Boo – Decolonize Gender | L’Ascesa, Di Nick Hadikwa Mwaluko

Un incontro improbabile in cima a una collina è dominato dal contrasto e dalla perdita, svelando un intreccio stratificato con il dolore. Il cambiamento, apprendiamo, può essere fondamentale quanto un cambio di prospettiva.

di GRIOT - Pubblicato il 31/03/2022
Climbing, Illustrazioni di @sylviakdoodles

La perdita è la sola lingua della vita. Passa da una maschera, a un volto, all’anima, è il percorso che condividiamo.

Comunque, ho trovato un lavoro online dopo essere rimasto al verde per una settimana, senza mangiare per quattro giorni di fila. Odio andare a raccattare rifiuti nei cassonetti in attesa della prossima paga, così mi son detto che avrei preso qualsiasi lavoro, anche se a volte mi sentivo debole.

“L’annuncio dice che sta cercando qualcuno?”

“Ho già trovato, mi spiace.” Sembra giovane dalla voce, direi non oltre i ventisette, forse venticinque, anche se è difficile a dirsi, senza vederlo faccia a faccia.

“Sei sicuro fratello? Perché io faccio qualsiasi cosa.”

Mi dice che mi avrebbe chiamato se qualcos’altro fosse saltato fuori. Che razza di fortuna, ho pensato, e ho chiuso cinque finestre del mio laptop aperte su porno gay interrazziali, inclusa la serie preferita sui gloryhole, per concentrarmi sulla ricerca di un nuovo lavoro.

Tutto a un tratto squilla il telefono: “Quanto ci metti a venire da me? Berkeley Hills.”
Mento. Gli dico in un’ora, sapendo che se arrivassi un po’ prima farei una gran bella figura e magari mi offrirebbe un extra, o mi farebbe delle raccomandazioni, non si sa mai con la gente, soprattutto quella di Berkeley.
Inoltre quella mattina mi ero svegliato presto, avevo preso la bici per andare a fare immersione nei cassonetti e trovarci un po’ di vestiti di marca usati, proprio niente male. Sapevo che non mi sarebbe andata male, e con quel nuovo lavoro sarebbe andata di bene in meglio. Una volta arrivato in città, gli mando un messaggio. Mi richiama subito chiedendomi di prendere un bus fino a casa sua, mento di nuovo. Gli dico che il prossimo sarebbe stato tra un’ora, sicuro del fatto che non avrebbe controllato gli orari, perché al telefono sembrava stressato, e poi onestamente non ci sono autobus in orario in posti come Berkeley Hills, dove la gran parte della gente possiede due/ tre macchine di lusso e non usa i mezzi pubblici tanto quanto fanno altrз.

“Vengo a prenderti tra… “pausa” otto minuti direi… BMW nera su Shattuck Avenue. Fammi segno quando mi vedi.”
Mi siedo dietro, perché il sedile davanti non funziona bene, mi dice, qualcosa a che fare con quell’aggeggio che gira sotto il sedile, che non è riuscito a spostare facilmente, quindi il sedile non può tornare a posto, o stare fermo. Comunque, una volta in macchina, lo squadro bene bene. Non aveva più di ventidue anni, non alto, leggermente paffuto ma non grasso. Faccia larga. Nella mia lingua si dice “panua”, che significa ampio, esteso. Ecco, forse questa è la traduzione piú vicina. Ma una faccia così larga comporta anche un certo ammontare di generositá, nulla di smunto o tirato nella maniera in cui gli occidentali vedono la bellezza. Non fraintendetemi, aveva dei tratti esili, come un uccellino, allungati e minuti, ma non duri e che davano al suo volto quest’immagine di generosità. L’ho immaginato africano, ma non sono riuscito a etichettarlo facente parte di qualche tribù particolare, ho fatto del mio meglio, ma non ci sono proprio riuscito—era di origine indiana, penso,—così sono rimasto su di un improbabile mix fra Luo e Kikuyu, giusto per divertirmi. Proprio mentre me ne stavo lì a etichettare, immaginando chi della sua famiglia fosse della tribù Luo, se il padre o la madre, mi rivolge la parola.


E—non c’è altro modo di dirlo senza sembrare gay, e con questo voglio dire liberare la mia femminilità e possibilmente anche la vostra—la sua voce era favolosa.
Bellezza allo stato puro. Non era uomo, né donna, né androgino, né trans, né asessuato. Non aveva nulla, non aveva bisogni, né necessità. Non aveva un accento preciso, che rimandasse ad una cultura precisa. Era la sua voce—libera e liberatrice, come se se stesse portando qualcosa di talmente prezioso da non poter essere toccato, qualcosa di intangibile.

Saltano fuori le solite domande di routine, di quelle fatte per accertarsi di non star assumendo un serial killer trovato online, del tipo che arriva, ti pulisce casa, ti taglia la gola con un coltellaccio da cucina e poi approfitta della periferia silente per farsi un sonnellino di un’oretta o suppergiù, comodamente sul divano, in compagnia del corpo insanguinato. Un’ora dopo il serial killer si sveglia al suono degli uccellini fuori, affamato; in preda alla fame più famelica setaccia il frigorifero in cerca di cibo, trova pezzi di carne rossa che condisce a frotte con ketchup rosso sangue, trangugiando come un folle, sempre accanto al corpo morto, che giace indisturbato. Nel frattempo i vicini chiamano il 113 segnalando che del sangue gli sta piovendo in casa, o che sentono uno strano odore di corpo in putrefazione provenire dalla casa accanto, o qualcosa di sinistro del genere.

“Dove lavori?” (mento). “Che cosa fai al lavoro?” (mento). “Da dove vieni?” (qui dico un po’ la verità e un po’ mento per rendere il tutto più esotico. La gente della costa occidentale adora l’interrazziale, così mescolo un po’, non appena ne ho l’occasione, per prendere qualche punto extra). “Ti piace la California?” (mento). “Sei mai stato a Berkeley Hills?” (mento). Poi mi chiede cosa voglio fare da grande, e lì non ho potuto mentire, ma non so perché. Sarà stata la sua voce, quel tono soffice-seducente-sognante, forse è per quello che ho detto la verità. O forse sono stanco di mentire. O forse é perché non importa quanto stessi mentendo, tutto è perfetto così com’è, e non mi sento giudicato per quello che sono o giù di lì. O forse volevo sognare, e adattare il sogno alla sua voce, ma veramente non so perché non ho mentito.
“Voglio fare lo scrittore. Ho già scritto tre libri, ma nessuno li ha letti”. Rido sguaiatamente, Ahahahahah, ma lui non ride. Guarda dritto dall’altro lato della strada, così guardo anch’io. “Hai studiato per questo?”, mi chiede.

Passiamo la piana del centro di Berkeley città e saliamo in collina. Case enormi di periferia appollaiate in cima, contornate da fiori di colore rosso e viola. E la strada che stranamente si snoda verso il nulla.

Penso a mia madre, appena morta. Penso a come è morta. Penso a come era quando era ancora in vita. Penso a come uno possa vivere come fosse già morto. Penso alle persone che non muoiono mai, leggende. Penso al mio lutto e al fatto che non mangio, né dormo da giorni interi.

Penso a quanta energia, alla forza mentale che avevo messo ogni giorno nell’aprire i miei fottuti occhi. Penso a quando ero debole e frastornato e a come dovevo alzarmi comunque, tirarmi su di morale per prepararmi mentalmente per andare al lavoro e a come non potessi lasciarmi andare, non importa cosa stessi provando.

Penso a come in America gli/le africanз non possano sentirsi depressi perché sei in America, devi essere migliore, devi farcela, devi avere successo… se non ce l’hai c’è una sola ragione: sei un perdente di prima, giusto? Penso al non avere soldi per pagare un biglietto per attraversare il paese e andare da mia madre, a farle visita nei suoi ultimi giorni. A come ho elemosinato e preso in prestito dai cosiddetti “amici” su Twitter, Facebook, ho chiesto a chiunque, dico chiunque. A come ho chiesto l’elemosina online a gente che non conoscevo. A come ho fatto gli stessi sbagli, elemosinando e prendendo in prestito i soldi per il funerale, giusto per soddisfare le sue ultime volontà.

Penso all’essere umiliato. Penso a come imparare a restare in quella condizione, perché in qualche modo umiltà e umiliazione per me sono diventate una cosa sola. Penso ai miei abiti, a come li raccolgo per strada e li indosso, senza fermarmi dal raccogliere cibo avariato dal pattume. Poi penso alle scelte che ho fatto e che non posso cambiare: il mio sesso, la mia sessualità e a quelle che non ho potuto fare: la mia pelle. Penso alla strana bellezza dell’integrità; alla sofferenza e alla ricchezza del non scendere a patti con nulla per vivere una vita fino in fondo, quando sei nero, transgender, povero e soffri perché la tua sofferenza non ha alcuno spazio sacro in questa democratica discarica che è l’America. Poi penso a tutta la mia vita fino a quel momento: a come basta un qualcosa, qualcosa di inaspettato per cambiare tutto il tuo mondo per sempre e come potrebbe non esserci mai e poi mai una via di ritorno, o di fuga, o d’uscita, non importa quanto ci provi. Non importa se quel qualcosa è atteso, o arriva di sorpresa, sta di fatto che nulla ti prepara a una vita in cui per quello che fai ci sono solo conseguenze e nessun effetto. Penso all’essere confuso, perso, solo, stanco, terrorizzato e mi vergogno, mi vergogno tanto. Del mio nulla, del mio vuoto interiore perché ne ho uno, uno pesante che porto con me. Ma soprattutto penso a mia madre: che cosa avrebbe fatto della mia vita?
E gli rispondo. “Faccio le pulizie e qualsiasi lavoretto che mi capita perché purtroppo a scuola non te lo spiegano che una laurea in lettere non ti darà da mangiare. Infatti non te lo dicono proprio e in moltз, inclusi i tuoi genitori e te stesso, penseranno che sei un perdente.

È vero. Quando mi sveglio il mattino, mi guardo allo specchio, mi fisso, ma non mi vedo. E mi chiedo, Dove sono finito? Tornerò mai indietro? Come si fa a tornare indietro? Non sto scherzando, come si fa?

Riprendo fiato. “Ho frequentato scuole eccellenti” e ora faccio la donna delle pulizie. Prima che lo dica qualcun altro, lo dico io: sono un perdente. Sono una disgrazia per la mia famiglia, comunità, tribù, lo so. Ma io ricerco,” pausa, “storie che vengono dal profondo. Luoghi che solo la vita può toccare. Tante volte, così tante volte, quando leggo storie di autorз famosз che sono ricchз, le loro storie non hanno vita. Questo perché, pausa, sono terrorizzatз all’idea di guardare la vita. E hanno una buona ragione, perché la vita fa paura. Ma preferisco vivere così, cercando la vita vera per scontrarmi con la paura, e impegnarmi a mettere su carta ciò che scopro. Capisci?”

Lui ferma la sua BMW. Siamo su un pendio, verso la cima di una collina impervia, e si ferma proprio nel bel mezzo della strada.

Mi parla girato di spalle, e non riesco a vedere il suo volto. Sento la sua voce: fredda, distante.
“Non puoi pulire casa mia.”
Lo capisco. Ho vissuto in California abbastanza da sapere come funzionano le cose. Questo posto è libero per alcune persone, ma non per altre. Non per i nerз, soprattutto non se sono nerз poverз, e vanno a Berkeley Hills per sentirsi ancora più impotenti.
Avevo parlato troppo. Ero diventato troppo ingombrante. Ero entrato in un territorio troppo personale, troppo in fretta, un territorio profondo, troppo intimo per funzionare a livello professionale, dove avrei dovuto essere il suo subordinato, lui il mio padrone.
Scommetto che sta pensando che, non appena arriveremo a casa sua, lo deruberò, lo legherò e distruggerò tutti i suoi averi in preda alla gelosia, o forse alla pazzia. Cerco di respirare lentamente, pensando che con la fortuna che avevo quel giorno, avrei trovato un lavoro migliore una volta tornato alla mia bettola. Si gira verso di me. Sta piangendo.
“Non puoi pulire casa mia. No… mi dispiace.”
La sua bellissima voce, pura, tremava dall’emozione. Rotta, scossa, sull’orlo del singhiozzo. “In questi ultimi minuti, hai cambiato la mia vita. Mi hai fatto vedere il mondo diversamente. Provo un grande rispetto per ciò che fai. Non posso farti pulire casa mia. No, non puoi pulire casa mia.” Continua a piangere e lo lascio fare. Non dico una parola, nemmeno una.  Resto lì, seduto, sconvolto. Nessuno dice nulla, per un lungo periodo. Restiamo seduti, bloccati—spostandoci dalla maschera, al volto, all’anima.

Quando finalmente riprendo il filo dei pensieri, non riesco che a pensare a mia madre, al suo sguardo, ovunque sia.
Vedere quell’auto ferma in salita, in mezzo a una strada su per la collina, nel bel mezzo della quiete di periferia, mentre lui piange e io resto seduto senza parole. Non eravamo da nessuna parte. Eravamo dappertutto. Dentro la realtà. Dentro l’eternità. Accogliendo il mistero. Avanzando verso l’immensità. Veloci verso un infinito senza fine.

Mamma, sei morta davvero? Sei irraggiungibile per sempre? Sai quante volte ho provato a morire per te? Senza mangiare, né dormire, annullandomi del tutto. Perché mi manchi. Perché non so se riesco ad andare avanti senza di te.

Chiudo gli occhi, sperando di non doverli più aprire, spingendo ogni singolo pensiero in posti in cui noi umani non abbiamo il diritto di andare. Volare. Arrivare oltre l’impossibile. Toccare il trono dei miracoli, appena natз. Un passo cauto dopo un altro. Entrare nel regno in cui nulla ha fiato, ma tutto vive. Tenere il sole fra le mani. Essere luce. Baciare l’infinito con i miei occhi e incontrarla proprio lì. Abbasso la testa, lentamente.

Caro Dolore,
Hai un posto speciale nella vita di un povero tizio queer, trans, nero. Quando andrò nel profondo, insegnami come amare intensamente e lasciarmi andare. Mostrami il momento in cui la perdita sposa l’accettazione. Così da poter volare via. Amen.
Ecco è lì che ho cominciato a pensare che magari mia madre, lei che in vita ha odiato le mie scelte, potesse finalmente vedermi veramente per chi sono. E vedendomi, potesse essere con me. Con me interamente. Proprio lì. Sono stato il figlio. Ho assunto il ruolo di queer. Vissuto perdite. Ospitato il dolore dentro di me e ho tessuto tutto insieme, meticolosamente, con il filo dell’amore sacro.
“Nella vita a volte ti devi piegare, a volte ti devi spezzare. Altre volte fai entrambi, ti pieghi e ti spezzi. E comunque non è abbastanza”, dico al compagno singhiozzante.
“È proprio lì che muori. È lì che la vita mi trova e dove trovo vita. Non piangere, non per me.”

E apro gli occhi, proprio in quel momento. Perché anche tutti gli altri li avevano aperti.

– © Nick Hadikwa Mwaluko

‘L’ascesa’ è parte della serie ‘Boo. Decolonize gender’ , una raccolta di storie di autrici/autori africanз che sfidano la cateogorizzazione di genere binaria da una prospettiva decoloniale. ‘Boo. Decolonize gender’ è ideato da Agnese Roda, traduttrice e antropologa sociale italiana basata in Sud Africa, e Nick Mwaluko, autorǝ tanzanese basato in California. Ogni tre mesi GRIOT ospita una storia in triplice lingua del progetto ‘Boo. Decolonizzare il genere’.

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