La Muta | Due Corpi E Due Voci Liberano La Futura Identità Mediterranea

Wissal Houbabi e Vittorio Zollo insieme per una performance poetica nel paesaggio umano e fonetico del Mediterraneo.

di Claudia Galal - Pubblicato il 02/09/2021

Il 4 settembre il festival Short Theatre di Roma, all’interno di quello spazio fisico e ideologico pensato per la coabitazione di esperienze e denominato Cratere, ospita La Muta, Performance a due corpi e più lingue, scritta e interpretata da Wissal Houbabi e Vittorio Zollo.

In prima istanza, il titolo fa riferimento a quel fenomeno biologico che consiste nel rinnovamento periodico delle piume negli uccelli, dei peli nei mammiferi, della pelle nei rettili, ma, come raccontano glз autorз e performer stessз, lo spettacolo scava e porta alla luce una pluralità di concetti stratificati e in relazione fra loro, aprendo scenari passati, presenti e futuri(bili).

Wissal Houbabi è attivista femminista intersezionale, attrice e scrittrice, appassionata di cultura hip hop e Cultural Studies. Autrice di rottura, provocatrice per natura, co-fondatrice del collettivo artistico ZufZone di Trieste, è già una figura di riferimento per quella scena culturale che purtroppo siamo ancora costretti a definire come alternativa.

Vittorio Zollo, cantautore polistrumentista, poeta e slammer, è animatore del Collettivo Zoopalco, che ha base a Bologna e ricerca e produce nell’ambito della poesia multimediale. Eppure, ha scelto di restare al Sud, nel piccolo paesino di San Leucio del Sannio. “Faccio parte di quella minoranza che ha deciso di non spostarsi. Sono rimasto qui, dove sono cresciuto, in un minuscolo centro dell’entroterra campano. Una terra martoriata dal clima, dai terremoti, dalle frane, dalla criminalità organizzata, che inquinava qui ben prima che iniziasse la narrazione massmediatica della più distante Terra dei Fuochi.”

GRIOT: In che cosa consiste il lavoro di un poeta nelle aree rurali dell’Italia meridionale?

Vittorio Zollo: Il mio lavoro di ricerca si muove tra Campania, Molise, Puglia, Basilicata, mi sposto poco sulle coste e faccio quella che definisco ‘poesia da bar’: introduco la poesia orale nei luoghi dove la poesia non arriva mai, eppure lo scambio umano è forte. Porto la poesia per innestare un meccanismo di cambio in tutti quei piccolissimi centri dove non esistono spazi culturali, ricreativi, biblioteche, ma solamente luoghi pubblici come i bar.

Sentiamo spesso ripetere che in molte zone del Paese c’è un problema culturale, di mancanza di stimoli.

V.Z.: Qui abbiamo un problema culturale, non tanto economico, e magari la poesia può rappresentare un motore di cambiamento, può aiutare a rallentare il fenomeno inesorabile dello spopolamento, soprattutto attraverso l’utilizzo dei nuovi media nella comunicazione con le nuove generazioni.

GRIOT: È un lavoro faticoso, soprattutto se si fa parte di un collettivo che ha il proprio cuore pulsante a molta distanza.

V.Z.: Il collettivo Zoopalco ha sede a Bologna, ma grazie a me rivolge l’attenzione anche a queste zone più lontane e marginali. Cerco di agitare le cose proprio qui dove ho scelto di vivere, il mio paese, e mi muovo in un terreno franoso, infatti sorrido poco. Però, questo terreno è anche fertile per la poesia: dove ci sono le macerie è il poeta che ricostruisce. Qui posso contare su piccoli focolai: persone, artisti, che hanno scelto a loro volta di vivere in piccoli centri sparsi nella zona, magari distanti decine di chilometri, ma comunque capaci di comunicare. È un territorio che sta invecchiando, i giovani stanno andando via. Gli emigranti del secondo dopoguerra se ne andavano per lavorare, fare soldi e poi tornare per costruire la casa, mentre i giovani di oggi se ne stanno andando e non si sa se torneranno qui. Lo spopolamento è inarrestabile, è diventato sistemico, è un’emorragia difficile da frenare. C’è bisogno di uno sguardo da fuori, da un altro margine, come ci insegna bell hooks, per capire che cosa c’è che non va.”

Vittorio Zollo. COURTESY

Il nome di bell hooks, scrittrice e attivista afroamericana, chiama direttamente in causa Houbabi, che ugualmente si concentra su intersezionalità di razza, capitalismo e genere come mezzi di produzione e mantenimento dei sistemi di oppressione e di dominio di classe.

GRIOT: Con Zollo c’è comunanza di intenti, ma complementarietà di territori.

Wissal Houbabi: Vittorio e io abbiamo in comune la poesia, il margine, il Mediterraneo. Portiamo avanti una ricerca simile, ma lui è un minatore, si occupa della terra, mentre io sono una sirena, mi occupo delle coste e del mare. Il mio scopo è capire se e perché l’acqua – fonte di vita e fertilità, vettore di comunicazione–ha abbandonato certi posti.

Houbabi guarda all’esterno, ma anche all’interno di se stessa, perché il punto di partenza è il corpo, che è allo stesso tempo voce e lingua.

W.H.: Prendo molto seriamente il mio viaggio di ricerca, la considero una ricerca archeologica che sfrutta la voce e la lingua. La lingua è parte fondamentale della cultura, ma le due lingue che mi compongono, in realtà, le ho apprese prima della memoria, erano in me prima di qualsiasi ricordo dell’infanzia. La lingua struttura fisicamente la nostra faccia, il nostro modo di parlare e di ragionare, di esprimerci, il nostro sguardo. Possedere due lingue è una fortuna—talvolta anche una difficoltà—che mi rende più consapevole dei miei limiti: sono i buchi, i vuoti di serena incomunicabilità tra le mie due lingue, a rendermi consapevole.

Non sempre il compromesso, inteso come traduzione, è la soluzione migliore per far dialogare due lingue.

W.H.: Nella vita ho deciso di non fare né la mediatrice né la traduttrice – professioni che tipicamente vengono consigliate a noi figli e figlie della migrazione – perché il mio focus è la cultura orale: la cultura orale non è solo ciò che è possibile tradurre, ma è soprattutto ciò che non è possibile tradurre. La poesia è l’unico strumento che può trasmettere questa sensazione di oblio, serenità, consapevolezza, arricchimento, dialettica. Per me la poesia è un processo che spinge a cambiare, a mutare.

Torna dunque il concetto di muta, il cuore della performance di Zollo e Houbabi, per la quale “la muta è una cipolla, un’entità che si libera di strati di pelle per trovare un’altra identità”.

Quale identità è l’oggetto della ricerca? Ciò che conduce Houbabi “è la volontà di smascherare l’identità del Mediterraneo, che esiste. Ci hanno fatto credere che l’Italia è sud Europa e il Mediterraneo è nord Africa, ci hanno fatto credere che il mare è un luogo di invasione e non culla della civiltà, ci hanno fatto credere che la cultura del sud Italia è diversa da quella del Nord. Eppure sono convinta che esista un’identità del Mediterraneo.”

Un’identità del Mediterraneo che si percepisce e si riconosce anche nelle lingue e nei dialetti, che costituiscono la base della poesia—e delle poesie—del margine. “Nel dialetto di Vittorio, e in generale nei dialetti meridionali, sento un avvicinamento a casa, non solo nella fonetica ma anche nella forma mentale. Allora perché non fare incontrare le poesie marginali di sponde e luoghi diversi per raccontare l’alienazione che si prova a vivere qui da figli di immigrati? Voglio disegnare un’identità, non ho più voglia di costruire una dicotomia bianchezza-nerezza, che mi mette in difficoltà in quanto nordafricana,” afferma Houbabi.

Wissal Houbaby. COURTESY

Quest’identità passa attraverso gesti e rituali. “La questione della complementarietà è legata anche alla ricerca sul corpo e sul gesto performativo. Voglio portare alla luce quei gesti cristallizzati che sono legati al mondo religioso e al ciclo contadino del sud. Più la notte si fa scura e più si vedono le stelle: sono convinto che, a furia di scavare, arriverò all’Africa, ritrovando una gestualità comune tra questa terra e quella africana,” spiega Zollo.

Nel continuo conflitto tra natura e cultura, il significato biologico e quello figurativo del concetto di muta si confondono.La Muta—continua Zollo—parla di sovrastrutture, di croste, di spogliarsi a fatica, di liberarsi dalla narrazione tossica della geopolitica. Soprattutto qui, dove le differenze con il Nord Africa non sono così tante, anche se non siamo tanto a sud quanto la Sicilia, per esempio. Ho scoperto che già all’inizio del Novecento qui si parlava di Berberìa e si emigrava anche sull’altra sponda del Mediterraneo.”

Il Mediterraneo, il mare, le onde che sono anche quelle sonore. “Mi disperderò come un’onda, della mia poesia non resterà nulla. La mia poesia non è scritta, arriva solo dove arrivo io con il mio corpo e la mia voce, così La Muta si declina anche nel significato di ‘essere muti’. La muta è colei che emette dei suoni, ma non riesce a veicolare un messaggio: talvolta più parli, più sei incomprensibile a chi non parla la tua lingua e quindi sei muta.”

La muta libera dal peso della vecchia pelle, ma ti carica di un nuovo peso, quello dell’identità appena scoperta. Nelle parole di Houbabi, “la muta è anche un lavoro archeologico: la fatica di scavare libera dal peso della terra, ma fa emergere reperti che a loro volta hanno un peso. Il peso della mia lingua d’origine è il peso delle radici, degli antenati che mi porto dietro come dei demoni, ma è anche la capacità di dialogare con questi demoni, la libertà di togliersi di dosso tante sovrastrutture. La muta libera dal passato e proietta nel futuro. Decostruire la vecchia pelle, la vecchia identità, proietta verso la costruzione di una nuova identità.”

Il cerchio si chiude sulla complementarietà tra i due artisti, come diverse fasi della muta che rappresentano anche le tre parti dello spettacolo— immersione, esplorazione, emersione—in un viaggio attraverso il paesaggio umano e fonetico del Mediterraneo, in costante trasformazione. “La mia complementarietà con Vittorio è anche nel fatto che lui ha scelto di vivere nelle sue circostanze, mentre io ho scelto di vivere fuori dalle mie circostanze. Il rapporto con le circostanze è anche il rapporto con la propria pelle.”

Incrociando i propri percorsi tra musica rap, hip hop e slam poetry, Houbabi e Zollo usano la voce, il suono, il ritmo per riportare in superficie e far emergere la storia condivisa del mare di mezzo. “La nostra performance sarà essenziale, useremo solo i nostri corpi e le nostre voci, la parola e l’intenzione. Sarà un esperimento politico di comunicazione tra due entità atomizzate, provenienti da margini diversi, che non avrebbero niente da dirsi nella normalità che ci viene raccontata.”

WISSAL HOUBABI, VITTORIO ZOLLO
La Muta – Performance a due corpi e più lingue 

Sabato 4 settembre | 19.oo—20.45
all’interno di CRATERE
WEGIL – Hall
performance poetica

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Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.