Sonia Boyce: “Questa è La Band Femminile Dei Miei Sogni”

Con un'installazione al Padiglione Gran Bretagna incentrata su cinque musiciste Nere che cantano agli Abbey Road Studios di Londra, la vincitrice del Leone d'Oro fonde i loro vocalizzi in un raro inno corale di libertà.

di Johanne Affricot and S. Himasha Weerappulige - Pubblicato il 17/05/2022
Sonia Boyce, Feeling her way. British Pavilion, 59th Venice Art Biennale. Photo: Johanne Affricot

Alla fine di un viale di sampietrini ornato da alberi, c’è un piccolo edificio bianco in cima a una collina che ricorda una casa della campagna inglese. Situato nei Giardini della Biennale di Venezia, e costruito nel 1909, il Padiglione Britannico, posizionato tra i padiglioni francese e tedesco, riflette le dinamiche prebelliche. L’artista Sonya Boyce è in cima ai gradini, dietro un nastro rosso in attesa di essere tagliato. C’è un cospicuo pubblico sotto, che guarda verso lei. Grazie, grazie, grazie. Questo progetto non sarebbe stato realizzato senza uno sforzo erculeo da parte di moltз che lo hanno reso possibile. Il motivo per cui ho iniziato a piangere quando sono salita su questa scalinata è stato… ci sono molte artiste qui, tra questa folla, che dovrebbero essere dentro questo spazio.”

La musica della sua installazione Feeling her way trapela dalle imponenti porte, sovvertendo le linearità di inizio Novecento degli edifici. All’interno, la stanza centrale è vestita da una serie di rocce metalliche dorate, suoni e una carta da parati a mosaico che ricorda i colorati motivi caraibici. Armonia e dissonanza si intrecciano nello spazio cavernoso. Quattro schermi a parete, affiancati l’uno all’altro, proiettano un esercizio vocale di improvvisazione, immaginazione e trasformazione eseguito dalle cantanti Poppy Ajudha, Jacqui Dankworth MBE e Tanita Tikaram—ciascuna presentata con un diverso filtro cromatico—che comunicano tra loro, guidate dalla compositrice Errollyn Wallen. Le troviamo poi individualmente nelle stanze laterali, o in duetto—come nel caso di Sofia Jenberg e Jacqui Dankworth—invitate a cantare liberamente e ad esplorare aspetti delle loro voci distintive. Boyce sta documentando e celebrando il contributo transnazionale delle musiciste Nere britanniche.

Le rocce dorate, che fanno riferimento alla pirite, conosciuta anche come “l’oro degli sciocchi”, sono disposte a grappolo sul soffitto e sul pavimento, consentendo al pubblico di vagare liberamente per la stanza e di riposarvi sopra, se necessario. Le/i borsistз che si occupano della mostra si prendono cura dello spazio, promuovendone l’accessibilità. Se qualcunǝ non sa bene cosa fare con le sculture rocciose, [le/i facilitatorз artisticз] andranno a sedersi su di esse. In questo modo il pubblico avrà un’idea di come muoversi. In un certo senso, si spera che siano una guida gentile di ciò che è possibile in questo spazio,” ci dice Boyce.

Vista dell’installazione. Sonia Boyce, Feeling her way, Sala 1: Jacqui, Errollyn, Poppy, Tanita, 2022. Padiglione Gran Bretagna, 59° Biennale d’Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

Negli anni ’60 e ’70, continua, c’era una forte enfasi sulla necessità che l’arte concettuale desse indicazioni. Durante gli studi alla scuola d’arte ricevette una formazione che definisce “molto purista” su come interpretare e pensare all’arte. “Sono quasi quarant’anni che pratico, e all’interno di questo processo cerco di indagare ed esplorare come realizzare un lavoro in cui non ci sia solo una struttura concettuale. Ho capito che mi interessa l”eccesso’. È questo che trapela da tali strutture. Non dirò alle persone come stare in uno spazio. So che c’è molto in questa mostra e so che non si spiega automaticamente da sola. Alcune persone potranno essere curiose, altre pensare che sia troppo, quindi cammineranno intorno alla mostra cercando di capirla. Altre potrebbero trovarla non così emozionante, ma il canto è straordinario e naturalmente ti connette immediatamente. La musica, il canto lo fa sempre. Voglio che le persone abbiano la possibilità di essere lì e percepirla. Il che spiega anche perché abbia scelto la musica come veicolo per le emozioni.” La percezione della musica è accessibile più a livello personale. “Una cara amica e critica d’arte, Jean Fisher, quindici anni fa scrisse qualcosa su uno dei miei lavori che includeva il canto. Mi ricordò—ci ricorda—che i primi suoni che sentiamo sono le nostre madri. La loro voce. Perché siamo nel grembo materno. La voce femminile ha una connessione psicologica così fondamentale. Se poi la abbracciamo è un’altra cosa. Ma è fondamentale per tutti le/gli esserз umanз,” spiega.

Vista dell’installazione. Sonia Boyce, Feeling her way: Sofia And Jacqui, Room 3, 2022. Padiglione Gran Bretagna alla 59t° Biennale d’Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

In un certo senso, l’armonia iridescente che si sente nella stanza riflette la pratica dirompente di Boyce di trovare “l’oro” in ciò che è al di fuori di strutture e linearità circoscritte. La sua arte sfida tali linearità e strutture: sfida le nozioni di Britannicità, decostruisce ciò che significa essere diasporicз e si interroga su cosa significhi essere parte di una famiglia e sfidare il razzismo sistemico attraverso lo storytelling. La giuria della Biennale ha sottolineato che “Sonia Boyce propone, di conseguenza, un’altra lettura delle storie attraverso il sonoro. Lavorando in collaborazione con altre donne Nere, svela una miriade di storie messe a tacere.

A scuola, un’insegnante notò il suo interesse e talento per l’arte e scrisse una lettera alla madre suggerendole di iscrivere la figlia alla scuola d’arte. È stato un periodo molto solitario, però. Nonostante non fosse l’unica persona Nera a frequentare il corso d’arte, fu un periodo estremamente isolato della sua vita, in parte perché le poche persone di colore che vivevano nella sua zona non potevano uscire insieme. Il Fronte Nazionale era molto forte e gli attacchi razzisti erano regolari. Andavo a scuola con ragazzз le cui famiglie facevano parte del Fronte Nazionale. Dovendo vivere in quella situazione, dove sapevamo che le cose erano precarie, era immediatamente evidente che il razzismo facesse parte del nostro quotidiano. Stare insieme in pubblico attirava attenzione. L’alienazione era esacerbata dalla mancanza di rappresentazione di persone Nere, Marroni, e di altre minoranze all’interno del più ampio panorama artistico della Gran Bretagna. La sua prima arte riflette più elementi di autoritratto rispetto a quella attuale. Non avendo corpi Nerз che ispirassero il suo lavoro, trasformò se stessa nella sua musa ispiratrice.

A poco a poco, la sua narrazione visuale cominciò a riflettere un numero crescente di voci e realtà, acquisendo una pratica più corale. La sua pratica artistica si estendeva anche alla ricerca archivistica e al mondo accademico. Boyce ha insegnato per diversi anni e ha partecipato a numerosi seminari in tutto il Regno Unito. Ha coordinato un progetto d’archivio triennale intitolato Black Artists and Modernism, culminato in una mostra alla Manchester Art Gallery. Per quest’ultimo programma, ha catalogato oltre 2.000 opere di artistз Nerз e asiatici nel Regno Unito, che non erano mai state mostrate al pubblico.

Vista dell’installazione. Sonia Boyce, Feeling her way, Room 4: Devotional, 2022. Padiglione Gran Bretagna, 59° Biennale d’Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

È pazzesco quando ti rendi conto che non sei la/il primǝ e, soprattutto, non sei solǝ,” ragiona in un documentario intitolato Britain’s Hidden Art History (2018). Sonia Boyce adotta un’interpretazione storicamente britannica del termine generico Black che ha ottenuto una notevole popolarità durante gli anni ’80, come voce collettiva tra attivistз culturali e politicз diasporicз dell’Africa, dell’Asia meridionale e dei Caraibi. Per Boyce, è un termine che riconosce l’impatto continuo del passato imperiale e coloniale della Gran Bretagna attraverso esperienze comuni di razzializzazione e discriminazione.

Alla nostra domanda su dove localizzerebbe temporalmente il suo risveglio artistico, risponde 1981, un periodo di disordini civili in Gran Bretagna. Un giorno notò un poster, nella biblioteca della sua scuola, che pubblicizzava un evento chiamato “Black Art An Done”, organizzato dal Blk Art Group, le/i cui membrз erano principalmente di origine caraibica. L’evento si svolse presso la Wolverhampton Art Gallery, nei paesaggi industriali di West Midlands. Entrai in quella stanza e rimasi senza parole. C’erano oltre 200 persone Nere. ‘Dov’erano statз per tutto quel tempo?’, ‘Come facevo a non saperlo?’, Lз cercavo, ma nessuno rispondeva,” dice scherzosamente.

Era difficile alla scuola d’arte, quindi partecipare a quella conferenza in quel momento, stabilire connessioni, mi fece capire che non mi importava cosa pensasse di me la scuola. Quell’evento mi infuse un’enorme dose di fiducia e capii di essere parte di qualcosa che era molto più grande della scuola d’arte. Successivamente sviluppai un forte interesse per la liberazione delle donne e poi per i movimenti femministi.

La sua arte acquisì gradualmente un tono più politico. Nel 1999 iniziò a fare dei workshop e attraverso vari programmi in galleria si legò alle Liverpool Black Sisters (LBS), con sede a Toxteth. Facendo parte delle LBS, Boyce voleva creare una lista di cantanti Nere e da questa dare vita a un lavoro. “Nella primissima sessione ci sedemmo tuttз in cerchio e dissi: ‘Qualcuno può nominarmi una cantante britannica Nera che apprezza?’ Ci fu molto silenzio, interrotto brevemente da un romorio confuso. Ci vollero 15 minuti buoni per trovare un nome, ed era Shirley Bassey.” Il silenzio le fece capire come nonostante ci fossero molte artiste Nere nel Regno Unito, che hanno avuto tra le carriere più incredibili, le loro voci fossero silenziate all’interno della sfera pubblica. Tale realizzazione fu l’inizio di un lungo progetto che intedeva catalogare la cultura vernacolare delle donne Nere britanniche nell’industria musicale, combattendo l’amnesia strutturale rafforzata da un paese in cui essere Nere significava essere visibili solo come una minaccia.

Sonia Boyce, Sala 4, Devotional Collection, 2022. Foto: Cristiano Corte © British Council

Dopo quel primo incontro, le persone iniziarono a chiedere a familiari, amicз e colleghз di suggerire nomi. Il progetto si è esteso nel tempo, e quello è stato l’inizio del Devotional Collection: che consisteva in un mosaico musicale di dischi, corrispondenze, libri, CD, video, testimonianze. Anche quando è finito, le persone hanno continuato a inviarci nomi attraverso sistemi informali. La gente arrivava con sacchi di vinili. Boyce ha dovuto fare qualche ricerca sul materiale ricevuto, rendendosi conto delle profondità della forte amnesia culturale.

Vista dell’installazione, Sonia Boyce, Feeling her way, Room 4: Devotional Collection, 2022. Padiglione Gran Bretagna, 59° Biennale Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

Il progetto, racconta Boyce, è stato uno sforzo collettivo di ricostruzione e ora include oltre 350 nomi di artiste Nere nell’industria musicale britannica, risalenti alla metà del XX° secolo [inclusi nomi come Adelaide Hall, che nel 1930 portò l’Harlem Renaissance a Mayfair, Londra]. Emerso dalla Devotional CollectionDevotional sintetizza quindi vent’anni anni di ricerca su voci uniche che, attraverso l’arte, vengono reinvestite in un’idea di comunità e di collettivo, in un’unica opera d’arte multiforme. “Questa è la band femminile dei miei sogni.

La mostra ‘Feeling her way’, del padiglione Gran Bretagna alla 59° Biennale d’Arte di Venezia, sarà aperta fino al 27 novembre 2022

 

Segui GRIOT Italia su Facebook, @griotmagitalia su Instagram Iscriviti alla nostra newsletter

Questo articolo è disponibile anche in: en

jo2
Johanne Affricot
+ posts

Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.

S. Himasha Weerappulige
+ posts

Opero nel cinema, tra casting, sviluppo, ricerca archiviale e programmazione nell’ambiente festival. Il mio background è però legale, e mi ha permesso di sviluppare un metodo di analisi decoloniale che mi porto appresso nell'audiovisivo e nelle arti. Curo diverse piattaforme diasporiche, e per GRIOT sono una contributor.