La Società Segreta Di Na Chainkua Reindorf

Tratto dalla sua serie di dipinti Mawu Nyonu, al Padiglione Ghana Na Chainkua Reindorf unisce le bandiere Asafo e il simbolismo dei rituali mascherati dell'Africa occidentale per centrare la libertà delle donne.

di Johanne Affricot - Pubblicato il 03/05/2022
Na Chainkua Reindorf, Mawu Myonu, 2022. Vista della mostra. Padiglione del Ghana alla 59sima Biennale d'arte di Venezia

Una donna siede su un tappeto rosa che corre attraverso un boschetto dai tronchi rossi senza foglie, intenta a guardarsi nello specchio scuro di una toeletta giallo vivo, e a passarsi un pettine rosso tra i capelli. I suoi occhi, mediati dallo specchio, brillano nell’oscurità. In un altro dipinto, la figura è seduta su una delle tre sedie blu disposte in fila, intenta a togliersi una tuta di paillettes nere che pende liberamente su una delle sedie accanto. Alla sua sinistra un abito marrone antropomorfo, che evoca gambe e braccia, è appesso su due grucce.

“Questa serie fa parte di un progetto più ampio su cui sto lavorando da circa tre anni,” mi dice l’artista davanti a un dipinto con una donna semi-sdraiata su una nuvola rosa mentre svolazza in un cielo color verde pastello verso una porta aperta, sospinta apparentemente da una serie di ventilatori stampati su un lenzuolo attaccato a un filo per i panni posto dietro di lei. Queste tre figure fanno parte di Mawu Nyonu (grossomodo si traduce in “donna dio”), una società segreta immaginaria di sette donne concepita dall’artista. Si ritiene che Mawu Nyonu sia emersa come conseguenza diretta dello scioglimento delle Amazzoni del Dahomey nel XIX secolo, un reggimento militare tutto al femminile, attivo in quello che oggi è l’attuale Benin.

L’analisi della libertà di Reindorf alla Biennale è organizzata in un’installazione a tecnica mista posizionata al centro del Padiglione, affiancata da sette dipinti disposti attorno a mo’ di semicerchio. Il lavoro attinge dalla tradizione e pratica performativa delle celebrazioni in maschera.

Na Chainkua Reindorf, Mawu Myonu,  2022 – Padiglione del Ghana alla 59 Biennale d’Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

Praticata in vari paesi africani e considerata un’attività prevalentemente maschile, questi eventi sono un rituale che coinvolge entrambi i sessi da molto tempo: “È da un po’ che sono interessata a questi rituali, principalmente all’area dell’Africa occidentale. Attraverso una vasta ricerca, ho scoperto che la maggior parte di essi sono a prevalenza maschile, pochi hanno al centro le donne. Ho pensato che sarebbe stato interessante utilizzare l’idea dello storytelling, che è molto diffuso in Africa, specialmente in Ghana, per creare la mia storia, la mia mitologia, un intero mondo attorno al quale realizzare opere specifiche.”

In questa mitologia, Reindorf usa gli aspetti stereotipicamente negativi che colpiscono le donne come una via di fuga da  percorrere usando l’arte del mascheramento. Sebbene a prima vista ciascuna delle donne raffigurate possa sembrare lo stesso personaggio—il pubblico si trova infatti di fronte a una silhouette nera di un corpo femminile, disegnata con una sottile linea chiara, il viso caratterizzato solo dalla presenza di occhi bianchi—l’artista usa il colore di sfondo come lessico visivo per aiutare la/lo spettatorǝ a comprendere e ad identificare l’essenza di ogni donna e le storie dietro a ciascuna di esse. Questo gruppo di donne non è un espediente narrativo una tantum, anzi, Reindorf ribadisce che continueranno ad essere le protagoniste del suo lavoro per il prossimo decennio.

Na Chainkua Reindorf, Mawu Myonu, 2022 – Padiglione del Ghana alla 59 Biennale d’Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

Una caratteristica visiva che ricorre nella serie è l’occhio astratto, che appare accanto ad alcuni elementi delle bandiere del reggimento del popolo Fante del Ghana, influenzati da proverbi e stemmi, conosciute come le Bandiere Asafo. Sia che venga posizionato nell’angolo alto a sinistra di ogni dipinto o come elemento all’interno del dipinto stesso—nella forma dello specchio, della balaustra, dello schienale delle sedie, eccetera—l’occhio simboleggia lo sguardo, soprattutto nei rituali in maschera. “Questa idea che puoi o non puoi vedere, non sai chi c’è dietro il costume, non conosci la sua identità, ma la persona che indossa la maschera può vedere chi sei, guarda sempre il pubblico,” dice Reindorf. “Ma è anche lo sguardo maschile sulle donne”.

Lo sguardo maschile è una dinamica sociale che l’artista esplora ulteriormente attraverso una grande installazione, costituita da una cascata cilindrica di fili blu, che in parte nasconde e protegge il busto di una donna con  due fili di perline sulla vita, posto al centro del lavoro.

Na Chainkua Reindorf, Mawu Myonu, 2022 – Padiglione del Ghana alla 59 Biennale d’Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

“La scelta di concentrarmi sul busto è stata deliberata, perché il busto è la parte del corpo dove si posano le perline. Questo lavoro è legato alla donna blu di quel dipinto. Ho usato le perline per rimandare ai concetti di fertilità e sessualità. Questo personaggio si basa sull’idea di una donna che è in grado di controllare e avere accesso al proprio corpo e alla propria sessualità, tenendo lontano il pubblico che vuole raggiungerla,” conclude.

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Johanne Affricot
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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.