Omar Rashid | Regista, Produttore E Designer Con Il Gusto Della Sfida

Dalla moda ai graffiti alla realtà virtuale. Dalle collaborazioni con Elio Germano a quelle con Elio e le Storie Tese. Dal teatro al cinema, il creativo toscano ci racconta la sua visione e il suo approccio 'senza confini'.

di Claudia Galal - Pubblicato il 18/05/2021
Omar Rashid. Foto di Nuri Rashid. COURTESY

Metà iracheno, metà calabrese, totalmente fiorentino, ma anche buddista ed estremamente nerd: così si presenta su profili social e sito web il regista e designer Omar Rashid. A questo aggiungerei, dopo aver avuto il piacere di chiacchierare con lui, che è curioso, appassionato, coerente con se stesso e la sua storia, anche se a guardarla da fuori può sembrare una strada piena di svolte improvvise.

Invece, come lo stesso Rashid mi spiega, il passaggio dal design di moda alla produzione audiovideo in realtà virtuale, della quale è ormai un nome di rilievo internazionale, è stato piuttosto naturale. “Nel 2003 ho fondato Gold, che allora era solo un marchio di streetwear con il suo negozio fisico a Firenze,” mi racconta. Un logo iconico per chiunque nei Duemila fosse dentro alla cultura hip hop e alla sua scena—musica rap, graffiti, breakdance—che allora era strettamente underground. “La mia provenienza da quella subcultura mi faceva sentire un po’ ingabbiato nel mondo della moda. Mi stavano strette le logiche di mercato così serrate, ripetitive e sempre uguali a se stesse… Quando mi sono costretto ad adattarmi a quelle dinamiche, alla fine mi sentivo insoddisfatto.”

Il ciclo di vita dello streetwear è veloce, istintivo. “Quello che mi piace è proprio il fatto che nasca dalla strada e da quello che succede nella vita reale. Richiede spirito di osservazione, prontezza nel cogliere gli stimoli e immediatezza nel realizzare e spingere una nuova idea. Ti faccio un esempio: il 14 agosto 2002, data del famoso blackout che paralizzò New York, era il mio penultimo giorno di lavoro da Zoo York e il 16 agosto era già in vendita la t-shirt ‘I survived the NY blackout’.”La chiave è dunque pensare e agire oltre le logiche di mercato e le convenzioni, sembra dire Rashid, nella moda e nell’abbigliamento, così come in altri mondi creativi. “In un certo senso, anche la produzione di contenuti video nasce dalla mia esigenza di abbattere certi confini. Sono sempre stato appassionato di cinema e affascinato dal mezzo audiovisivo, intorno ai vent’anni avevo avuto anche una sorta di epifania, immaginandomi appunto di voler fare il regista nella vita. In realtà, mi sono avvicinato alla produzione video semplicemente per realizzare clip promozionali per le magliette e gli altri prodotti Gold, ma fin da subito ho ritenuto che fosse giusto e necessario costruire progetti sensati e completi per ogni prodotto.” Questa è la filosofia che ancora oggi guida Gold, una sorta di factory che unisce un marchio di abbigliamento streetwear (in vendita solo online), un’agenzia di comunicazione, una casa di produzione di cinema e VR e persino un magazine che racconta il Goldworld.

La definizione più calzante per Omar Rashid, me ne convinco ancora di più mentre parliamo, è quella di pioniere: qualcuno che apre una via aglə altrə, esplorando regioni sconosciute e offrendo ulteriori possibilità all’attività umana. Rompere gli schemi del mondo della moda e superare i limiti imposti dalle logiche di mercato, poi oltrepassare le barriere del già noto o già fatto nella produzione audiovisiva, sfruttando strumenti e tecniche espressive per realizzare qualcosa di nuovo.

Ma come si fa a formarsi su una materia inedita e in continua evoluzione? Come si fa a essere sempre sul pezzo e a riuscire addirittura ad anticipare delle tendenze? “Per assurdo, io non guardo tanto alle produzioni di realtà virtuale, anzi, mi sembra che si siano prese alcune direzioni che non mi convincono tanto. Da appassionato di cinema, assolutamente onnivoro, guardo molto di più al passato, alla storia di questo mezzo, che non al presente e all’attualità. Quando mi trovo ad affrontare una sfida, che sia in termini di mezzi tecnici, idee o possibilità espressive, cerco di immaginarmi come avrebbero affrontato un problema simile nel cinema degli anni Venti, per esempio. I progressi tecnici ed espressivi del passato—come sono avvenuti—sono di maggiore ispirazione rispetto a quello che succede oggi nel campo della realtà virtuale. Tra l’altro, proprio perché a me piace il cinema, mi piace in generale la produzione di contenuti audiovideo, non parto mai con l’intenzione di usare per forza la realtà virtuale: la sfrutto nelle sue potenzialità e nelle sue caratteristiche tecniche ed espressive quando ha senso utilizzarla, altrimenti faccio un film ‘tradizionale’.”

Che a spingere il pioniere che vive dentro il regista toscano sia la passione è ormai chiaro. Il cinema, appunto, ma anche i graffiti e la cultura hip hop che svelano un passato da writer. “Allora era una nicchia per pochissimi. Mi attirava proprio la natura underground, il senso di appartenenza a quella che era una sottocultura. Il me sedicenne oggi ascolterebbe tutt’altra musica, semplicemente perché il rap, nelle sue nuove forme, è ormai mainstream. I graffiti, invece, restano una subcultura anche oggi: pochissimi e sconosciuti, i writer taggano e scrivono sui muri per diffondere il proprio nome e far sapere che esistono, eppure fanno di tutto per mantenere l’anonimato.”

E poi ci sono i fumetti e i supereroi, in particolare i film di supereroi. “Come può non colpirmi, per esempio, l’universo Marvel, dove tutto si tiene, un film dopo l’altro, anche nei casi meno riusciti? Apprezzo che abbiano molti livelli di lettura, comunicano con un pubblico trasversale e riescono a dire molte cose.” Citiamo il caso di Black Panther—”anche se non è uno dei miei preferiti,”sottolinea lui–che è stato importante per la comunità afroamericana e Nera forse più di tanti titoli impegnati. L’enorme risonanza avuta dalla recente serie Netflix Zero hanno riportato all’attenzione di tutti una mancanza di qualità, attualità e rappresentazione della realtà in Italia, non solo della tv generalista, ma anche del cinema e della produzione audiovisiva in generale.

Rashid afferma che “il problema principale in Italia non è la mancanza di talenti e di esperienze interessanti, anzi, ce ne sono molti: registi/registe e sceneggiatori/sceneggiatrici, case di produzione. L’ostacolo più grosso è la persistenza di un sistema chiuso in se stesso, al quale gli indipendenti non riescono ad accedere. Nessuno vuole investire, scommettere sulle novità, rischiare. Senza budget è difficile realizzare prodotti di qualità internazionale, il confronto con l’estero è impari. Così le eccellenze non sono valorizzate.” Si insegue il trend del momento, si cavalcano piccole onde senza futuro. “Prendiamo Favolacce dei fratelli D’Innocenzo: è un film bellissimo, ma l’hanno visto pochissime persone perché non ha avuto l’attenzione che avrebbe meritato.”

Nel 2016 Rashid ha scritto e prodotto No Borders, il primo documentario italiano girato in realtà virtuale, che affronta il tema della migrazione attraverso i centri di accoglienza spontanei, con Elio Germano nel ruolo di narratore e intervistatore. La realtà virtuale, che mette tutto a fuoco e rende tutto evidente, potrebbe sembrare un mezzo insidioso per affrontare argomenti complessi e con tante sfumature, come quello dei migranti, ma l’esperimento è perfettamente riuscito.

La stessa delicatezza, la stessa sensibilità si ritrova in Lockdown 2020, che invece mostra l’Italia senza gli italiani e le italiane nei mesi di marzo e aprile 2020. “Non abbiamo potuto studiare una strategia prima di realizzare il film: la sera che l’allora Presidente del Consiglio Conte ha annunciato la chiusura totale del Paese, ho capito che non avrei potuto non raccontare quella situazione. Lavoravamo giorno per giorno, mentre il lockdown era in corso per la prima volta in Italia, con il rischio che le cose cambiassero improvvisamente, che noi stessi cambiassimo idee e intenzioni, mentre le persone si ammalavano e morivano, gli ospedali erano pieni e c’era grande tensione. L’idea delle nostre città deserte era bellissima e affascinante, ma drammatica allo stesso tempo, così abbiamo lasciato spazio alle immagini e alle parole della poetessa Laura Accerboni, che ha saputo trovare metafore meravigliose, potenti ma delicate, per trasformare in lirica un testo che avevo scritto di getto con le emozioni e le idee che mi passavano in testa in quei giorni.”

Mezzi tecnici e forme espressive al servizio dell’idea artistica e della creatività, mai il contrario, anche quando sarebbe più facile cedere alle lusinghe delle tecnologie più evolute e alle tendenze del momento. Non è un caso che le figure di maggiore ispirazione per Rashid—”chiamiamoli pure maestri”—provengano da mondi diversi e siano spinti, anche loro, dalla passione per quello che fanno.

“Innanzitutto, l’ho sempre detto, ci sono Elio e le Storie Tese: trattano temi di ogni genere, mantenendo sempre un’ironia inconfondibile. Sono musicisti bravissimi e ipertecnici, ma danno sempre l’idea di divertirsi, qualsiasi cosa facciano. Negli anni ho anche avuto la fortuna di conoscerli e lavorarci insieme, avendo prodotto il loro merchandising per un sacco di tempo. Ho cercato di fare mio il loro modo di lavorare, ovvero scherzare e divertirsi, mantenendo alta la qualità. Li considero senza dubbio dei maestri.” E nel cinema? “Quentin Tarantino, un po’ per lo stesso motivo. Nei suoi film c’è tutto l’amore per il cinema, si vede che è appassionato e si diverte. Infine, il terzo caso che cito come riferimento fondamentale è Damon Albarn, in particolare il progetto Gorillaz, che mescola musica, fumetti, cinema d’animazione. Lo trovo semplicemente perfetto: disco dopo disco il mondo della band si tiene perfettamente e aumenta di complessità. In generale, mi piacciono moltissimo i progetti crossmediali. Riconosco che questi riferimenti siano tutti derivativi—gli Elii si ispirano a Frank Zappa, Tarantino a un certo cinema precedente, che cita in continuazione, e i Gorillaz ad altri fumetti e film d’animazione come quelli dello Studio Ghibli—ma riescono a essere comunque originali e unici.”

È vero, l’originalità non nasce da una tabula rasa, ma da una rivisitazione di stimoli. “L’importante è saperli riconoscere e ricombinarli secondo la propria visione personale.”

Ecco perché attendiamo con trepidazione i prossimi lavori di Omar Rashid e Gold. Oltre a due progetti in fase di definizione, che non vuole svelare per scaramanzia, presto sarà pronto il risultato di una nuova collaborazione con Elio Germano: una riflessione metanarrativa sulla percezione della realtà a partire dall’opera di Pirandello, intitolata Così è (o mi pare) – Pirandello VR. Altro work in progress è VRisiko | Sognando la Kamchatka, di e con Corrado Accordino, insieme ai due attori Massimiliano Loizzi e Marco Ripoldi de Il Terzo Segreto di Satira. Non vediamo l’ora (a 360°).

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Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.