Rooty | Montoya, Dal Violino Alle Pietre, Alla Sperimentazione Elettronica

di Celine Angbeletchy - Pubblicato il 15/03/2017

Direttamente dalla Colombia con un originalissimo bagaglio di talento e creatività, Jhon William Castaño Montoya, aka Montoya, sta solcando l’onda artistica e concettuale che unisce tradizione e musica elettronica.

Violinista e compositore, le sue tracce sono un affascinante misto tra sonorità elettroniche sintetiche tipicamente europee e soavi melodie dai richiami jazz latineggianti che intrigano anche gli ascoltatori meno inclini al suono elettronico.
griot-mag-Rooty | Montoya, dal violino alle pietre, alla sperimentazione elettronicaNonostante il suo percorso accademico di alto livello, ricercare, ascoltare musica e viaggiare sono a suo dire gli ingredienti perfetti per far nascere e sviluppare idee creative che, indipendentemente dalla loro diversità, hanno il potere di andare ovunque.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Montoya in occasione della sua partecipazione a Rooty, una rassegna dedicata a quel sempre più preponderante filone di musica elettronica le cui radici nascono dalla tradizione musicale popolare.

GRIOT: Raccontami com’è iniziato il tuo percorso artistico. Dove sei cresciuto? Come hai iniziato a suonare?

Montoya: Avevo 9 anni quando sono entrato a studiare musica in una scuola della mia città che si chiamava “Scolani Santa Cecilia”. Sono stato molto fortunato a far parte di un movimento musicale, ispirato al sistema d’orchestre istituito in Venezuela, che non si era visto prima in Colombia. Gran parte dei miei amici ora suonano nelle migliori orchestre della Colombia o vivono girando il mondo e facendo musica come me.

Cosa ti ha portato a sperimentare con il violino e sonorità più elettroniche?

È stato un allineamento di cose. Sono entrato a Fabrica – il Centro di Ricerca sulla Comunicazione del gruppo Benetton a Treviso – e grazie a loro ho avuto tempo per fare ricerca, sperimentare, creare e condividere idee. Sicuramente questo passaggio è stato fondamentale perché l’ambiente e il tempo a disposizione penso siano gli ingredienti necessari.
griot-mag-_Rooty | Montoya, dal violino alle pietre, alla sperimentazione elettronica

Come sei arrivato in Italia? Perché hai deciso di restarci?

Sono arrivato nel 2001. In Colombia si era in qualche modo chiuso un ciclo delle mia vita: amore, lavoro, amici che partivano. Quindi ho sentito il bisogno di partire anch’io. Qui in Italia mi aspettava mio fratello e mi sono subito mi trovato bene. Certo all’inizio è sempre difficile, ma poi ho iniziato a costruire amicizie, affetti, sogni, e restare è stato naturale.

Le idee nascono dal violino? Dalla tua ricerca? O cos’altro? Qual è il percorso creativo che più ti stimola?

Lo sviluppo creativo delle mie idee a volte è proprio un mistero. Lo dico perché non faccio mai due brani con lo stesso percorso, ma sicuramente il viaggiare e ascoltare tanta musica sono importantissimi per alimentarle!

Ho letto che sei un polistrumentista. Quali altri strumenti suoni oltre al violino e alle pietre (Mohs è un progetto veramente incredibile, realizzato in collaborazione con altri artisti di Fabrica, in cui integri i ritmi e suoni delle pietre con strutture armoniche per esplorare il legame con gli altri)?

Il pianoforte è obbligatorio in Conservatorio, quindi ho dovuto impare quello oltre al violino. Un bene – e qui l’obbligatorio ci sta benissimo! Mohs invece è stato un progetto molto bello. Rappresenta un periodo della mia vita molto importante, un passaggio senza il quale non sarei quello che sono oggi.

Sei un artista straniero che vive in Italia e mette tanto della sua tradizione e diversità culturale in quello che fa. Come vivi il clima di astio generale nei confronti del “diverso” che si sente in Italia? Percepisci la stessa cosa nell’industria della musica?

Il clima è dettato dalla paura, ma la massa silenziosa sarà più forte in questo caso. Si sente sempre parlare del rumore di pochi, quelli che bruciano palme, quelli che bloccano l’accesso ai rifugiati nei piccoli comuni. Sicuramente in questi anni sarà importante pensare a come integrare il diverso, a come farlo diventare importante per la società. Invece l’industria della musica si muove in base a quello che porta denaro. È qui che il diverso a volte fa fatica, ma penso che la musica abbia il potere di andare ovunque a prescindere che venga o non venga ascoltata.
griot-mag-Rooty - | Montoya, dal violino alle pietre, alla sperimentazione elettronica-6So che hai suonato al Sonar di Bogotà come uno dei rappresentanti della nuova scena colombiana. Come ce la descriveresti? Come differisce da quella italiana e quali artisti ci consigli di seguire?

La scena colombiana è una scena molto ricca. Per ogni genere si trovano artisti molto validi. Nella mia scena ad esempio c’è Bleepolar, che ha suonato con me. Trovo i suoi dj set molto pieni di ritmi e coinvolgenti. El Leopardo fa una cumbia elettronica psichedelica fantastica. Dany F è un altro che suona nei migliori festival latinoamericani. Bomba Estéreo ad esempio è nato proprio così, dieci anni fa dall’underground fino a diventare quello che è oggi.

Nel 2015 ci hai regalato Iwa, un album davvero particolare. Quali sono i tuoi progetti futuri? Nuovi album? Più ricerca?

Iwa è stato l’album dove sono riuscito ad individuare il tipo di suono che voglio, perciò il prossimo album sarà sicuramente una continuazione nel modo di utilizzare i suoni e le strutture. Sono molto curioso di vedere come finirà, ho già tre o quattro brani pronti. Vorrei finirlo per giugno, poi vedremo…

Potete vedere Montoya live al secondo appuntamento della rassegna Rooty il 18 Marzo presso il Circolo Culturale Urbano BUH! di Firenze. Prima della performance Jhon prenderà parte alla conversazione con Biga e Andrea Mi, curatore della rassegna, sull’attualità della Cumbia nella scena elettronica internazionale. Info evento qui.

Prossimi appuntamenti

– Venerdì 31 marzo “2G Sounds good”, Andrea Mi in conversazione con Marcello Farno (Bizarre Love Triangles) e LNDFK sugli artisti 2G in Italia.
– Venerdì 28 aprile, il talk “JapanAfrica”, Andrea Mi in conversazione con Masaaki Yoshida e Maurizio Busia sulla rilettura delle tradizioni africane nella scena elettronica giapponese.

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Sono una persona molto eclettica con un’ossessione per la musica e la sociologia. Nata e cresciuta in Italia, Londra è diventata la mia casa. Qui creo beat, ballo, canto, suono, scrivo, cucino e insegno in una scuola internazionale.