Indaba Is | Il Meglio Della Scena Jazz E Impro Dal Sud Africa

di Claudia Galal - Pubblicato il 29/01/2021

Il progetto Indaba Is, che raccoglie il meglio del jazz e dell’improvvisazione nella scena sudafricana contemporanea, nasce dalla collaborazione dell’etichetta londinese Brownswood del produttore e dj Gilles Peterson con la pianista e cantautrice Thandi Nthuli e l’artista e performer Siyabonga Mthembu, del collettivo The Brother Moves On (TBMO). I due curatori e direttori artistici sono riusciti, assecondando la molteplicità insita nella musica e nella cultura del Paese, a catturare tutta la bellezza, la vivacità e la diversità di una scena in costante fermento.

La varietà delle sue radici poggia nelle township create dall’apartheid, che confinavano negli stessi luoghi—poveri e marginali—tutte le persone africane a prescindere dalle diverse origini. Anche i flussi migratori fra le varie regioni contribuivano a questa mescolanza, che inevitabilmente si rifletteva—e si riflette ancora oggi—sulla cultura, l’arte e la musica.

Linguaggi musicali e sonorità si sovrapponevano nei quartieri Neri attraverso le radio, i dischi e i rituali religiosi, non solo nelle chiese ma anche per le strade, davanti ai fuochi della sera o nei cortili delle case. Musica classica, jazz statunitense, canti tradizionali e pop europeo si sono incontrati e mischiati per anni in quel contesto, dando vita a qualcosa di nuovo e originale, che inevitabilmente fa parte dell’identità culturale del Sud Africa contemporaneo.

La questione dell’identità e della sua creazione collettiva, che oltrepassa i concetti di provenienza, discendenza e classe, è il filo conduttore di Indaba Is. Non è un caso che l’apertura del disco sia affidata al brano Ke Nako (“è l’ora”) di Bokani Dyer: il titolo riprende lo slogan usato per spingere al voto nelle prime elezioni post-apartheid, ma qui diventa il pretesto per invitare il Sud Africa a una riflessione sul presente.

La seconda traccia, Umthandazo Wamagenge dell’art ensemble The Brother Moves On, lunga ed emozionante, si sofferma invece sul valore e le trasformazioni delle relazioni interpersonali in una società cangiante come quella sudafricana. Ma il momento più alto dell’album è forse il contributo della stessa Thandi Nthuli, Dikeledi (“lacrime”), che torna sul concetto di identità e sul potere illusorio dell’immagine. Alla fine, dice la canzone, la forza delle radici—il radicamento nella comunità—vince sulla natura effimera dell’immagine e dell’apparenza.

Ma la comunità è anch’essa problematica e conflittuale, in quanto risultato delle fratture sociali progettate dall’apartheid allo scopo di imporre costruzioni identitarie uniformi e razzializzate. Il merito più importante di Indaba Is è proprio il tentativo di frantumare queste sovrastrutture, dimostrando che un lavoro collettivo aperto e fluido—nella musica come nella società—può portare a un’unità più solida e capace di conservare, e persino esaltare, la diversità.

A ribadire che non c’è mai stato un unico suono, soprattutto nella scena del jazz e dell’improvvisazione, arriva in chiusura il brano Abaphezulu di iPhupho L’ka Biko, che mescola l’eredità ancestrale sud  africana con vocalizzi classici, sonorità indiane, improvvisazione libera e moderne ritmiche jazz: un tripudio gioioso che sa di speranza.

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Immagine di copertina | Indaba is – Foto di ©Tseliso Monaheng

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Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.