“Non Ho Bisogno Di Essere Qualcosa Di Nuovo” | Latedjou In Conversazione Con Sofia Jernberg

Latedjou conversa con la cantante sperimentale, compositrice e performer Sofia Jernberg in occasione della sua performance romana a Short Theatre Festival.

di GRIOT - Pubblicato il 01/09/2021
Latedjou (sinistra) Sofia Jernberg (destra). Foto: Kyamelo, Jon Edergren. COURTESY

La voce di Sofia Jernberg è affascinante. Scoprire una cantante che cura e allena con serietà la sua voce come fosse uno strumento è sempre un motivo per osservare in silenzio.

Le prime note che le emergono da dentro evocano il silenzio; si ascolta e si osserva mentre l’artista manipola una vasta gamma di atmosfere e luoghi apparentemente distaccati, che sono fondamentalmente collegati da un unico corpo. È musica, ma anche performance omnicomprensiva. Che sia premeditato o improvvisato, ci vuole sempre conoscenza di sé, generosità e sincerità per attingere alle proprie vicende interiori e condividerle con gli/le altrз.

I suoni sono variegati. Molti sono un amalgama di realtà sonore immaginarie; altri potrebbero già esistere. A volte si riconoscono suoni che potrebbero essere stati prodotti da un animale o da un dispositivo elettronico. Per imitare qualcosa che è in una lingua che non è la nostra, bisogna essere ottimз ascoltatorз. Tra molte altre cose, Sofia Jernberg è un’eccellente ascoltatrice che trasforma splendidamente informazioni viventi in puro suono. In questa conversazione, ci immergiamo nel modo in cui si relaziona con il suono e la sua voce, e nei percorsi che hanno forgiato queste relazioni.

Latedjou: Sofia, come hai trovato la tua voce: il tuo sound?

Sofia Jernberg: Quando ero più giovane, ho vissuto in Etiopia e in Vietnam, dove lavorava mia madre. Quegli anni hanno davvero plasmato me e le mie influenze musicali, perché non ascoltavo musica occidentale. Stavamo all’ambasciata e non c’erano né radio né TV, quindi ascoltavo la musica tradizionale che c’era in giro.

Cantavo molto. Quando stavamo per tornare in Svezia, mia madre pensò che forse mi sarebbe piaciuto andare a scuola di coro. Ho fatto domanda e sono stata accettata, e questo ha cambiato tutto. Sono stata molto sola fino all’età di 10 anni; cantavo da sola, amavo la musica e basta. Non vengo da una famiglia di musicisti, quindi ero quella strana, anche tra i miei amici. Tuttavia, alla scuola di coro, sono entrata in contatto con altre persone e cantavamo quasi ogni giorno. È lì che ho imparato a leggere la musica e ho ricevuto una formazione occidentale. Voglio dire, non era come un istituto di istruzione superiore, ma ti dava input su come cantare. Cantavamo musica contemporanea, canzoni popolari svedesi e anche roba tipica da coro. Durante la scuola sono stata introdotta alla musica classica e volevo davvero cantare quello. Questa era la mia missione nella vita. Quindi ascoltavo sempre l’Opera e musica classica strumentale. Dopo di che, ho continuato a studiare al liceo.

Lì il mio obiettivo è cambiato, perché all’epoca non mi sentivo a mio agio nella scena della musica classica. Ovviamente, ero l’unica persona Nera che conoscevo a farlo. E non c’erano molti Nerз nel coro. È un posto molto conservatore. Almeno lo era allora. Io volevo qualcosa di diverso, così il mio insegnante mi ha introdotto all’improvvisazione. È stato un cambiamento importante perché non sapevo che potessi semplicemente inventarti le cose, o improvvisare ed essere liberǝ.

Sofia Jernberg al Festival Roulette, NYC, 2016. via

Hai detto “non sapevo”. Mi chiedo se magari non lo avessi già dentro di te, ma pensavi che non ti fosse permesso farlo?

Non pensavo fosse qualcosa che si potesse presentare ad un pubblico e che fosse un intero genere. A volte mi piace dire che non lo sapevo, perché l’istruzione è molto importante e cambia molte cose per le persone. Voglio dire, non me lo sarei potuto inventare io.

Così ho iniziato ad improvvisare. Mi ricordo che chiamavo i negozi di dischi e chiedevo se avevano album con voci e persone che sperimentassero con la voce. Ed è lì che è iniziato il mio viaggio, all’età di 16 anni. Ed è ciò che faccio da allora.

Cosa ascoltavi all’epoca?

Ascoltavo un cantante di nome Phil Minton e Diamanda Galás, che in realtà non fa improvvisazione, ma al tempo la ascoltavo molto. In alcuni dei suoi lavori fa molte cose con la voce. Ascoltavo anche Meredith Monk.

Meredith Monk! Stavo proprio per chiederti di lei. Ho scoperto il suo lavoro non molto tempo fa, tramite alcunз improvvisatorз che ho conosciuto a Monaco. Erano un trio. Usano molto la voce e molto del loro lavoro è ispirato da Monk. Ho visto anche un film su di lei e ne sono rimasta davvero affascinata! Cos’altro ascoltavi?

Tanta musica con voci da tutto il mondo, dall’Africa e dall’Asia. Penso che questo mi abbia influenzato più dei nomi di cui ti ho appena parlato. È stato bello ascoltare quello che stavano facendo, ma non è che volessi farlo. E le voci tradizionali di tutto il mondo sono una fonte di ispirazione a cui ritorno, anche oggi.

Forse questa sensazione si verifica a causa delle connessioni che abbiamo con le persone che sono venute prima di noi nel continente, o a causa di come intendiamo l’essere di un luogo, o l’avere legami con esso. Penso che sia forse legato anche a ragioni storiche, anche perché, in generale, tendiamo ad essere orgogliosз delle cose che vengono dal luogo da cui proveniamo. Quando viaggiamo o diventiamo esseri diasporici, ci piace lasciare impronte delle influenze che hanno a che fare con noi. Quando si tratta di produzioni artistiche dell’Occidente, anche se alcune cose ci ispirano davvero nel senso della struttura, o per come vengono presentate, c’è una divisione che avviene nella nostra testa o un’idea chiara che dice, ‘Sono interessata a questo in una certa misura, ma poi ho anche bisogno di quella sostanza. E prendo consapevolmente da dove so e da dove voglio.’

Sì, capisco. Non ci ho pensato. Forse. Insomma, mi considero europea, anche perché sono stata adottata, quindi questo cambia molte cose. Non sono cresciuta in un ambiente Nero. Forse questo spiega perché ho scelto queste voci globali. Perché quando vieni adottatǝ, sembri così diversǝ da come sei. Voglio dire, io sono molto svedese e, naturalmente, so molto anche sull’Etiopia. La mia madre adottiva parla amarico; io non lo parlo, ma ho comunque un forte legame con l’Etiopia. Il fatto è che volevo essere più di un paese in un certo senso. Volevo essere come… come il luogo dove tuttз ci uniamo. Ed è anche per questo che mi piace quando non c’è una lingua, perché così tante persone possono accedere a quello che sto facendo, e mi piace molto cantare! Ho fatto un assolo in Groenlandia, per esempio, e si sono davvero connessǝ con il materiale.

Sofia Jernberg sul palco dell’UH Fest, Polonia (Ungheria), 2018. via UH Fest. via

Fantastico! Parli anche di “vocalizzazione non verbale”, ed è qualcosa in cui mi rivedo attraverso la musica strumentale. Sono molto legata all’idea di rimuovere da una lingua le parole che sono storicamente contaminate o sporche. Quindi, per esempio, parole che si riferiscono al colore della nostra pelle, alla consistenza dei capelli, al tipo di corpo e cose del genere, che sono pesanti e dolorose. Mi piace l’idea di trasformare il linguaggio in un luogo molto più facile in cui respirare e vocalizzare. Quindi, mi chiedevo quale sia il significato di quel suono di per sé, e se è anche qualcosa che hai intenzionalmente messo in primo piano nella tua pratica.

Sì, è molto intenzionale! E ha anche a che fare con il far levitare il materiale verso qualcosa di più elevato di una semplice narrazione, di una drammaturgia o di tutte le domande ‘di-che-cosa-si-tratta’, per renderlo davvero musica pura. Poi c’è anche il bisogno di accessibilità e di poter comunicare con le persone, se non parlano la lingua in cui sto cantando.

Quindi cosa è successo dopo gli studi in musica al liceo?

Ho continuato in un’altra scuola. Non ho mai studiato a livello universitario, cosa molto rara in quello che faccio. La maggior parte delle persone finisce per andare all’università. Io avevo una band e volevo fare quello. Inoltre l’università di Stoccolma, dove vivevo, era molto conservatrice. Non volevo trasferirmi, quindi ho deciso di fare un secondo lavoro mentre suonavo con la band.

Ho imparato molto e sviluppato la mia pratica facendo musica con improvvisatorз espertз. Il mio focus ora è la sperimentazione vocale. Mi è sempre piaciuto essere alla pari con gli strumenti ed essere in un ambiente strumentale senza sottostare ad una narrazione e dover raccontare una storia o essere al centro dell’attenzione. Ho sempre cercato di creare suoni alla pari.

A volte canto anche canzoni con testi, ma penso che i miei generi principali siano il jazz contemporaneo e la musica classica contemporanea. Per l’assolo che farò a Roma, il mio obiettivo è usare la voce come fonte sonora, in modo che non si possa davvero dire se sia una voce, un dispositivo elettronico, un animale o altro. E così, non ci sono parole, né consonanti; niente che ricorda il linguaggio. Solo un suono sostenuto che cambia e si trasforma.

Ad un certo punto hai collaborato con degli/delle improvvisatorз. Chi sono? Mi chiedevo anche se il modo in cui usano le loro tecniche per improvvisare ha cambiato il tuo punto di vista sull’improvvisazione. In particolare, cosa ti hanno portato le collaborazioni?

Ci vogliono molti, molti anni per diventare un maestro nell’improvvisazione. Ha molto a che fare con la presenza e con il processo-decisionale rapido. Devi avere molto materiale nel tuo repertorio ed essere anche in grado di ascoltare tutti gli strumenti contemporaneamente. Ad esempio, se in un gruppo di cinque o dieci persone, devi assicurarti di ascoltare tutti e di ascoltare ciò che è necessario per la musica in ogni momento. Alcune delle persone da cui ho imparato sono svedesi. Ci sono, per esempio, Sten Sandell, Raymond Strid e Mats Gustafsson, con cui lavoro ancora. Tutti e tre sono molto conosciuti nella scena di musica improvvisata europea. Suonare con loro mi ha insegnato senza dover prendere lezioni, semplicemente ascoltando e notando quello che stavano facendo, e andando ai loro concerti.

Cosa significa per te sperimentazione: che posto occupa? Senti che ti dà una certa libertà?

Per me è più importante che gli altri capiscano cosa aspettarsi, perché io canto anche le opere di altre persone, e quando vengo chiamata per fare una performance devono sapere che non sono una cantante d’Opera qualificata, per esempio. Ecco perché uso il termine “vocalist sperimentale”. A parte questo, mi considero sperimentale perché molto del mio lavoro non si appoggia alla tradizione. La tradizione c’è, certo, ma ne è uno sviluppo. Non ho bisogno di essere qualcosa di nuovo o qualcosa di cui non hai mai sentito parlare prima. È solo un approccio più contemporaneo rispetto al tentativo di sembrare qualcosa che è molto fisso, ed è diventato una norma.

Hai parlato di “fare suoni alla pari”. Cosa intendi?

Normalmente, gli strumenti sono in sottofondo e la voce accompagna in primo piano. Questo è il concetto tradizionale. Voglio fare un passo indietro e diventare una cosa sola con gli strumenti. Molte cose mi hanno attratto nella musica strumentale; quel luogo dove il linguaggio non conta più ed è solo musica pura, quando non si può dire che sia un’astrazione delle cose. Non sto sempre in primo piano. A volte il clarinetto è in primo piano, o il pianoforte, o qualunque strumento ci sia. Questo approccio è stato un filone molto importante nel mio lavoro: poter avere quel ruolo di cantante, anche perché non sempre è previsto.

Sofia Jernberg sul palco del Resonant Bodies Festival, Sidney, 2018. Foto: Johan Jutterström. via

È qualcosa che sei riuscita a fare facilmente quando hai collaborato con altri musicistз, o hai incontrato resistenza?

Non con i/le musicistз. Loro sono davvero felici di lavorare con i/le cantanti in questo modo. Sento di avere diversi forti legami con i/le musicistз con cui ho lavorato per diversi anni. Tuttavia, faccio anche Opera contemporanea e, a volte, si sente dire, ‘Ma per favore, devi stare in primo piano e devi indossare questo vestito o qualsiasi altra cosa,’ ma quando discuti queste cose durante il processo, alla fine va sempre tutto bene.

Quante lingue parli?

Due, e capisco un po’ di francese e tedesco.

Essendo una persona ossessionata dal linguaggio, penso che anche le lingue che capiamo siano importanti, perché espandono la nostra comprensione delle cose. Capisci il francese e il tedesco per via dell’Opera?

In realtà ho studiato francese, ma le ho anche apprese entrambe per via di tutti i viaggi che ho fatto per lavoro negli ultimi dieci anni. Ora, il punto in cui c’è per me una relazione tra linguaggio e musica è che se ho un testo da consegnare, devo cantarlo in un certo modo. Ci sono cose che devono essere adattate intorno a me affinché il testo sia in grado di essere proiettato. Altrimenti il pubblico non lo sentirà. Se sto solo cantando una vocale, non c’è bisogno di molti cambiamenti da parte degli strumenti, ma se è un testo, potrebbero dover suonare un po’ più piano. Posso cantare in italiano, tedesco, russo ma questo non significa che parlo quelle lingue. Le imparo e mi esercito molto per avere una buona pronuncia.

Prima stavo guardando una delle tue performance. Ascoltavo semplicemente il suono mentre facevo altro al computer. Improvvisamente, ho sentito un suono elettronico, vibrante. Avevo poggiato il mio orecchino sul mio laptop, quindi ho pensato che fosse quello. Ma quando l’ho spostato, il suono c’era ancora. Sono tornata al tuo video e ho notato che il tuo viso non sembrava stesse emettendo il suono che la tua bocca stava producendo.

Ho lavorato molto per non mostrarlo così tanto sul mio viso. Quindi non puoi davvero capire quale suono canterò.

Lo fai intenzionalmente?

Sì.

Sofia Jernberg sul palco del Resonant Bodies Festival, Sidney, 2018. Foto: Johan Jutterström. via

Come? E perché è così importante per te?

Non lo so. Tutto il teatro e la mimica che a volte i/le cantanti fanno, e che non sono necessari per l’aspetto tecnico, tendono a infastidirmi. Mi piace essere neutrale, in modo che sia il suono a fuoco, non la mia espressione facciale.

Penso che l’intenzionalità sia potente, rende il suono libero di essere qualunque cosa possa essere, perché la mimica invita l’interpretazione del pubblico. Suppongo che mantenere qualcosa di neutro possa dare più portata, non solo per la natura del suono, ma anche per la reazione o la sensazione che il pubblico prova quando sente il suono.

Sì, ha senso.

Il 3 settembre eseguirai Chasing the Phantoms al WEGIL, un ex edificio fascista a Roma. Come ci si sente a suonare in quel luogo specifico, dove le cose venivano pronunciate in un contesto specifico, decenni fa, e averlo giustapposto a te che usi la tua voce nel modo libero in cui fai?

È qualcosa che tendo a sentire solo quando arrivo sul posto. È difficile solo guardando le immagini  sapere quale impatto avrà uno spazio. Mi adatto quando sono sul posto. L’Italia ha anche un legame con l’Africa: ha colonizzato la Somalia e ha anche combattuto guerre contro l’Etiopia, quindi c’è anche quello. Sono felice di andarci e cantare, e ho già cantato in edifici fascisti: ce ne sono molti in giro.

Le presente conversazione è stata accorciata per lunghezza e chiarezza.

Maria-Gracia Latedjou è una cantante, compositrice, violencellista e artista visiva angolana-beninese. La sua pratica artistica oscilla tra sperimentazione e improvvisazione.

SOFIA JERNBERG
Chasing The Phantoms (15′)

Venerdì 3 settembre | 18.oo
WEGIL – Piazzetta
ingresso gratuito

Sabato 4 settembre | 19.oo—20.45
all’interno di CRATERE
WEGIL – Hall
Performance vocale
Prima nazionale

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