La Mamma Asiatica Non è La Tata | Ecco Perchè Ci Siamo Cascati Tutti (anche Noi)

di Johanne Affricot - Pubblicato il 13/03/2017

Sicuramente l’avete visto anche voi. Sicuramente siete tra quei 14.304.626 utenti che il 10 marzo si è piegato in due dalle risate quando ha visto una bambina entrare nella camera del papà professore, tutto ben vestito e incravattato e impegnato a fare un’intervista in diretta skype con la BBC sulle relazioni tra la Corea del Nord e del Sud.

Avrete riso anche quando è entrata l’altra bambina, camminando con il girello. E poi è arrivata lei, a completare l’allegro siparietto: una donna entra nella camera con la stessa furia di uno tsunami per recuperare i due fagottini. E sicuramente avrete pensato che quella donna era la nanny, la babysitter, la tata. Non la madre.

Un paio d’anni fa mi sono ritrovata a parlare con un’amica. Si chiama R. Ha due splendidi figli che frequentano una famosa scuola privata francese a Roma. Sono tutti e due “bianco latte”, con i capelli castano chiaro. Lei ha i capelli ricci. La sua carnagione è il risultato del mix di una madre francese (bianca) e un padre etiope-eritreo (Nero”.) Bene, la mia amica mi raccontava che molte volte, andando a prendere i suoi ragazzi a scuola, veniva scambiata per la baby-sitter; alle volte i figli le raccontavano che i loro compagnni di classe chiedevano chiedevano loro se la donna che li andava a prendere fosse la loro tata.

La borghesia bianca, soprattutto romana, di quella scuola francese, faceva (e fa) fatica a riconoscere che esistono coppie di colore diverso che possono unirisi e formare famiglia. Fatica a credere che una donna non bianca possa essere madre di figli che frequentano quel prestigiossissimo istituto. Fatica a collocarla in una posizione lavorativa che sia accostabile a dirigente di una qualche grossa società internazionale o organizzazione non governativa, o maestra di una scuola elementare, o professoressa universitaria, o medico, o semplicemente una donna casalinga che si occupa della casa e dei bambini e li va a prendere a scuola.

Quella borghesia bianca è la stessa borghesia che guardando questo video ha pensato che quella donna non poteva essere la madre. Ma non è solo la borghesia o l’elite bianca a pensarlo. Lo hanno pensato in molti. Di tutti i ceti. Di tutti i colori. Probabilmente anche gli stessi coreani. Anche mia cugina americana, sposata con un bianco con gli occhi azzurri, una volta ha scritto che mentre era in vacanza a Seattle una donna le ha chiesto se fosse la babysitter di quei splendidi bambini che stava portando in giro. Solo perchè erano leggermente più chiari di lei—se fossero usciti bianchi forse l’avrebbe scambiata per una ladra di bambini?

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Il punto è che anche io ci sono cascata. E allora la domanda sorge spontanea: Perchè? Perchè anch’io l’ho pensato? Perchè i miei occhi, i nostri occhi, sono viziati da una narrativa dominante così piena di stereotipi, nonostante viviamo in un mondo sempre più meticcio, e nonostante cerchiamo di raccontarlo questo mondo in questo magazine? Perchè è vero che la televisione e il cinema non sono più in bianco e nero e muti, ma la gerarchia dei colori e delle voci è sempe la stessa, ha lasciato le cose invariate. E ogni giorno siamo bombardati da questa gerarchia.

Il bianco, nel piccolo e grande schermo, è sempre lì, onnipresente, a (ri)coprire tutti i ruoli, mentre gli altri “colori”, se non teniamo conto dei prodotti audiovisivi che arrivano da paesi le cui popolazioni in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, sono chiamate minoranze, hanno ruoli che è più istintivo associare subito alla nanny, o allo spacciatore, o al rapper cattivo, o al disadattato, o al criminale, o alla prostituta, eccetera (non sto dicendo che interpretano solo questi ruoli, specialmente se parliamo di estero).

Ecco: il potere della rappresentazione. Sia dietro la camera che davanti. Il potere di raccontare storie diverse. Di mostrarle. Di farle vedere. Al cinema, in tv, nei quotidiani e nei magazine. Nella vita quotidiana: ospedali, scuole, università, tribunali, supermercati, posta, e chi più ne ha più ne metta.

“Eh ma dai, era vestita così, un po’ sciatta e lui elegante” potrebbe dire qualcuno. E la risposta potrebbe essere: Io a casa se devo stare dietro ai bambini non indosso un tacco 10 e il tailleur.

“Eh però la bambina più grande non gli assomiglia per niente. Non ha gli occhi a mandorla ed è mezza bionda” potrebbe contestare qualcun altro. E la risposta potrebbe essere: Neanche i figli della mia amica o di mia cugina hanno lo stesso colore delle madri, eppure sono loro figli. E se non erano figli naturali, potevano anche essere stati adottati.

“La donna cammina con la testa bassa, ricorda un po’ l’atteggiamento remissivo e di sottomissione di una geisha” potrebbero affermare quelli più audaci.

La verità è che la strada è lunga. Tortuosa. Inciampiamo tutti. Alcuni sempre e volontariamente. Altri spesso e involontariamente. Altri raramente ma ugualmente. Come me. L’importante è esserne consapevoli, incassare il colpo e continuare a raccontare storie con più colori e piu voci. Storie plurali.

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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.