Muholi. A Visual Activist | In Mostra Oltre 60 Autoritratti Nella Prima Retrospettiva Italiana Di Muholi

Ha inaugurato il 31 marzo al Mudec di Milano. I lavori in bianco e nero indagano temi come razzismo, eurocentrismo, femminismo e politiche sessuali.

di GRIOT - Pubblicato il 12/04/2023
Muholi, Cwazimula II, 2019. Cwazimula in lingua Zulu significa “Splendi/ Brilla”. Questa immagine ironica mette in scena un cestino della spazzatura e una coperta ignifuga reperite in un hotel di Parigi. Muholi invita a una creatività estemporanea e totale, spostando il punto di osservazione di un semplice oggetto e liberandone le potenzialità espressive. Rende qui omaggio alla corrente artistica Nera dell’Afrofuturismo degli anni Settanta, nata dalla volontà dei Neri americani di godere degli stessi diritti civili dei bianchi e di essere coinvolti nel discorso sul futuro e sullo sviluppo tecnologico. © Muholi.

Da 10 anni Muholi (Umlazi, Sud Africa) è una delle voci più di spicco del Visual Activism. Il suo lavoro coincide in toto con il suo credo, al punto che Muholi ama definirsi attivista, ancora prima di sentirsi—ed essere—artista. La sua arte indaga instancabilmente temi come razzismo, eurocentrismo, femminismo e politiche sessuali, è in continua trasformazione e i suoi mezzi espressivi sono la scultura, la pittura, l’immagine in movimento.

Ma è con la fotografia, e in particolare con la serie di autoritratti—iniziata nel 2012 e ancora in corso—Somnyama Ngonyama (Ave, Leonessa Nera) che Muholi riceve il plauso planetario, in un crescendo di mostre in giro per il mondo: dalla Tate Modern di Londra a mostre personali al Goethe-Institut di Johannesburg (2012), al Brooklyn Museum, New York (2015) allo Stedelijk Museum, Amsterdam (2017), al Museo de Arte Moderno in Buenos Aires (2018), solo per citarne alcuni. Tutti celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere, con movimenti d’opinione che seguono la sua voce e la nascita della sua fondazione “Muholi Art Foundation” per la promozione di giovani artistɜ Nerɜ .

Muholi, Qiniso, The Sails, Durban, 2019. © Muholi
Qiniso in lingua Zulu significa “Verità”. Le acconciature africane, a lungo condannate nelle scuole pubbliche sudafricane, sono qui rappresentate da una composizione di pettini intesa a rivendicare il loro valore storico e politico. In questa immagine acquistano un significato particolare.

“… Siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento suglɜ altrɜ per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità perché, prima di tutto, tu sei.” Muholi

Muholi. A Visual Activist è il progetto attraverso cui il Mudec di Milano porta in Italia una selezione di oltre 60 immagini, di medio e grande formato, una video intervista, alcuni wallpaper di grandi dimensioni e una installazione site-specific centrata sul letto. Curata da Biba Giacchetti e dall’artista, gli scatti magnetici e di denuncia sociale spaziano dai primissimi autoritratti realizzati ai più recenti lavori, tratti dal progetto artistico di Muholi, in costante evoluzione.

La macchina fotografica per Muholi diventa un’arma di denuncia e contemporaneamente di salvezza, che decide di rivolgere verso di sé. Ed è il ‘contesto’ dell’autoritratto il protagonista: Muholi sceglie ogni volta con cura meticolosa e costante il setting e la luce, prepara il soggetto allo scatto in maniera rigorosa e ossessiva, lavorando sui contrasti cromatici bianco-nero, ponendo a nudo il proprio corpo. In questo atto performativo, l’artista si mette in scena con l’uso surreale e metaforico di oggetti di semplice quotidianità. Copricapi fatti di soldi, collane ricavate da cavi della luce, mollette in testa e corone fatte di pneumatici, pinze e cordami vari interpretati come turbanti e sciarpe sono sempre utilizzati e indossati sul suo corpo in pose uniche.

Muholi, Bester I, Mayotte, 2015; dalla seire Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness. © Muholi. Bester è il nome della madre di Muholi, scomparsa ancora giovane nel 2009 dopo una vita di lavoro come domestica che le aveva permesso di mantenere i suoi otto figli; il padre era morto poco dopo la nascita dell’artista. Muholi intitola  Bester varie immagini dedicate alla madre. La posa ieratica e l’acconciatura a forma di corona simboleggiano il riscatto che Muholi vuole offrire alla memoria di Bester. In questo caso, l’apparente ironia dell’acconciatura realizzata con le mollette da bucato si confronta con la tristezza accusatoria dello sguardo e parla di una condizione di soggezione comune a molte donne Nere sudafricane sottopagate, che dedicano la vita al benessere altrui.

Il letto: Vulnerabilità, passione, ricordi intimi

Vulnerabilità, passione e ricordi intimi si articolano nella messa in scena di un letto, elemento su cui Muholi ha spesso portato la sua riflessione. Emblema di riposo, di incontro, ma ugualmente teatro frequente di violenze domestiche. Il letto concepito come installazione site specific per il Mudec è dedicato alla sua sfera più intima e privata nella narrazione di un abbraccio tra l’artista e la compagna scomparsa, riprodotto in una immagine che ne rivestirà l’intera superficie.
“Con questa installazione esclusiva—commenta la curatrice—Muholi vuole comunicare come il riposo, la necessità dell’abbandono all’altrǝ, siano componenti universali della natura umana e trascendano le logiche di razza genere e sessualità.”

Background

Muholi nasce nel Sudafrica durante il periodo dell’Apartheid, plasmata dalla violenza di quel regime e dalle sanguinose lotte per la sua abolizione. Presto si deve confrontare con le ulteriori violenze riservate alla comunità LGBTQIA+, di cui fa parte. Violenze morali e fisiche, torture accompagnate spesso da sevizie e morte. Per dieci anni Muholi combatte contro l’occultamento dei fatti e documenta fotograficamente gli orrori e gli assassini di innocenti, condannati a causa del proprio orientamento sessuale.

La sua prima serie di scatti artistici documenta le persone sopravvisute a crimini d’odio che vivevano in tutto il Sudafrica e nelle township. Sotto l’apartheid, infatti, furono istituite township separate, ovvero ‘aree residenziali’ segregate per le persone Nere che venivano ‘sfrattate’ dai luoghi designati come “white only”. Qui venivano perpetrate violenze di ogni tipo, tra cui la pratica dello ‘stupro correttivo’, contro la comunità LGBTQIA+.

Muholi, Ziphelele, Parktown, Johannesburg, 2016 © Muholi.
Ziphelele in lingua Zulu significa “sono completi”. I copertoni di bicicletta che costringono il busto dell’artista denunciano un’atroce forma di tortura ed esecuzione sommaria, detta Necklacing. Una pratica tristemente diffusa negli anni Ottanta in Sudafrica, durante un periodo di intensi disordini politici a sfondo razziale. I copertoni, cosparsi di benzina, venivano collocati sul corpo delle vittime da giustiziare per impedire loro ogni possibilità di movimento, e veniva dato loro fuoco.

Negli anni Novanta il Sudafrica intraprese un cambiamento politico significativo. La democrazia venne stabilita nel 1994 con l’abolizione dell’apartheid, seguita da una nuova costituzione nel 1996, la prima al mondo a bandire la discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Nonostante questi progressi, nel paese la comunità nera LGBTQIA+ rimane ancora oggi uno degli obiettivi principali della violenza più brutale .

Il 2012 è un anno particolarmente doloroso nel percorso di vita e artistico di Muholi. La sua lotta documentaria si interrompe bruscamente con un furto intimidatorio di tutti i suoi file non pubblicati. Muholi prova uno strazio indicibile che, unito al ricordo di tutto il dolore che ha documentato, porta l’artista quasi a cessare di esistere.

È in questo momento che Muholi reagisce, decide che la sua lotta personale deve continuare, ma in altri termini. Gira la macchina fotografica verso di sé piuttosto che verso lɜ altrɜ, decidendo così di esporsi in prima persona. Rinuncia alla propria identità di genere per rappresentare un’identità collettiva che dia voce alla comunità Nera omossessuale attraverso la fotografia, e in particolare l’autoritratto. La macchina fotografica diventa così per Muholi un’arma di denuncia e contemporaneamente di salvezza.

« […] not many photographers like to see themselves in front of the camera. It takes me to spaces where I’m uncomfortable the most. I get to have conversations with myself in ways that I’ve never done before, which is another way of healing. » (… non moltɜ fotografɜ amano mettersi davanti alla macchina fotografica. Mi porta in spazi in cui mi sento più a disagio. Riesco a conversare con me stessɜ in modi che non ho mai fatto prima, il che è un altro modo di guarire).

Nasce così nel 2012 il progetto artistico Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness (Ave Leonessa Nera), la serie di scatti fotografici presentati al Mudec e diventati anche un volume pluripremiato; un secondo volume è in corso di pubblicazione.

Speranza contro le tenebre

Al lavoro esistenziale e autobiografico iniziato con Somnyama Ngonyama, oggi il messaggio di denuncia di Muholi affianca il gene della speranza, di una via alla positività, con il pensiero che di fronte a tanto dolore sia fondamentale la celebrazione della vita, in ogni suo aspetto. Muholi ha iniziato nel tempo e sta lavorando tuttora a un secondo importante corpus di immagini, “Faces and Phases”, in cui è tornata a ritrarre i componenti della sua comunità LGBTQIA+, non più come vittime ma come pieni protagonisti della loro esistenza, del loro talento, della loro forza e bellezza. Una collezione che ha creato un forte senso di appartenenza nella comunità.

I don’t want to say all is doom and bleak. I wanted to say that there is hope and change will come. Nobody ever thought that apartheid will be over in South Africa, it took time, yes, let me acknowledge this violence but I shouldn’t forget that there is love, yes, it’s hard it’s really hard, but thisshallpass. (“Non voglio dire che tutto è triste e tetro.Volevo dire che c’è speranza e che il cambiamento arriverà. Nessuno ha mai pensato che l’apartheid sarebbe finito in Sud Africa; ci è voluto del tempo, sì, lasciatemi riconoscere questa violenza, ma non bisogna dimenticare che c’è l’amore. Sì, è difficile è davvero difficile, ma tutto questo passerà.”)

Muholi, Ntozakhe II, Parktown, Johannesburg, 2016 © Muholi.
Ntozakhe in lingua Zulu significa “qualcosa di tuo”. Questa è una delle immagini più celebri e potenti di Muholi. Adornata di una corona di accessori per capelli, con una ripresa fotografica dal basso per conferire una plasticità statuaria all’immagine, Muholi mette in scena il concetto di libertà rifacendosi stilisticamente alla statua che più la simboleggia. Muholi ci parla di libertà—quella libertà che tutte le donne dovrebbero avere—e orgoglio. Essere donne e Nere. È il manifesto di tutte le donne discriminate e di tutte le donne che combattono per i propri diritti, in situazioni domestiche o nella comunità, soprattutto le donne Nere.

BIO

Muholi nasce a Umlazi, Durban in Sud Africa. Attualmente vivono e lavorano tra Umbumbulu e Città del Capo. Nel 2002 hanno co-fondato il Forum for Empowerment of Women (FEW). Facilitano l’accesso agli spazi artistici per giovani praticanti attraverso progetti come Ikhono LaseNatali e continuano a fornire laboratori di fotografia per giovani donne e nelle township attraverso PhotoXP.
Muholi hanno studiato Advanced Photography al Market Photo Workshop di Newtown, Johannesburg, e nel 2009 hanno completato un MFA: Documentary Media alla Ryerson University, Toronto. Nel 2013 diventano Professore Onorario presso l’Università delle Arti/Hochschule für Künste di Brema.
I premi e i riconoscimenti ricevuti includono, tra i vari, ICP Spotlights (2022); Premio Internazionale Spectrum per la Fotografia (2020); Premio Lucie per la fotografia umanitaria (2019); il Rees Visionary Award di Amref Health Africa (2019); una borsa di studio della Royal Photographic Society, Regno Unito (2018); il francese Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres (2017); il Premio Mbokodo nella categoria Arti Visive (2017); Premio ICP Infinity per documentari e fotogiornalismo (2016); Africa’s Out! Premio Coraggio e Creatività (2016); Outstanding International Alumni Award dalla Ryerson University (2016); Fine Prize per un artista emergente al Carnegie International 2013; Premio Principe Claus (2013); Indice sulla censura – Premio artistico per la libertà di espressione (2013); e il premio Casa Africa per la migliore fotografa donna, e il premio Fondation Blachère a Les Rencontres de Bamako, biennale di fotografia africana (2009).

‘Muholi. A visual Activist’ è promossa dal Comune di Milano- Cultura, prodotta da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE in collaborazione con SUDEST57, e vede come Institutional Partner Fondazione Deloitte.

MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST
Dal 31 Marzo 2023 al 30 Luglio 2023
Mudec – Museo delle Culture
Via Tortona 56, Milano
Lunedì 14.30 – 19.30
Martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9.30 – 19.30
Giovedì – sabato 9.30 – 22.30
Ultimo ingresso un’ora prima

 

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