The Nothing #8 | Autumn Knight In Conversazione Con Silvia Calderoni

Dopo aver presentato in anteprima internazionale la sua performance The Nothing #8: Spazio Griot at Mattatoio, Autumn Knight, artista interdisciplinare di Houston, basata a New York, ripercorre con l'attrice e performer Silvia Calderoni il suo percorso artistico e la sua formazione legata alla pratica dell’improvvisazione, il suo rapporto con spettatrici e spettatori, e il concetto di docle far niente—al centro del suo progetto di residenza all'American Academy in Rome—all’interno del suo lavoro e nella società.

di GRIOT - Pubblicato il 10/08/2022
Autumn Knight porta in scena The Nothing #8 a SPAZIO GRIOT al Mattatoio. 5 luglio 2022, Roma. Tutte le immagini: Emmanuel Anyigor. Courtesy SPAZIO GRIOT

Silvia Calderoni: Ciao Autumn, intanto grazie per essere qui e per aver messo in condivisione il tuo lavoro. È la prima volta che abbiamo la fortuna di vedere una tua performance in Italia. Mi piacerebbe quindi che ci parlassi del tuo percorso artistico e formativo, e di quanto l’improvvisazione è diventata una pratica di scrittura nel tuo lavoro.

Autumn Knight: Ho iniziato a seguire corsi e laboratori di improvvisazione, e lì ho imparato a lasciar andare via il tipo di formazione che ti dà la recitazione, ovvero seguire la direzione di un’altra persona, iniziando a pensare per conto mio. Sorprendentemente, è molto difficile per moltз attorз passare da una pratica artistica basata sulla sceneggiatura all’improvvisazione, perché con la sceneggiatura lavori molto con il tuo corpo, ma ti muovi all’interno di ciò che la sceneggiatura e il/la regista ti dicono, mentre con l’improvvisazione hai la possibilità di creare interi mondi. Questo è il primo punto: imparare a inventare le cose. Il secondo punto è che ho studiato psicologia dei gruppi e parte dello studio era osservare cosa fanno i/le componenti del gruppo e come si rapportano tra di loro e con te, in quanto consulente del gruppo. Credo che questi due elementi combinati assieme rappresentino le basi della performance che ho presentato qui ieri e una sorta di percorso al lavorare in questo modo, per fare quello che faccio, quando lo faccio.

SC: Non è che però questo ha a che fare con il fatto che sei anche autrice dei tuoi lavori? Come autrice, se tu lavorassi con degli script non avresti la stessa libertà di cui parli rispetto all’improvvisazione?

AK: Sì, avrei la stessa libertà se scrivessi una mia sceneggiatura per creare dei mondi. Ma innanzitutto non sono una scrittrice e non scrivo in quel modo. Non intendo dire che performer e scrittorз non creino mondi. Anzi, il contrario. Soprattutto performer come te, che lavorano con opere autobiografiche e originali. La differenza è che con l’improvvisazione puoi creare un mondo diverso ogni volta che lo porti in scena. In una performance che segue un copione, si costruisce un mondo, si scava in profondità in quel mondo ogni volta che lo si recita più e più volte, mentre penso che quando faccio improvvisazione il mondo viene creato e appiattito ogni volta, cioè tutte le volte il mondo viene creato e fatto collassare.

Performer Silvia Calderoni (left), translator Francesca Mastromattei (center), interdisciplinary artist Autumn Knight (right) The Nothing #8 SPAZIO GRIOT at Mattatoio, Rome. July 6, 2022. Courtesy SPAZIO GRIOT

SC: È molto bello quello che dici e in qualche modo mi fa pensare anche al mio lavoro. Ad esempio, io lavoro esattamente a specchio, rispetto a come lavori tu, cioè in sala lavoro con l’improvvisazione e poi fermo, arrivo a qualcosa che ripeto. Mi viene quasi da dire che tu lavori esattamente in modo opposto, cioè parti dalla cosa ferma e poi diventa improvvisazione.

AK: Beh, è un luogo simile. Penso di essere interessata a ciò che collassa, a ciò che viene quasi spazzato via, verso la fine, probabilmente perché ho una formazione teatrale. In teatro, quando si finisce l’intero spettacolo, smonti tutto e metti via. Quindi, per me è un processo molto simile, ma uno viene allungato mentre l’altro accorciato.

SC: Parliamo del titolo: The Nothing #8. Perché il numero 8? Ci sono delle versioni precedenti o successive a questo lavoro? Cosa accade prima e cosa accade dopo questo numero?

AK:In realtà non ci sono altri numeri, volevo spingere sul concetto del niente, senza che abbia necessariamente un senso. Sentivo il bisogno di iniziare a dare un nome a tutto ciò che ho prodotto in questo periodo e luogo, per renderlo identificabile, come fosse una nuova opera. E poi ho anche pensato che un nome del genere avrebbe spinto le persone a chiedersi o a dire: ‘Oh, questa è meglio che non me la perda perché ho perso le [performance] numero 1,3,7; forse è proprio il caso che veda la numero 8. Oppure avrebbero pensato che fossi molto più avanti di quanto in realtà non sia.

Pensando al mondo dell’arte, è come quando fai un dipinto—o un video—e di quell’opera originale si fanno delle stampe, e ogni stampa viene numerata. Quindi devi conoscere il numero totale delle stampe che sono state realizzate. Per esempio, hai la stampa 3 di 4. Quel numero [il 3] acquista un significato. In qualche modo volevo anche sottolinerae quest’aspetto, il valore immaginario che attribuiamo a questo tipo di cose e alla scala.

Forse un giorno farò The Nothing #101, e questo numero spingerà le persone a pensare ‘oh, forse dobbiamo trovare il modo di raccogliere i [lavori] precedenti.’

Autumn Knight, The Nothing #8 a SPAZIO GRIOT al Mattatoio. 5 luglio 2022, Roma. Foto: Emmanuel Anyigor. Courtesy SPAZIO GRIOT

SC: [rivolgendosi al pubblico] Intanto mi spiace che una parte di voi ieri non abbia visto il lavoro di Autumn. Cercheremo un po’ di ricostruirlo e allo stesso tempo di entrarci dentro. Sicuramente una delle informazioni più immediate che ho avuto come spettatrice è che lo spazio scenico in cui gli spettatori e le spettatrici erano inseritз è in uno spazio scenico non gerarchico. Per me non gerarchico è anche uno spazio in cui luci, video, pubblico, sedute, parte tenica, performer avevano tutti in qualche modo la stessa potenzialità. Questo per me è stato immediatatamente chiaro, allo stesso tempo però Autumn facendo un lavoro di improvvisazione all’interno di questo set, mi piacerebbe sapere se c’erano delle linee interne guida o se il montaggio di ciò che accadeva era totalmente improvvisato?

AK: Era completamente improvvisato. Vedi, quando ho iniziato a studiare improvvisazione (i due elementi che ho citato prima, imparare a improvvisare e imparare le dinamiche di gruppo e la psicologia del gruppo), da una parte ti insegnano ad improvvisare il più a lungo possibile, quindi continui ad inventare mondi, a immaginare dove ti trovi, a vedere nuovi indizi, nuovi problemi, finché non arriva qualcunǝ a prendere il tuo posto; tu esci e loro entrano. Ma continui questo esercizio finché qualcunǝ non ti ferma.

E l’altro elemento di cui ho parlato, lo studio delle dinamiche di gruppo, in queste conferenze ci si siede in gruppo e si lascia che le cose emergano e crescano spontaneamente. Nessuno verrà a chiederti cosa stai provando, ma si osservano le cose, si commentano e poi si inizia una conversazione. Ma ogni sessione ha un limite di tempo. In pratica è come se fosse un’improvvisazione di vita reale. E non si può superare il limite di tempo. È molto rigido. Quindi, in termini di improvvisazione, è tutto improvvisato ma mantengo il limite del tempo per fermarmi, perché in questo tempo può succedere di tutto. Per questo all’inizio della performance ho chiesto al pubblico: quanto volete che duri questa performance?

Autumn Knight, The Nothing #8 a SPAZIO GRIOT al Mattatoio. 5 luglio 2022, Roma. Foto: Emmanuel Anyigor. Courtesy SPAZIO GRIOT

SC: Mi piacerebbe agganciarmi a questo, rispetto alla questione del pubblico. Nel lavoro c’è molta relazione con il pubblico. Non è una relazione forzata, ma necessaria, mi viene da dire. Come costruisci la relazione con il pubblico? E cosa vuol dire per te avere un pubblico non aglofono, che in parte capisce e in parte no?

Poiché le mie performance si basano principalmente sullo scambio di microfono con il pubblico, il pubblico è davvero una delle parti più importanti di ciò che faccio. Perciò, devo vedere chi c’è nella stanza, con chi sto lavorando. Quindi, inizio a contare le persone, a capire come gestire la quantità, osservo qual è la composizione in termini razziali, di genere percepito, di età. E poi osservo il linguaggio del corpo, soprattutto all’inizio, se le persone sono con le braccia conserte, chi arriva nello spazio fisico quando le luci sono spente, e penso: ok, che tipo di lavoro devo fare per coinvolgere tutte queste diverse tipologie di persone? Sono coppie che sono venute insieme? Saranno più aperte all’interazione se sono con qualcun’altro? Ci sono persone che fanno foto sin dall’inizio per farmi capire cosa intendono fare nello spazio, vogliono documentare il momento [ride]? quindi devo dare loro lo spazio per essere il/la documentarista. Questo è il processo iniziale.

Autumn Knight, The Nothing #8 a SPAZIO GRIOT al Mattatoio. 5 luglio 2022, Roma. Foto: Emmanuel Anyigor. Courtesy SPAZIO GRIOT

Poi, in molti dei miei spettacoli, all’inizio vado in giro per la stanza per stabilire con tuttз un contatto visivo, per far capire alle persone, “Vi vedo. Le luci sono accese, quindi vi vedo, non siete seduti al buio, vi riconosco come persone e staremo qui, insieme, per la prossima ora. E devo osservare ogni singola persona per vedere cosa sta facendo. Perché forse pensano: sono unǝ anonimǝ. Ma io dico: no, ho notato scarpe che indossi, la bottiglia gialla, il tuo sguardo confuso, i tuoi occhiali marroni, i pantaloncini rossi, le gambe accavallate con sopra il telefono, il rossetto rosa, le trecce, gli occhiali che pendono… devo raccogliere tutte queste informazioni, in modo che le persone non pensino: Non sono qui. Sì, sei qui. Ti vedo.

Per quanto riguarda la lingua, quella di ieri è stata una delle prime esperienze in cui mi sono esibita di fronte a un pubblico che penso non parlasse inglese bene quanto lo parli io ma, come dicevi tu, avendo tutti questi elementi diversi—le luci e il video—è importante avere diversi punti di accesso. E credo che cercare di essere connessi fisicamente al pubblico con il linguaggio del corpo, possa comunicare qualcosa che la lingua non riuscirebbe a fare. Penso che a volte si possa cogliere qualcosa dallз altrз membrз del pubblico, il sentimento del lavoro.

SC: È strano, perché è come se ci fosse una sorta di cortocircuito, perché facevi una chiamata al pubblico, chiedendoci di stare nel niente, di non fare niente. E da pubblico ti poni la questione: mi stai interpellando ma allo stesso tempo mi sta facendo una chiamata molto precisa. È molto interessante la condizione in cui ci chiedevi di stare, che è una condizione anche politica, in qualche modo. Ci chiedevi la messa in gioco di un corpo in modo diverso, che per me è politico. Ti va di approfondire il concetto di dolce far niente?

AK: Durante il mio soggiorno qui in Italia, ho visto diverso versioni di dolce far niente. Devo ancora lavorare per vedere realmente la parte dolce, sia qui che all’estero. Non so se il dolce far niente sia per tutti, e ciò che ho cercato di fare ieri nella performance è stato vedere se fossimo in grado di dare corpo al far niente. Penso che il dolce far niente sia già da tempo nella mente delle persone, ma io non sono nella testa delle persone, quindi la domanda era: per prima cosa, come possiamo fare per vedere questo far niente fisicamente? Come possiamo inserire questo concetto nel corpo? Perché, come ho detto, il far niente esiste soprattutto nella mente delle persone, e credo che si debba lottare per averne esperienza nel corpo. Penso che questa sia la resistenza, arrivare a mostrare e dimostrare—forse in un modo molto pubblico o privato—questa idea del far niente, quindi dargli fisicità, perché non è sufficiente fare l’esperienza nella mente. Il corpo è il luogo in cui si sperimenta la violenza. Quindi, per avere l’opportunità di sperimentare il dolce far niente, bisogna andare oltre la mente. È un privilegio poterlo sperimentare nel corpo.

Autumn Knight, The Nothing #8 a SPAZIO GRIOT al Mattatoio. 5 luglio 2022, Roma. Foto: Emmanuel Anyigor. Courtesy SPAZIO GRIOT

SC: Ieri durante la performance hai proposto ad alcunз di noi di rilassarci, di non far niente. Io sono andata in una sbatta infinita perché da spettatrice mi sono accorta di non riuscire a fare realmente questa cosa…

A.K.: Non sono stata brava a fare niente. Hai visto quello che ho fatto con il cellophane? Stavo facendo fin troppo per fare niente.

Silvia: Sì, poi questa richiesta di non fare niente per qualcuna che è allenata allo stare lì, in scena, in quel modo, producendo fare continuamente, mi stai ponendo una domanda nuova rispetto a quel luogo. Forse mi viene da dire che, oltre a quello spazio, questo iper-produttivismo in cui siamo inseritiз tuttз, dovrebbe spingerci a prenderci un momento di riposo.

Per me nella performance, in termini di far niente, The nothing #8, volevo sostanzialmente dire a me stessa: sapete, non deve accadere nulla di particolare. The nothing significa lasciare scivolare via le mie aspettative su ciò che il pubblico potrebbe aspettarsi che accada, perché non lo sa, e se non lo sa il niente deve accadere.

SC: Spostandoci più sul versante politico, abbandonando un attimo lo spazio performativo, mi piacerebbe farti una domanda, e forse non ci sono risposte secche, ma aperte: quali sono i corpi che oggi possono permettersi di riposarsi e quali no?

Non posso parlare per tutti i corpi ai quali non è concesso riposare, ma sono arrivata a questo progetto pensando all’idea di pigrizia che viene proiettata sui corpi delle persone di colore, in particolare sui corpi delle persone Nere.

Il niente che viene proiettato sulle persone Nere, viene come decimato e polverizzato nella loro esistenza, annulla la possibilità di essere vista come dolce far niente. E quindi, a causa delle pressioni economiche, non sono in grado di sperimentare questo tipo di dolce far niente in maniera attiva, o di sentirsi meritevoli anche solo di accarezzarne l’idea, giusto…? Quando penso alle persone a cui è permesso fare niente, penso a tutte quelle persone che alla fine finiscono per sostenere la grande idea del dolce far niente, persone che fanno sì che altre possano sperimentarlo con facilità.

Quindi, nella mia esperienza di questo luogo, in particolare, sento che in modo inconscio la divisione del tempo libero è molto politicizzata: è molto delimitata, strutturata. Fare niente è per tuttз, certo, ma c’è questa sorta di cortina invisibile che non impedisce che questo valore culturale— fare niente—venga ampiamente distribuito. Perciò, quando sono qui in giro e mi guardo attorno, e penso ai corpi che non sono stati introdotti in questo luogo, mi vengono in mente le questioni della cittadinanza e dell’immigrazione.

Autumn Knight, The Nothing #8 a SPAZIO GRIOT al Mattatoio. 5 luglio 2022, Roma. Foto: Emmanuel Anyigor. Courtesy SPAZIO GRIOT

Autumn Kinght è artista interdisciplinare. Lavora con performance, installazioni, video e testi. Siliva Calderini è attrice e performer basata a Roma.

‘The Nothing #8’ è parte della programmazione artistica estiva di SPAZIO GRIOT, ‘SEDIMENTS. After Memory’. La programmazione include una mostra (30 giugno – 4 settembre) con Victor Fotso Nyie, Muna Mussie, Las Nietas de Nonó, Christian Offman, a cura di Johanne Affricot ed Eric Otieno Sumba, e un programma pubblico, con un ultimo appuntamento il 1° settembre, l’azione performativa dell’artista Muna Mussie che si terrà nel padiglione 9a del museo Mattatoio.

 

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