Sculptures | La Marcia Di Washington Attraverso La Lente Di Alessandro Rizzi

di Johanne Affricot - Pubblicato il 12/02/2016

Quando ho sfogliato le pagine di Sculptures la mia memoria tattile ha fatto un balzo indietro nel tempo e quasi mi pareva di sentire mia madre dirmi “non mettere le dita sopra le foto perché sennò si rovinano”. Una raccomandazione che rimane ben radicata nelle abitudini di chi stampava foto su carta, nonostante l’avanzare del deserto digitale, a voler appoggiare il presagio di Vinton Cerf.

Un progetto, un libro realizzato in una sola giornata da un fotografo europeo e italiano, Alessandro Rizzi. Un instant book che narra la marcia di Washington e le migliaia di persone scese in strada per manifestare contro la violenza della polizia dopo le morti di Micheal Brown, Ferguson [Hands Up, Don’t shoot] ed Eric Garner, New York [I can’t breathe] . Lo abbiamo incontrato per farci raccontare nel dettaglio le motivazioni che lo hanno spinto a partire e cosa ha tratto da questa esperienza.

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GRIOT: “Può un amore estendersi fino a toccare le corde più profonde che legano una società? E può una storia personale diventare l’accesso al cuore dei diritti civili?”. Due domande che ti sei posto prima di partire per Washington. In questo progetto, rispetto ai tuoi lavori passati, per la prima volta hai lavorato su due livelli, uno emotivo e intimo e l’altro sociale. Raccontami meglio.

Sia nelle domande che nella risposta i due livelli sono sempre molto intrecciati. Le domande mi sono servite come chiave di lettura di quelle che sono state le motivazioni che mi hanno spinto a partire, anche se il livello emotivo ha giocato un ruolo fondamentale.

Da un punto di vista concettuale questo progetto va a condensare nell’arco di una sola giornata [8 ore] tutto un lavoro fatto precedentemente con me stesso, con l’idea di quanto potevo e dovevo riuscire ad essere onesto per fotografare qualcosa che da un lato era il mio sguardo e dall’altro era un’idea di presenza e testimonianza e di storia personale. Una storia d’amore vissuta quattro anni con Veronica, una ragazza italo-afroamericana, che mi ha fatto entrare in contatto con un mondo che non conoscevo minimamente, con delle realtà che arrivavano dalla sua famiglia americana, di Chicago, e legate anche alla condizione dei neri americani.  E così ho iniziato ad approfondire, leggendo e documentandomi.

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Quando sono successi i fatti di Ferguson [agosto 2014], a livello personale ero frastornato perché da una parte si trattava di un mondo da cui mi stavo staccando – io e lei ci eravamo lasciati a giugno – dall’altra mi era rimasto dentro tutto il vissuto: le persone che avevo conosciuto, la sua famiglia, le storie che avevo sentito. Naturalmente l’interesse era anche privato, di cittadino e di fotografo attento al mondo che gli ruota attorno.

Per la prima volta sentivo il desiderio di partecipare senza però sapere come, inizialmente. Infatti mi chiedevo “cosa faccio?”, “come lo faccio?”, “che tipo di fotografo sono?”, “come lo voglio raccontare?”. Quando quell’estate venni a sapere che a dicembre si sarebbe tenuta una marcia a Washington, ricordo che pensai “Ok è arrivato il momento”. Un singolo evento mi consentiva di andare a lavorare sulle mie corde, a lavorare su più livelli tecnici: una fotografia più autoriale, privata, fatta di dettagli e particolari, e una fotografia che entrava in queste dinamiche più grandi.

Alcune immagini di Sculptures richiamano l’attenzione su dei dettagli che nell’iconografia popolare rappresentano l’America. Sembra che tu suggerisca di usarli come chiave di lettura principale per avere una visione più globale delle cose.

Sì, infatti questa cosa c’è. Io li ho chiamati gli epifenomeni, dei piccoli fenomeni che raccontano qualcosa di più grande. Mi interessava documentare i vari universi presenti. C’è il ragazzo con le Nike, la giacca super tecnica e l’accessorio dell’ultima ora e la signora di mezza età, tutta impellicciata, che ti dà l’idea di una persona che ha raggiunto una propria consapevolezza e sicurezza.

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Ci sono i gruppi religiosi, che hanno visto nella marcia una grandissima opportunità per portare avanti le loro istanze, grazie all’enorme copertura mediatica e alla presenza di così tante persone, e per fornire una loro interpretazione, a seconda dell’universo religioso di riferimento, dei problemi della società americana. Interpretazione molto radicale, alle volte apocalittica.

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Poi ci sono immagini di persone, di corpi, di statue-sculture, distribuite in una sorta di piramide sociale che esprime tutta la sua fragilità. Ogni statua infatti è lì, a prendere posizione, ma è intrappolata nella sua idea di far parte di una categoria diversa e separata dall’altra. Un aspetto che si lega moltissimo a delle coppie di immagini di tavole di legno azzurre che concettualmente esprimono l’impossibilità di uscire da un mondo chiuso se tu stesso ti vedi all’interno di un mondo chiuso.

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Tutti soggetti e gruppi, quindi, che nel loro quotidiano si ignorano e restano divisi ma quel giorno emanavano la stessa tensione aspirazionale di voler essere parte di un’unica cultura.

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Come mai non hai optato per un reportage, forse più immediato per raccontare i fatti?

Quello che un fotografo può fare è arrivare ad una fotografia che è sempre legata a un istante ma carica di tutto un lavoro fatto precedentemente. Un lavoro di analisi. Non ero andato a documentare quest’evento con le lenti del fotografo di reportage, che nelle immagini che scatta ti fa vedere la sua di posizione. In questo mio progetto non c’è alcuna posizione.

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All’inizio, prima di andare, ero partito dall’idea che il libro dovesse chiamarsi A story of love and brotherhood, ma da un’analisi del risultato finale sono riemerse questioni legate a chi sono: un fotografo analitico che non fa fotografia emozionale.

Il libro sta riscontrando un certo interesse anche per il fatto di essere il risultato di otto ore di scatti. Un dettaglio, questo, che mi interessa molto sottolineare perchè in generale, a livello di fotografia documentaria, si è molto stravolto quello che è stato un assunto durato cent’anni, ovvero che i progetti, da un punto di vista fotografico, dovessero durare dei mesi, se non degli anni, per poter esser validi.

Si è stravolto perchè per consocere una cosa, un contesto, non conta solo il fatto di trovarsi fisicamente dentro una situazione ma anche il farsi un certo tipo di domande prima di inziare qualsiasi lavoro: chi si è, che posizione si ha rispetto al mondo e che tipo di fotografia si sceglie di fare. Elementi per me più che importanti.

Parlami delle tracce sonore

Il libro è il primo step di un progetto che si sviluppa su tre livelli: le fotografie, le tracce collegate ad esse e le testimonianze scritte su un diario. Tutte insieme formeranno il corpus di una mostra più immersiva.

Alessandro Rizzi presenterà ‘Sculptures’ allo spazio Labò di Bologna a maggio e terrà dei workshop al Link Lab di Milano a giugno.

Tutte le immagini | Per gentile concessione di Alessandro Rizzi

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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.