Le Figure Spettrali Di Sandra Mujinga Evocano Storie Oscure E Un Presente Torbido

Al centro del lavoro dell'artista c'è la critica della violenza della rappresentazione. Spectral Keepers, la sua personale a The Approach, è aperta fino al 18 aprile.

di Eric Otieno Sumba - Pubblicato il 13/04/2021
Sandra Mujinga, Spectral Keepers, 2021, vista della mostra a The Approach, Londra. Courtesy dell'artista e The Approach, Londra, e Croy Nielsen, Vienna. Foto: Plastiques

La storia di come Sandra Mujinga è diventata un’artista che lavora con i tessuti è bellissima. Sua madre ha studiato moda, ma ha preferito lavorare in settori meglio retribuiti, anche se non ha mai perso il suo interesse creativo. Per sua stessa ammissione, una bambina tranquilla e timida, Mujinga ricorda quanto si divertisse e fosse brava a disegnare. A un certo punto ha anche pensato di diventare un’illustratrice—dopo aver visto Il re leone della Disney (1994), quando aveva sei anni, incuriosita da come fosse stato realizzato. Ma non ha mai saputo realmente che l’arte sarebbe potuta essere la sua professione. “Volevo diventare un’architetta, quindi feci domanda per studiare architettura insieme ai miei amici; loro entrarono, io no.” Quando confessò al(la) suo/sua insegnate i suoi interessi, fu incoraggiata a prendere in considerazione l’Accademia d’Arte di Malmö dell’Università di Lund, dove è stata accettata. “Sembra un caso, perché sono stato educata a pensare alla praticità. Eppure, qui realizzo abiti, ma non sto lavorando nella moda.”

La maggior parte dei vestiti che Mujinga realizza sono difficilmente indossabili, per non dire che sono del tutto poco pratici. Manifestazioni delle varie forme amorfe dell’immaginazione di Mujinga, le sue creazioni sono indipendenti, fluttuanti o drapeggiate su figure antropomorfe mistiche con effetti intriganti.

Il discreto swoosh bianco sul suo maglione nero fa pensare che Mujinga lo indossi a casa, nella gelida Oslo, da dove si unisce alla nostra videochiamata.
Ha appena finito di installare il lavoro per la sua mostra personale Spectral Keepers, nello spazio londinese The Approach. Programmata per essere aperta a gennaio, la mostra è stata posticipata a causa delle restrizioni COVID-19. Sembra sollevata che sia finita e che sia stato più facile del previsto; è stata in grado di sfruttare l’esperienza precedente per dare istruzioni dettagliate sull’installazione delle sue figure proteiformi.
Sandra Mujinga, Flo, 2019, vista dell’installazione, Bergen Kunsthall. Courtesy dell’artista, The Approach, Londra e Croy Nielsen, Vienna. Foto: Thor Brødreskift

Negli ultimi anni l’artista si divide tra Berlino e Oslo, in coincidenza con un cambio fondamentale nella sua pratica. “Ho cercato di collaborare di più con altre persone, e Berlino è sempre stata un luogo ideale in termini di networking: è lì che ho incontrato tutte le persone con cui ho lavorato per un lungo periodo di tempo.” Il COVID19 e la crisi hanno segnato un ritorno a Oslo, che, grazie al suo solido sostegno alle/agli artiste/artisti, rimane una base ideale per tramare progetti ambiziosi. “Spesso non avevo la pazienza di aspettare il tipo di conversazioni [a Oslo] che volevo avere,” spiega. “Per me è stato più facile trovarle in altri posti, come Berlino.” Ora, tuttavia, crede che ci sia spazio per l’impegno a Oslo, anche se non senza limitazioni, dal momento che la lingua norvegese è, come dice lei, “piuttosto giovane per quanto riguarda i discorsi sulla Blackness.”

I social media le sono stati utili a Berlino per connettersi. E se non ci riusciva: “Andavo agli eventi e mi avvicinavo alle persone come uno squallido agente di modelle. Fermavo le persone nei club e chiedevo loro di far parte dei miei progetti artistici.” Tuttavia, è consapevole delle crescenti critiche alla proliferazione della bolla artistica anglofona a Berlino, che spesso ospita persone come lei a discapito dei non inglesiartistə e lavoratorə BIPOC di lingua e/o tedeschi, che non sono ritenutə sufficientemente “internazionali” (come hanno sottolineato i recenti progetti dell’artista berlinese Moshtari Hilal e di Sinthujan Varatharajah, che ha partecipato all’11a Biennale di Berlino). Tuttavia, Mujinga ha cercato la comunità afrotedesca, ciò che inizialmente l’ha attratta in città, anche se ora è tra quelle che ha maggiori probabilità di essere spostata a causa di un numero crescente di gallerie, caffè e concept store esclusivamente anglofoni che ignorano che, oltre al tedesco, si parla ampiamente anche turco, arabo e russo.

Sandra Mujinga, SONW, 2019–20, vista della mostra, Bergen Kunsthall. Courtesydell’artista, The Approach, Londra, e Croy Nielsen, Vienna. Foto: Thor Brødreskift
Interessato all’evoluzione del lavoro di Mujinga, le chiedo del suo uso di diversi media—fotografia, performance, video, scultura—e materiali che vanno dai tessuti delicati alle camere d’aria in gomma, alla plastica. Le sue idee, mi dice, prendono forma simultaneamente attraverso diversi media: “Il modo in cui creo le superfici dei tessuti dipingendo strati su strati di PVC, come una pelle di rifiuti di plastica, si riferisce al mio approccio al montaggio dei video.” Per illustrare meglio il suo punto, mi parla della sua performance Clear as Day (2017), lavoro in cui ha esplorato le sculture indossabili: l’idea degli esseri umani come grucce che modellano e influenzano il movimento del tessuto. Gli abiti indossati dalle/dai performer sono sorprendentemente simili a quelli indossati dalle figure scultoree di grandi dimensioni nella sua successiva mostra Midnight (2020)—anche se più piccoli e dai colori più vivaci, in arancio fiamma e verdi fluorescenti. In Midnight, l’assenza di corpi umani conferisce agli abiti una piattezza inquietante: l’influenza del teatro delle ombre sulle forme scultoree di Mujinga è chiara. Al centro del suo lavoro, c’è una critica implicita alla violenza della rappresentazione—cosa significa essere sotto i riflettori piuttosto che muoversi nell’oscurità o simulare opacità per evitare stravolgimenti?
Sandra Mujinga, Clear as Day, 2017, performance documentation, Norwegian Sculpture Biennale. Courtesy dell’artista, The Approach Londra, e Croy Nielsen, Vienna. Foto: Audun Severin Eftevåg

Dopo essersi formata in scultura testuale all’Accademia di Belle Arti di Vienna come parte dei suoi studi a Malmö, Mujinga ha anche sviluppato le sue pratiche fotografiche e video come mezzo per documentare le sue performance. Mujinga si sente attratta da ciò che definisce “video scultoreo”. “Cerco di catturare la dimensionalità di qualunque cosa rappresento nei miei video,” spiega.Ad esempio, per creare il video dell’ologramma Flo [2019], ho usato la tecnica del fantasma di Pepper [un’illusione in cui l’immagine di una figura ben illuminata, fuori dalla vista del pubblico, si riflette sul palco], pensando alle nostre impronte digitali.” Fin dall’inizio, Mujinga si è opposta a realizzare un lavoro al quale il pubblico sarebbe stato messo semplicemente di fronte, che avrebbe consumato e da cui poi si sarebbe allontanato: voleva che la sua arte fosse coinvolgente, e mentalmente coreografò persino come si sarebbero mosse le persone intorno a ogni pezzo.

In Human Archipelago (2019), l’autore nigeriano-americano Teju Cole scrive: Il tempo è un paesaggio. Qua e là alcuni nomi, come chiavi appoggiate su carta fotosensibile. Giornata luminosa, ombra forte. Queste riflessioni poetiche mi vengono in mente mentre Mujinga mi racconta della sua infanzia. Sebbene la nozione di afropolitismo sia stata contestata, da quando è stata resa popolare per la prima volta dall’autrice Taiye Selasi nel suo saggio del 2005 Bye-Bye Babar, è un’espressione che si presta bene all’educazione di Mujinga. La sua infanzia è stata quella in cui, per citare ancora Cole: ‘La cittadinanza non aveva nulla a che fare con la nazionalità. E la realtà della cittadinanza era indipendente da qualsiasi documento rilasciato o trattenuto dallo stato.” Contro ogni previsione, Mujinga è stata cresciuta per essere a casa nel mondo. Nata nel 1989 a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), è emigrata con la sua famiglia in Norvegia all’età di due anni, dove è stata istruita fino a quando la sua famiglia si è trasferita in Kenya, quando era una giovane adolescente.

“Mia madre voleva che avessimo questa sensazione di non essere sempre l’Altra/l’Altro, di non esistere sempre in quella relazione. Quindi, ci ha trasferite fuori dalla Norvegia per alcuni anni, e sono molto felice che l’abbia fatto.” La famiglia di Mujinga ha vissuto a Nairobi per tre anni e mezzo. Inizialmente Mujinga ha frequentato la piccola scuola della comunità cristiana norvegese, prima di intraprendere il difficile passaggio all’istruzione keniota. “Per un po’ ho fatto homeschooling perché non superai il test di ammissione per la scuola keniota, e alla fine dovetti iniziare da una classe inferiore. Quel periodo della mia vita tutt’oggi mi plasma, perché era normale svegliarsi alle 4 del mattino e studiare prima di andare a scuola alle 7 del mattino… devo solo persistere.” Ma ci sono anche bei ricordi. Oltre a godersi le visite dei parenti della Repubblica Democratica del Congo, si è immersa nella cultura giovanile di Nairobi, in particolare nella musica, muovendosi negli stessi ambienti dei Longombas, un duo musicale keniota di discendenza congolese che all’epoca era enorme.

Sandra Mujinga, Camouflage Waves 1, 2018, Courtesy dell’artista, The Approach, Lonra, e di Croy Nielsen, Vienna. Foto: Jan Søndergaard

Si rende conto che l’esperienza l’ha cambiata. “Tornata in Norvegia, mentre l’insegnante distribuiva i compiti io li completavo e li consegnavo subito. E l’insegnante mi diceva: “Oh, no: è per la prossima settimana; calmati!” Ero davvero affamata [di imparare]; Ho anche scritto saggi extra.” La perdita di entrambi i genitori a distanza di due anni l’una dall’altro mentre era ancora adolescente ha reso Mujinga estremamente concentrata sul suo viaggio, e ha rapidamente abbracciato l’indipendenza, come la sorella maggiore, affiancata da suo fratello, da sua sorella e da due sorellastre/fratellastri. Alla scuola d’arte, il consenso accademico era che lei ‘stesse solo facendo le sue cose’. “Mi sono sempre preoccupata molto della mia pratica, ma non si è trattato di riconoscimento; piuttosto, di insistenza. Quella sensazione quando dici qualcosa, poi qualcuno chiede: “Oh, cosa stai dicendo?” E lo ripeti, finché non dicono: “Ah”. Poi lo dici ancora e ancora e ancora.”

È stato un ragionamento personale, e allo stesso tempo una scelta voluta di sperimentare qualunque cosa accadesse: “affrontare la sua essenza”, come descrive lei. Mujinga ha trovato ispirazione nella narrativa e nella teoria. “Octavia Butler mi ha dato molto. Le sue opere sono state importanti per me perché non aveva paura di decentrare l’umano, il che si è allineato bene con il mio processo di pensiero. Anche Queer Darkness [2015] di Zach Blas è stato significativo ed è servito da incentivo a leggere Fred Moten e, più recentemente, Afropessimism [2020], di Frank B. Wilderson III.”

Sandra Mujing, Mítáno, 2020, tulle e cotone, filo di nylon, barre filettate, morsetti, calcestruzzo cellulare. Courtesy dell’ artista, The Approach, Londra, e Croy Nielsen, Vienna. Foto: Plastiques

Per la sua mostra a The Approach, Mujinga ha prodotto quattro nuove sculture in tulle verde semi-trasparente, che possono essere raggruppate e stratificate per diventare opache. Ispirate ai copricapi degli apicoltori medievali, le forme, come alcune delle prime sculture di Mujinga, sono immerse in una luce verde. Il processo creativo alla base di queste nuove sculture riecheggia le tecniche di produzione che ha utilizzato in Flo. Entrambe le opere riflettono il pensiero di Mujinga sui fantasmi che infestano l’umanità contemporanea, da quelli che creiamo con le nostre impronte digitali agli spettri persistenti del colonialismo e della distruzione ambientale. Mujinga è entusiasta di esplorare se l’apparizione contemporanea di molti di questi fantasmi sia analizzata come drammaticamente distopica o, piuttosto, come un’insignificante rivelazione dei nostri fedeli compagni effimeri. In un cenno alle modalità inquietanti della tecnologia di acquisizione dei dati e alla propensione di Mujinga a costruire il personaggio all’inverso, da brandelli e frammenti, ciascuna delle nuove sculture presenta un cesto, che funge da interrogazione dei meccanismi di cattura.

Tutto questo risale all’opacità e alla trasparenza,” mi dice Mujinga quando le faccio domande sulle questioni che ricorrono nel suo lavoro. La sua performance You Are All You Need (2019) ha toccato temi quale l’eruzione del vulcano Nyiragongo, nella RDC nel 2002. Invece di discuterne direttamente, due performer, interpretando i ruoli di artistə che vengono dal futuro, discutono il motivo per cui sono scomparsə dopo l’evento sismico, che unə di loro potrebbe aver causato.Stavo pensando se in questo mondo posso apparire come vorrei apparire. O se è impossibile,” dice. “Questa è la ragione per cui  per me è molto importante perseguire pratiche e impegnarmi in discussioni—come mi ha ricordato l’afropessimismo—che non hanno soluzioni.”

Sandra Mujinga è un’artista e musicista. È candidata al Preis der Nationalgalerie 2021. Nel 2020 ha tenuto una personale a Vleeshal Middelburg, nei Paesi Bassi.Spectral Keepers’, la sua personale a The Approach, Londra (Regno Unito) è aperta fino al 18 aprile. Entro la fine dell’anno terrà una personale all’Istituto Svizzero di New York (Stati Uniti) Vive a Oslo (Norvegia), e a Berlino (Germania).

Questo articolo è originariamente apparso su Frieze Magazine Issue 218, Aprile 2021.

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Sono uno ricercatore e studioso di decolonialismo. Lavoro sull'intersezione tra giustizia sociale, politica, economia, arte e cultura. Amo leggere, ballare, andare in bicicletta e il capuccino senza zucchero.