Marijuana | Che Fine Ha Fatto Charlo Grenee A Un Anno Da ‘F**k It! I Quit’?

di Johanne Affricot - Pubblicato il 22/01/2016

Vi ricordate di Charlo Grenee, la giornalista che un anno fa [per la precisone il 21 settembre 2014] a margine di un servizio sulla legalizzazione della cannabis, si licenziò in diretta tv comunicando ai suoi spettatori di essere la proprietaria dell’unico cannabis club dell’Alaska e che si sarebbe dedicata anima e corpo alla legalizzazione della marijuana nello Stato?

Quella che per far capire quanto fosse determinata e per puntare i riflettori sulla questione, senza mezzi termini mandò a fanculo tutto pronunciando quattro semplici parole: “Fuck it! I quit”! [se volete rinfrescarvi la memoria guardatevi il video, diventato subito virale e ad oggi visualizzato 13.476.274 volte].

Bene, un po’ di tempo fa pensavo a lei chiedendomi che fine avesse fatto e come se la passasse visto che da quel episodio ha ottenuto tanta di quella visibilità che un comune mortale che lotta per una battaglia “x” si sogna lontanamente di ricevere.

Due settimane dopo infatti Hight Times, magazine di riferimento per i pro-maria, fondato nel 1974 a New York, e famoso per l’influenza che ha avuto [e tuttora ha] nella controcultura legata all’uso di marijuana [tra i contribuor ci sono stati Charles Bukowsky, Truman Capote, Andy Warhol, Hunter Thompson – l’inventore del gonzo journalism – e William S. Borroughs], durante il party per celebrare il 40esimo anniversario della rivista le ha conferito il Courage in Media Award  e Elle l’ha inserita nel suo elenco delle 13 donne più potenti nell’industria della marijuana.

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Ma cosa è successo nella sua vita da quel fatidico annuncio?

Il giorno dopo il fattaccio, Grenee ha lanciato su indiegogo l’Alaska Cannabis Club’s Freedom and Fairness Fight, campagna volta a raccogliere fondi per informare gli elettori sulla riforma della marijuana in Alaska e negli altri Stati. A novembre 2014 l’Alaska State Ballot Measure 2 [proposta di legge che consente ai maggiorenni di detenere un’oncia (28g) di marijuana, coltivare in forma personale fino a sei piante, e vendere e possedere erba], è diventata legge. Di fatto, il polverone sollevato da lei ha sancito la vittoria della maria nello Stato.

Da allora è super attiva, viaggia in tutto il mondo per partecipare ad eventi a sostegno della marijuana [lo scorso settembre è stata tra gli speaker della IV edizione di Expogrow – Cannabis Social and International Forum, a novembre ha tenuto uno speech per High Times a Negril Jamaica] e da brava attivista investe molte energie per aumentare la diversità nell’industria delle cime verdi attraverso l’associazione no profit GoGrenne.org, il cui obiettivo dichiarato è “coltivare la diversità nell’industria e nelle attività a sostegno della marijuana attraverso l’organizzazione di eventi che promuovono formazione, networking e empowerment.”

Se però è vero il detto che “non tutti i mali vengono per nuocere,” seguendo le vicissitudini di Charlo sui social verrebbe da pensare il contrario, visto che negli ultimi 12 mesi ha avuto a che fare con la legge in così tante occasioni che qualcuno avrebbe potuto scommettere che fosse lì lì per ripronunciare le quattro parole magiche, #FIIQ.

A novembre 2014, l’Alaska Public Offices Commission (APOC) le ha notificato un mandato di comparizione avviando delle indagini per verificare se avesse usato impropriamente i fondi raccolti con la campagna indiegogo. Il caso è stato chiuso lo scorso giugno perchè non è stata riscontrata alcuna violazione.

A gennaio 2015 è stata sfrattata dall’edificio dove si trovava il suo dispensario [per consumatori che ne fanno parte e che hanno avuto l’autorizzazione a usare l’erba per scopo medico] perché un giudice ha stabilito che non lo aveva fatto assicurare e quindi “bye bye location centrale”.

A marzo 2015 la polizia ha fatto irruzione nel club perché qualcuno aveva segnalato che all’interno venivano venduti illegalmente erba e altri suoi derivati. E anche qui il caso è stato archiviato senza arresti o imputazioni a suo carico.

Ad agosto 2015 sempre la polizia [sembrava più un commando di swat che neanche gli spacciatori del documentario NatGeo ‘L’impero della Droga’ forse hanno mai visto in vita loro] le ha notificato un altro mandato di comparizione.

Insomma, tutta una serie di episodi che se da un lato non l’hanno fermata, dall’altro hanno messo e continuano a mettere a dura prova le sue disponibilità finanziarie tanto che  si è vista costretta a lanciare una campagna di raccolta fondi per le beghe cui immagina dovrà far fronte.

Se credete nella sua battaglia potete aiutarla qui.

E in Italia?

Lo scorso luglio è stata presentata una proposta di legge  che, se approvata, tra le varie cose consentirebbe la coltivazione personale e associata (sul modello dei cannabis club spagnoli) per uso ricreativo e la detenzione personale di una piccola quantità (cinque grammi che diventerebbero quindici nel proprio domicilio).

Il problema è che è stata lasciata fuori la coltivazione casalinga a scopo medico. Sarebbe dovuta essere la punta di diamante della proposta, se si pensa che dal punto di vista terapeutico, la cannabis e i farmaci a base di cannabinoidi vengono molto usati da alcuni pazienti nelle terapie del dolore ma vengono dati gratuitamente solo nelle farmacie ospedaliere e solo dopo parere positivo del medico curante. E la cosa strana è che se questi farmaci si prendono in ospedale va bene, se invece un paziente viene beccato che se la coltiva da sé, incorre in un reato amministrativo [il reato non è più penale].

Si spera che, quando [se] la proposta diventerà legge, un giorno non troppo lontanto venga concessa alle persone malate l’autorizzazione a coltivarsi erba per finalità terapeutiche, con tutte le valutazioni del caso.

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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.