Liscio, Senza Ghiaccio, Di Nick Hadikwa Mwaluko

In Str8, No Chaser, unǝ non specificatǝ protagonista africanǝ senza nome è alla ricerca di quel comfort queer che assume la forma di incontri sessuali durante la transizione della propria identità di genere da femminile a maschile. La/Il protagonista è alla ricerca di “materiale” per saperne di più sulle donne, prima di diventare un uomo, anche se l’arco narrativo fa un ottimo lavoro nel mettere in primo piano uno spazio fluido e transitorio attraverso il quale la/il protagonista naviga.

di GRIOT - Pubblicato il 09/12/2021
Illustrated by @sylviakdoodles

Sto facendo ricerca sulle donne prima di diventare un uomo. So che con un corpo nuovo e un nuovo pene, la mia vita sessuale sarà completamente diversa, e voglio prepararmi bene prima dell’operazione. La maggior parte dei ricercatori preferisce studiare sui libri. Io invece preferisco gli esseri umani. Conoscere in prima persona come gestire una donna etero è fondamentale per la mia sopravvivenza in quanto (neo)uomo.

Inoltre dubito che ci sia un libro che spieghi come raggiungere un orgasmo quando un pene nuovo di pacca incontra una passera matura. Se un dottore o qualsiasi professionista medico stesse pensando di scriverlo, sarei molto felice di offrire i miei servizi. Titolo immaginario per un libro immaginario: “Nuovo pene, passera matura. Le mie connessioni libidinose.” Sottotitolo suggerito “Nuovo pene, ancora più lungo e più brutale di qualsiasi dittatore nigeriano”. Poi aggiungerei una breve réclame per la mia raccolta fondi nella parte delle citazioni, o qualcosa del genere.

Tornando alla mia ricerca. Ho ristretto le mie opzioni a tre tipi di donne: una prostituta di 150 chili di qualsiasi razza di qualsiasi regione del mio amato continente, anche se preferisco quelle della parte orientale, con la loro attaccatura alta, gli zigomi prominenti, i denti sottili, i polsi e le anche spigolosi; numero due, una ragazza bianca (straniera) e una nera del posto nello stesso letto per quello che chiamo ‘Idi Amin Swap ‘n’ Mop(1) uno ‘scambio inaspettato’, come lo definisco io. Immaginate pedine di scacchi umane, bianche e nere, scontrarsi in una partita accesa come metafora del mio corpo affamato che vuole far punto e infine l’anonimato. In francese—l’anonymat. Mi piace di più la pronuncia francese perché lascia spazio al desiderio… pesa come un orgasmo che coglie di sorpresa, quando ce l’ho sulla punta della lingua in francese, non importa quanto sia stentato e con un accento dell’Africa orientale—l’anonymat.

Ho fatto un elenco di ‘must’ che le mie prede devono avere. Tutte le ragazze devono essere rigorosamente di sesso femminile a livello anatomico. Femmine nate tali e non uomini diventati donne. No travestiti africani, no ragazze con il pisello, no uomini o donne che confondono i confini fra un genere e un altro, o che rappresentino un mix di un genere più complesso. No regine africane, Beyoncé senegalesi, no Monnalise nigeriane tinte di nero ebano subsahariano e soprattutto no stronze. Non posso godermi donne africane che sono state circoncise – vade retro! Non sopporto la donna africana ‘di campagna’ con la fluorosi, i denti marci scoloriti per l’acqua non potabile che hanno bevuto nei tuguri delle loro baraccopoli. Non mi piacciono le albine, no disabili, no deformità. Odio gli orrori della carne umana! Sorde e/o mute vanno bene, possono fare domanda. Meticce, ragazze cappuccino, bi-etniche (0.5) (2), quadroon (3) (0.25), rifugiate… il top, quelle sono le prime della lista, insieme alle danzatrici del ventre Egiziane.

Le donne istruite sono il meglio. Il meglio del meglio. Donne africane istruite riconoscono la differenza fra la ‘t’ e la ‘d’ così che ‘ti amo’ non suona ‘di amo’. Nigeriane con dottorato di ricerca prendono un bel dieci. Nigeriane sposate con un dottore prendono voti ancora più alti. Nigeriane sposate con dottori che operano chi vuole cambiar sesso, non esistono. Devono essere etero, rigorosamente etero, integerrime. Con integerrime voglio dire che non devono aver avuto nessun tipo di esperienza, né curiosità nei confronti di persone dello stesso sesso. Dovrebbe essere una che, ad esempio, immaginiamo stia camminando una sera. All’imbrunire. La stradina sterrata con buche qua e là, linee di luce e ombra che si alternano. Diciamo che a un certo punto questa incontri un piccolo ratto che trova carino. Ecco, se sospettasse che quel ratto fosse una lesbica butch (4), dovrebbe scappare via dalla paura, oppure sarebbe una di quelle che andrebbe subito a lavarsi, se la cassiera del supermercato accidentalmente le sfiorasse il palmo della mano dandole il resto; o di quelle tipe nauseate alla sola idea di entrare in un bar pieno di lesbiche. Ecco così dovrebbero essere. Assolutamente etero.

Fortunatamente conosco una puttana sui 150 chili che se ne sta sempre da Kimani, il bar all’angolo della mia strada. Io le piaccio. Non sto scherzando, me l’ha detto lei che ero il suo tipo, una volta in cui era ubriaca marcia. Ero al settimo cielo e ho ricambiato facendole una bella radiografia. Ho pensato a quelle chiappe soffici e alle caviglie sottili come il collo di una bottiglia di birra. Un vitino di vespa e due anche fatte apposta per far figli. La guardo ed è come se uscissi fuori da un piccolo armadio, dentro una stanza inondata di luce. La magia sotto forma di meraviglia che mette in luce un miracolo. Niente male, davvero niente male. Ma come faccio a chiederle di darmi il culo? Nei film, soprattutto quelli Nollywoodiani (5) avete mai notato che è sempre un po’ un momento conflittuale, dove la tensione è alta? La scena rallenta in un dialogo frammentato benché serio, quando la star principale, un uomo nigeriano etero, deve chiedere ad una ragazza nigeriana etero di dargli il culo. Lui con il braccio in relax appoggiato al divano, sorseggia lentamente una birra con nonchalance guardandola con la coda dell’occhio. Forse la sorella gemella più bruttina dell’attrice, che sta guardando lo stesso film in salotto, se ne andrebbe tutto d’un tratto, lasciando intendere con la sua uscita di sorpresa, che una scena intima tra due privilegiati adulti Africani consenzienti, sta per iniziare.

A seconda della sensibilità sperimentale del regista, si può passare a una scena sulla spiaggia, dove la coppia mano nella mano passeggia fra le onde sulla riva, poi tagliare sulla scena in salotto quando le onde, che si fanno sempre più grosse, ci riportano al momento presente. Di nuovo un primo piano, ancora più netto, sugli occhi dell’attore per aggiungere un po’ d’intrigo, lo sguardo fisso nello spazio circostante mentre cerca le parole esatte per comporre la frase al momento giusto e sa esattamente quando lo è, e quando deve chiedere e agire, perché è nato con tutti i ‘crismi sociali’ possibili. Ma cosa dovrei fare io? Quali sono i miei ‘crismi’? Come posso mettere in scena ‘la vera mascolinità africana’ senza che risulti in una performance? Come reagirebbe un ‘vero’ uomo africano quando non è ancora un uomo, bensì solo Africano? Che cosa dovrei fare? Riempirla di altri drink? Essere gentile? Essere diretto, ma non troppo, perché potrebbe poi risultare offensivo? Darle il la e sperare che prenda l’iniziativa? Non è che ci sia granché in palio – una puttana non dice di no troppo spesso – ma lo scopo della mia ricerca è procedurale, per sapere come agire da etero quando sarò diventato un uomo in Africa.

‘Signorina? Vorrebbe..?’ Metti in pausa. Fermati, fermati, fermati, bello mio. La vocina interiore, dubbiosa e ipercritica, passa una lista da spuntare alla voce esteriore, quella parlante. Tremo. Potrebbe essere ansia sociale da prestazione, qualcosa decisamente non da uomo africano, bello mio. Premi il pulsante di riavvolgimento, prova ancora. La prossima volta cerca di essere più assertivo, più aggressivo, di modo che lei pensi che hai autocontrollo. Dotati di tutto l’arsenale a tua disposizione! Ricordati che hai un mostro di mega pene nerissimo fra le gambe, così groooosssso da non stare nelle mutande. Sarebbe bello se in un mondo dove ci fosse giustizia sociale, il tuo super mega pene nero potesse avere una sua pagina Facebook. Due pagine. Pagina uno sconfinerebbe nella due, perché il tuo cazzo insubordinato non potrebbe essere contenuto, controllato, dimesso, negato. Il punto è: essere sicuro è la chiave. È un tuo diritto.

Ok, ho capito. Bene, ora vai! ‘Um, signorina, forse, um…’ Fermati, fermati, premi stop. Andare a tentoni non serve a nulla. Vai all’attacco. Gioca la carta del terrorista verbale. Spara parole a zero. Il tuo obiettivo deve essere preciso, chiaro come un’esplosione alle sue orecchie. Cerca di visualizzare. Pensa ‘forte’, pensa ‘hardcore, duro, dalla faccia irriducibile’. Pensa alla preda, alla caccia, all’inseguimento, all’uccisione. Pensa come un vero uomo africano. Proprio come tuo padre. Ecco, pensa a tutti gli uomini africani della tua vita che mai hanno mostrato pietà nei confronti di una donna africana.

Ed ecco che dico:‘Puttana’ dillo ancora e più forte, ‘PUTTANA, adesso andiamo a scopare.’ ‘Certo tesoro, un altro giro di birre e poi scopiamo’. La sua voce ha la consistenza di notti lunghe, con uomini chiassosi affollati in una stanza piena di fumo. Passi strascicati, suo padre assente torna a casa ubriaco, il suo corpo come una pistola carica che spara gesti osceni, bestemmiando, maledicendo, come se le parole fossero granate proprio sulla sua linea di fuoco. Si fa piccola, sempre più piccola, da innocente ragazzina africana a donna africana abusata che resta invisibile agli occhi degli uomini nella sua vita, che anche se urlasse all’infinito non la guardarebbero e, se lo facessero, non la vedrebbero comunque, e se la vedessero, lei non sarebbe lì. Si copre le orecchie per anestetizzare il cuore, gli occhi chiusi in un silenzio scuro perché vede il padre, suo padre, quel padre è lei, ovunque. Lei sempre, fino all’eternità.

Voglio entrare in quel suo incubo come in un sogno. Una lunga e sottile linea melodica che tesse promesse attraverso la forza vitale che solo la poesia riesce a far scaturire. Parla le parole di una vita che condividiamo. Se solo potessi. Se solo potessi raccontarle la mia di verità. Se solo potessi dirle che la conosco, perché io sono lei. Se solo potessi dirle che quando mio padre rientrava a casa barcollante e pisciava fuoco su di me, anche io chiudevo gli occhi, fino a quando non ho reinventato me stesso, creando un mondo in cui gli uomini africani dal pene immaginario sanno esattamente cosa significa essere una donna africana invisibile.

Dovrei dirglielo? O la mia confessione spazzerebbe via la mia mascolinità?

Parole,
Parole,
Parole…
Il fuoco che ti voleva bruciare voleva anche purificarti
Parole,
Parole,
Parole…
Quel fuoco purificatore era violenza nera
Parole,
Parole,
Parole…
La violenza nera se ne va in giro, consumando una generazione dopo l’altra. Un dolore penetrante, che oltrepassa il cuore, schiacciando, poi urlando in punti che ti hanno detto non possono essere amati, voluti, raggiunti, perché non posso essere toccati.
Parole,
Dolore che non può essere espresso perché sei un uomo africano
Parole,
Dolore che non può essere espresso perché sei una donna africana
Parole,
Dolore che non può essere espresso perché sei una queer africana
Parole,
Dolore inespresso è il perché hai la rabbia dentro.
Parole,
Intoccabile, invisibile,
Non udita, non richiesta.

Come si reclama il dolore inespresso. Come lo si trasforma in un miracolo, uno di quelli che guarisce, che ridistribuisce il danno. C’è un mondo oltre questa Vita, che è vivo. Lo volete vedere? Se sì, chiudete gli occhi. Lei vuole farlo. Lei sogna. Crescendo, il sogno fluttua. E quando fiorisce nel suo scopo, lei lo prende, lo prende tutto.

Lei: Non sei un uomo africano.
Io resto di sasso.
Lei: Gli uomini africani mi vogliono vedere morta. E anche quelli bianchi.
Io: Morta?
Lei: Tu non mi vuoi morta. Chi sei? Non sembri né una donna, né un uomo.
Io: Sono entrambi e nessuno. C’è una guerra tra le mie gambe, la vedi?
Lei: Ce n’è una anche fra le mie. La mia fica è la mia guerra civile, vedi?
Lei apre le gambe. Chiude le gambe. Apre gli occhi. Il sogno è morto.

Torniamo da Kimani, quel bar putrido, sporco, disgustoso. Ci facciamo altri drink, pago, lascio la mancia e ci arrampichiamo su per le scale con una confezione da sei finché non arriviamo nella mia stanza in una fetida pensione. La mia affascinante ed economica bettola: mozziconi di sigarette, mura fatte di sterco di mucca inclusi; cespugli bruciati 19in giardino, foglie o carta igienica come opzioni per pulirsi nei bagni in comune, a piacimento. Attenzione a non inciampare sui panni da lavare buttati a terra, mutande sporche di mestruo (il mio) dell’ultimo mese. Casa dolce casa, Benvenuti!‘

Puttana, devo andare in bagno’. ‘Certo dolcezza, fai quello che devi fare, intanto io mi metto comoda’.

Ci sono strumenti. Ci sono tattiche. C’è il terrore. I misteri della vita non sono più oscuri di una prostituta con 150 chili di gambe divaricate pronta a scopare, credetemi. Posso prendere un dildo di 40 cm fatto su misura dal cassetto del comò e arare tutta la notte a luci spente, rifiutando di spogliarmi. Mezzo vero, mezzo sogno. Oppure leccarla e farle ditalini usando tutta la magia lesbica possibile, e finirla con un 30 cm che tengo nella valigia sotto il letto, prendendola di sorpresa mentre riposa. Oppure potremmo parlare tutta la notte, con la sola eccezione che io non posso dire una parola, nemmeno una. Non posso dirle che ho ventisette anni e sono ancora vergine. Non posso dire che devo scoparla per mostrare di essere un uomo come papà, perché non so come esserlo. Non posso dirle che è il mio rito di passaggio (da uomo), quella cosa che devo scopare ma che nessuno mi ha spiegato come.

Più bevute, più silenzio, me la sto lavorando, mentre penso se scoreggerà mentre la sto leccando. Le assi del letto traballano mentre noi scuotiamo tutto. Mi viene in mente che è più lavoro di quel che penso, e che lei sta godendo un fantastiliardo in più di me. La testa all’indietro, gli occhi chiusi, geme con forza poetica mentre me la lavoro, con flessioni tra la rottura e il disastro, scavando come un minatore disperato della baraccopoli, in cerca di diamanti. Mi chiedo se dietro quegli occhi chiusi stia pensando a qualcun altro, o a me mentre viene raggiungendo un climax miracoloso – Oi! Oi! Oi! Oi! Oi! Che poi muore – Aaaaaah – poi all’improvviso il letto crolla sul pavimento – Tump – e il mio vicino di sotto, dalla faccia da maiale, viene su dalle scale scricchiolanti, battendo alle porta, dicendo che chiamerà la polizia se non la smetto con gli schiamazzi notturni – Brutto stronzo! dice. Per caso ha sorriso mentre mi chiamava “Stronzo”?

Non ci guardiamo. Ci rivestiamo fissando qua e là i bicchieri di plastica tra un sorso e l’altro. Prendo appunti mentali mentre lei arrotola le calze. Ce l’hai fatta, amico! Congratulazioni. La tecnica lesbica ha funzionato bene con lei, veramente bene. Leccate, ditalini, la punta della lingua flessibile, improvvisazione e un fare l’amore senza copione, ecc. Una graaaan risorsa. Dovrò proprio farne uso con le donne etero quando sarò diventato un uomo. Nota per me stesso: Il pene rende maschio? Hai notato come l’orgasmo l’ha liberata dal suo corpo mentre era nel suo corpo. Quindi: gelosia. Non vuoi essere libero dal tuo corpo? Andare oltre il tuo corpo? Ovviamente questi punti/interrogativi restano, ma sembrano molto meno problematici per qualche strana ragione.

ASP (Annuncio di servizio pubblico) – no tiraci una riga sopra – APSP (Annuncio di potenziale servizio pubblico) Uomini africani, attenzione! Per favore considerate quanto segue: forse c’è una lesbica in ogni relazione, o forse ci dovrebbe essere.

Forse ogni relazione avrebbe bisogno di una lesbica perché un uomo dovrebbe sapere come amare una donna nella maniera in cui una donna ama una donna. Forse le migliori relazioni, forse le migliori coppie sono composte da tre elementi – un uomo, una donna e qualcun altro, qualcuno che non deve essere un uomo, o una donna, per cui tutti possono esistere. Soltanto esistere.

– Dov’è il mio portafoglio? Mi chiedo mentre mi raddrizzo, notando che mancano dei soldi.
– E come faccio a sapere dove hai messo il portafoglio?
– Brutta stronza! – Ho ricevuto un gran esempio da mio padre, per come parlava in maniera romantica a mia madre – Tu brutta idiota, stupida, grassa, fottuta, pezzo di merda, razza di stronza, quando me li hai rubati? Quando ero sopra di te? Te li sei nascosti tra le pieghe della ciccia, brutta figa, puttana che non vali nulla.’

Si precipita giù dalle scale, grazie a Dio. Sollevo il materasso per cercare di sistemare le assi del letto e vedo un mazzo di banconote e qualche spicciolo caduto a terra. Mi sento male, così male che mi sento sprofondare. Io e la mia boccaccia. Non ha preso un centesimo, nemmeno uno e non ha nemmeno goduto alla fine. Dopo tutti quegli insulti, se n’è andata calma e tranquilla. Certo, non era un granché, ma è comunque un essere umano, forse più degli umani perché la sua debolezza è così pura. Vorrei recuperare, ma ormai è andata. E poi non le ho nemmeno chiesto il suo nome. Torno da Kimani e chiedo al barista se l’ha vista. Certo che l’ha vista, dice.– Ma non posso darti un altro drink – Dice – Basta, Vattene per favore.

‘Liscio, senza ghiaccio’,  è parte della serie ‘Boo. Storie di genere decolonizzate’ , una raccolta di storie di autrici/autori africanз che sfidano la cateogorizzazione di genere binaria da una prospettiva decoloniale. Boo è ideato da Agnese Roda, traduttrice e antropologa sociale italiana basata in Sud Africa, e Nick Mwaluko, autorǝ tanzanese basato in California. Ogni due mesi GRIOT ospita una storia in triplice lingua del progetto ‘Boo. Storie di genere decolonizzate’.

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