tema sia di allargare l’attenzione da East End Freetown, il quartiere di Sorie, per cercare di esporre il mondo ad alcune di queste cose. In precedenza utilizzavamo le parole dei testi per i titoli, come Thogolobea o Powe Handa Blingabe, nella lingua in cui canta Sorie. In questo album abbiamo deciso di utilizzare le traduzioni complete per dire “questo è il significato della canzone” nel titolo, in modo che non ci fossero dubbi sul contenuto.

Mariama. Foto di Carys Huws

E il processo di scrittura? Partite sempre dalle registrazioni di Sorie? O a volte è lui ad improvvisare sulle vostre basi?

Abbiamo alcune sessioni di Sorie che suona su cose che abbiamo prodotto. Lo spirito di questo progetto è quello di concentrarsi sulle composizioni di Sorie, ma quando abbiamo tempo in tour nei giorni off, ci sediamo e suoniamo. Sorie ha un gusto eclettico e sorprendentemente ampio, ma non abbiamo incluso quelle sessioni nell’album.

Ascoltando l’album emerge un vario e colorato mix di influenze elettroniche, dalla disco, alla dub, e persino dubstep in Shake your Tumba. Quali sono le tue più grandi ispirazioni e influenze quando si parla di musica electronica e club? Come si sono evolute nel tempo?

In realtà sono cresciuto a Milwaukee, che è a circa 80 miglia da Chicago, quindi non ero molto consapevole da giovane che la musica elettronica è molto importante qui. Avevano sempre una sezione di musica house nelle stazioni radio hip-hop locali, ma semplicemente non la conoscevo come house. Quindi per me la musica elettronica faceva parte del tessuto cittadino in un modo strano, ed era molto orientata alla cultura Nera della città. Poi, quando ero al liceo, la cultura rave è arrivata anche qui, iniziando a diventare più mainstream e io ne sono stato rimosso. Fruivo di musica elettronica in un ambiente completamente urbano, non andando nei warehouse, o ai rave nei campi. Andavo al club locale, alle feste di compleanno, questo genere di cose, ma questo ha ampliato molto i miei gusti. In realtà mi ha fatto interessare molto al concetto di musica regionale, quindi quando vivevo in California mi sono avvicinato a questa idea di musica regionale degli Stati Uniti e poi—ovviamente, avendo radici africane—ho espanso quest’idea a livello internazionale. È proprio lì che è iniziato il mio lavoro: ho iniziato a guardare blog e a conoscere diverse musiche regionali da Panama City, a Freetown, a Dakar, e ho iniziato a viaggiare e a conoscere questi luoghi. Questa è stata la mia esposizione alla musica elettronica globale.

Ci sono generi o movimenti particolari che stai seguendo in questo momento?

Gran parte della ricerca che faccio è per il mio programma radiofonico su Worldwide FM, in realtà è davvero divertente. Un nuovo modo di fare ricerca per me è focalizzarmi su una città, quindi sto imparando a conoscere le città attraverso la musica. Stavo leggendo il libro Ten Cities e ho imparato molto su Lagos. Lagos è molto influente nella musica pop di oggi e l’afrobeat è ovunque, ma ciò che mi affascina è che Lagos ha le sue storie di cui non si parla spesso quando si parla di afrobeat. Si vuole fare la cosa africana, ma se non conosci la musica Fuji e la musica Juju e le dimensioni di classe e geografiche di queste musiche, ti perdi così tanto della storia. Questo è quello che ho fatto: entrare, approfondire ogni città. La stessa cosa a Johannesburg, Cape Town… Quindi non sono proprio i generi che ricerco, ma i suoni delle varie città. L’episodio su Dakar è stato probabilmente il più sorprendente, sono rimasto molto colpito da quello che stanno facendo a Dakar in questo momento.

Chief Boima. Foto di Taliesen Gilkes Bower

La cultura sierraleonese ha fatto parte della tua crescita e educazione?

La comunità in cui sono cresciuto da bambino era incentrata su persone che erano venute negli Stati Uniti per l’istruzione, quindi era una comunità abbastanza grande, non avevamo il nostro quartiere, ma eravamo sparsi nella zona nord della città. Facevamo sempre feste in casa, feste di comunità e picnic, questo genere di cose, come qualsiasi altra comunità di immigrati. A volte andavamo anche in altre città dove c’è una popolazione più grande, come Washington DC, Philadelphia, New York e questa è stata la mia esperienza. Penso che non mi interessasse tanto da giovane perché la davo per scontato, e quando me ne sono andato, mi è mancata e ho iniziato a cercarne le tracce. Mi sono imbattuto in un ristorante-discoteca senegalese a San Francisco che mi ha adottato e hanno fatto di me un senegalese onorario. Mi hanno anche aiutato ad andare a Freetown la prima volta: il proprietario di quel club mi ha mandato a visitare sua sorella in Senegal ed ho colto l’occasione per visitare Freetown per la prima volta nel 2006. La mia crescita ha coinciso con la nostra guerra, quindi i miei piani di andare sono sempre stati cancellati.

Il tuo lavoro va decisamente oltre la sfera musicale, in particolare per quanto riguarda la diffusione della produzione culturale diasporica a livello globale. Sfidare i limiti della rappresentazione come ci viene proposta è fondamentalmente ciò che ci ha sempre spinto a fare il lavoro che facciamo a GRIOT. Cosa ti ha spinto in quella direzione? Perché hai deciso di fondare Africa Is A Country?

Inizialmente mi sono interessato solo alla musica, ma credo che la motivazione per fare il lavoro culturale sia venuta anche per me dal problema della rappresentazione. Il gruppo etnico più numeroso nella nostra città è Nero, radici afroamericane nel sud degli Stati Uniti, discendenza africana, ma ovviamente attraverso storie legate alla tratta transatlantica degli schiavi, che sono molto diverse dai recenti rapporti di immigrazione. Sono cresciuto identificandomi come Nero americano, ma con radici culturali diverse e sentendo una mancanza di rappresentanza nella mia stessa comunità, quella comunità che ero motivato a far emergere. La cosa divertente è che ora è completamente cambiato. È difficile dire a qualcuno che è un adolescente oggi che c’era un tempo in cui non era bello essere africani, oggi è decisamente cambiato. Ma poi anche crescendo, ed essendomi trasferito sulla costa occidentale dove la gente non sa molto del Midwest, ho trovato questa cosa della rappresentazione, del comprendere esperienze diverse e del cercare di rappresentare voci non rappresentate.

Poi il mio primo viaggio in Sierra Leone nel dopoguerra, il paese partiva da zero e la rappresentazione era un problema, ma non era l’unico problema. Era procurarsi cibo e trovare opportunità, bisogni molto più basilari. Ero coinvolto nell’attivismo per questi altri motivi ed è allora che è nato il lavoro di Africa Is A Country, cercando anche un senso di giustizia sociale nel mondo dopo aver incontrato, fatto amicizia ed essere entrato a far parte della Sierra Leone in un modo nuovo, della vita di persone che hanno attraversato una situazione davvero devastante, e volendo fare la mia parte per aiutare a non far accadere mai più una cosa del genere.

È stato un percorso facile o hai trovato molti ostacoli e resistenza?

Penso che crescendo sia stato difficile per me relazionarmi con l’identità e il significato di Blackness: sono le cose che piacciono ai miei coetanei o sono le cose che piacciono ai miei parenti? Sono concetti diversi e in competizione. Una volta arrivato a San Francisco e in Sierra Leone, poco più che ventenne, tutto si è consolidato ed è diventato una missione. Le cose sono diventate molto chiare dopo quel momento, ho iniziato a studiare economia, politica, questo genere di cose, e tutto è diventato molto chiaro.

Scrivere era già una tua passione?

No, ma era qualcosa che sentivo fosse necessario per fare il lavoro che volevo fare. È iniziato tutto attraverso le comunità di blog, partendo dai commenti e vedendo che queste comunità si stavano formando, e non comprendendo davvero l’intero quadro di ciò che avevo vissuto fino a quel momento. Quindi sì, è stata la rappresentazione e poi è venuto fuori che so anche scrivere, quindi ho continuato a farlo.

Hai un obiettivo preciso o vedi il lavoro che fai come un grande cantiere con lavori in corso?

Sì, penso di avere un obiettivo. Penso che sia cambiato, e il mio lavoro è cambiato. Per esempio, il programma radiofonico Africa Is a Country vuole fornire narrazioni più approfondite su luoghi e persone che vanno oltre il facile splendore commerciale da cui si cerca rapidamente di trarre profitto o vantaggio. Quindi: “Burna Boy è esploso, fammi iniziare una serata afrobeat nella mia città, e mettiamo un gruppo di africani in una stanza o persone interessate alla cultura africana”, questo tipo di lavoro non mi interessa più, ne sono stato coinvolto in passato, ma sto cercando di espandere la narrazione ancora di più e di complicare di più le cose—sempre!

Farete un nuovo tour? Che cosa succederà dopo l’uscita dell’album? 

Ci sto pensando con ansia. Womex è a ottobre in Portogallo e ho in programma di esserci. Sto guardando i numeri, dicono che un’altra ondata stia arrivando in questa parte del mondo. Io sono vaccinato e fortunato di avere questo vantaggio, ma so che Sorie probabilmente non ha accesso alla vaccinazione. È più anziano e non voglio metterlo a rischio, quindi stiamo aspettando di vedere come andranno le cose, ma verrò in Europa a ottobre.

Hai altri progetti in cantiere?

Tutti i miei progetti sono filtrati attraverso Africa Is A Country o attraverso il programma radiofonico, ma anche attraverso la piattaforma International Black che ho creato e tramite cui filtro tutto il mio lavoro di produzione. Abbiamo appena pubblicato Escribo 2020 l’album di El Individuo, un rapper cubano, e stiamo parlando di fare un disco di musica dal Suriname. Poi il progetto Cali Quilombo, che si ispira al marronage in Brasile trasportandolo in California. Inoltre abbiamo appena creato la colonna sonora per una mostra d’arte a Los Angeles chiamata The Parable, quindi le cose stanno accadendo.

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Sono una persona molto eclettica con un’ossessione per la musica e la sociologia. Nata e cresciuta in Italia, Londra è diventata la mia casa. Qui creo beat, ballo, canto, suono, scrivo, cucino e insegno in una scuola internazionale.