I Figli Della Regina Saba | Il Popolo Etiope Custode Dell’Arca Dell’Alleanza

di GRIOT - Pubblicato il 30/12/2020
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L’incontro del Re Salomone e della Regina di Saba nelle fonti bibliche e storiche

Il mitico Re Salomone [1], figlio del Re David e suo successore sul trono d’Israele, secondo la tradizione ricevette la visita di una figura sulla cui reale esistenza storica, ancora oggi, il dibattito è molto acceso: la Regina di Saba [2]. La fonte principale, per merito della quale, possiamo aver contezza di quest’incontro al confine tra storia e leggenda è la Bibbia, che colloca i fatti sullo sfondo del Vicino Oriente del X secolo a.C.

Secondo quanto narrato dal testo sacro, dopo aver avuto notizia della ricchezza e saggezza del Re Salomone, la cui fama aveva travalicato i confini di Israele per giungere fino alla città di Saba, la Regina vi si recò in visita, carica di preziosi doni da offrire al sovrano provenienti dalla Penisola arabica: cammelli, spezie, oro e pietre preziose; serbando, tra l’altro, il forte desiderio di mettere alla prova il Re con degli enigmi e quesiti da risolvere onde testare la fama del sovrano, apparentemente, dotato di grande intelletto. Grande fu lo stupore, quando il saggio sovrano seppe rispondere a tutti i suddetti quesiti propostigli dalla Regina, che, lasciati i doni, decise di fare ritorno alla sua terra in pace.

Lambert Sustris (XVI secolo). L’incontro tra i due Re. National Gallery, Londra – Foto: The National Gallery, Londres / RMN-Grand Palais

Questo incontro, illustrato nei secoli da tanti artisti e cantato da bardi e poeti, è minuziosamente descritto nel Primo libro dei re e del Secondo libro delle cronache, due testi di genere storico che fanno parte dell’Antico Testamento. Ogni elemento della narrazione porta a credere che l’incontro tra i due sovrani sia stato inserito nella Bibbia per un fine squisitamente encomiastico, per poter esaltare la saggezza di Re Salomone, onde perseguire fini di mera propaganda politica; a tale scopo l’ignoto (o gli ignoti) redattore sfruttò al meglio alcune voci che probabilmente circolavano in Siria e in Palestina (oggi parleremmo di leggende urbane) e che accennavano al regno di una donna bella e potente nelle lontane, ricche ed esotiche terre dell’Arabia meridionale.

In forza della capillare diffusione della Bibbia, tanto in Oriente quanto in Occidente, l’episodio della visita della regina di Saba a Gerusalemme finì per divenire uno dei più fantasiosi e fertili cicli di leggende e racconti d’Oriente. Questo racconto, ricco di fascino, ornato di tutti gli elementi necessari e sufficienti a renderlo avvincente, quali: la bellezza, il potere, la ricchezza, l’esotismo, gli intrighi, la magia e l’amore, ha influenzato tutta la produzione dell’antica letteratura ebraica.

Con l’avanzare dei secoli, tali elementi letterari convergerono in opere di differente genere e tematica; possono annoverarsi, a tal proposito, taluni celebri esempi come ad esmpio: le Antichità giudaiche, di Flavio Giuseppe [3] del I secolo d.C. ed il Targum Sheni [4], una libera traduzione in aramaico del Libro di Ester [5].

Secondo queste versioni poetiche e rocambolesche della vicenda, più inclini ai toni del romanzo fantastico che alla cronaca storica, fu un uccello, ed in particolare, un’upupa ad informare Salomone che il Regno di Saba era l’unico sulla terra da lui non soggiogato e che la sua Regina venerava il sole, in un culto monoteista che ricorda molto da vicino quello introdotto dal Faraone Akhenaton, che regnò in Egitto tra il 1334 ed il 1333 a.C., e le cui vicende politiche e religiose non potevano essere sconosciute nelle due regioni che confinavano con il suo Regno, cioè Israele da un lato e l’Etiopia dall’altro [6].

La leggenda narrata da queste fonti vuole che il monarca inviò l’upupa [7] nella città sabea [8] di Kitor, con una lettera in cui invitava la Regina a sottomettersi al suo potere; questa, tutt’altro che intimidita, inviò una flotta “con tutte le barche del mare”, cariche di doni preziosi decisa a guadagnare i favori di un Regno tanto ricco e belligerante, come si presentava quello di Salomone. Inoltre, come tributo, sulle navi viaggiavano, seimila giovani della stessa statura e aspetto, nati lo stesso giorno alla stessa ora e agghindati con abiti di porpora; vicenda, questa, che ricorda molto da vicino il mito del tributo di Atene a Creta di giovinetti e giovinette di bell’aspetto da offrire in pasto al Minotauro in cambio della pace [9].

I giovani consegnarono a Salomone una missiva in cui la regina annunciava che sarebbe giunta a Gerusalemme, portando altre offerte preziose, dopo un viaggio che sarebbe durato tre anni [10].

Giunto quel momento, dopo il suo ingresso nel palazzo di Salomone, la Regina sottopose al saggio alcuni indovinelli, che questi risolse con facilità.

L’incontro tra Salomone e la Regina Saba – James Tissot, XIX secolo – Foto: Alamy / Aci

Il primo riferimento scritto circa un Regno di Saba risale all’VIII secolo a.C. e proviene da fonti assire. Qui la terra sabea è descritta come abitata da un popolo dominato da una aristocrazia plutocratica di origine mercantile, stanziata in una terra remota e divenuta ricca grazie al commercio di spezie ed incenso. Degne di considerazione sono, inoltre, sporadiche fonti scritte da cui si desume agevolmente che gli abitanti di Saba effettuarono alcune missioni diplomatiche e commerciali inviando regali e ambasciatori alla Corte assira, allo scopo di stabilire o consolidare le relazioni commerciali e diplomatiche  tra i due regni.

I resoconti sono del tutto assimilabili a quelli che riguardano le successive presunte missioni diplomatiche del regno d’Israele (tra i secoli IX-VIII a.C.) e di Giuda (IX e VI a.C) e potrebbero essere tra le fonti che hanno influenzato gli autori biblici nella redazione del loro racconto.

Ma vi è di più. Le più antiche iscrizioni sabee sono redatte in arabo meridionale, con un alfabeto completamente diverso da quello arabo classico; qui troviamo stringate cronache di corte e genealogie regali, grazie alle quali è stato possibile apprendere che il potere reale veniva trasmesso per discendenza in linea materna e, nondimeno che, i sovrani si appellavano con il titolo di “unificatori”, ossia capi di una confederazione di popoli tra loro diversi, sui quali mantenevano l’egemonia politica e militare, divenendo i garanti dell’unità del Regno.

Il Parco delle Steli di Axum – Foto via

La capitale del Regno è oggi identificata dalla maggioranza degli studiosi nell’imponente città di Mārib [11], situata in una fertile oasi al limite del deserto. La prima fioritura di tale cultura però, si protrae, all’incirca, fino al I millennio a.C., momento in cui il controllo delle vie carovaniere su cui si commerciava l’incenso passò sotto il controllo di altri popoli provenienti dal sud della Penisola arabica.

Finita l’egemonia in Arabia i sabei mantennero solo delle colonie commerciali nel Corno d’Africa, nell’area che poi sarebbe divenuta l’Etiopia, finendo così per mescolarsi con le popolazioni locali, che divennero una commistione etnica e culturale afro-semita.

Solo un millennio dopo la fine del Regno di Salomone, tra il I e il III secolo d.C., Saba riacquistò un ruolo predominante nel panorama politico ed economico dell’Arabia meridionale; infatti, in quel periodo i suoi Sovrani stabilirono la capitale a Zafar ed iniziarono a fregiarsi del titolo di Re di Saba e di Raydan, di Hadramaut e dello Yemen, per comprovare che la loro autorità si estendeva su più popoli della Penisola Araba. In verità tale titolatura era rivendicata anche dai Re di Himyar, altro popolo dello Yemen con cui i sabei erano spesso in lotta e che divenne poi la potenza egemonica della regione.

Negli altopiani settentrionali del Corno d’Africa (le attuali Etiopia e Somalia) la vicenda biblica sarà fonte di ispirazione per molti miti di fondazione [12], nonché le tradizioni letterarie e folcloristiche più ricche circa la relazione tra Salomone e la regina di Saba.

Furono tre gli elementi che permisero di innestare tale narrazione al contesto precipuo della realtà etiope dell’epoca.

Foto della corona degli Imperatori etiopi – Foto via

Il primo elemento su cui si innervò il mito fu la fede cristiana che, a metà del IV secolo d.C., era divenuta religione del Regno di Aksum [13], da cui la moderna Etiopia. Infatti, poco a poco questa nuova religione, giunta probabilmente dalla Siria o dall’Egitto, incorporò molti elementi più propriamente ebraici che erano stati portati in quelle terre dai mercanti semiti che provenivano dall’Arabia, cui seguì un naturale sviluppò del tutto autoctono ed originale della stessa.

Il secondo elemento afferisce proprio al carattere semitico della cultura etiope, dovuto, come detto, alla stretta relazione con lo Yemen e, in particolare, con il regno di Saba; difatti l’influenza di quest’ultimo in Etiopia è ancor più evidente nella scrittura; essa infatti consiste in una derivazione di quella sud-arabica utilizzata in tale parte dello Yemen preislamico.

Dalla storia alla legenda: il mandato divino alla Dinastia reale d’Etiopia.

Ultimo elemento a fare da catalizzatore per la nascita dell’identità culturale etiope fu la volontà di esaltare una stretta relazione tra l’Etiopia e la regina di Saba, così da offrire alla dinastia regnate una legittimità sacra, che affondava le proprie radici proprio nei racconti della Bibbia.

Questo vincolo della regina di Saba con l’Etiopia aveva, certamente, origini molto antiche, giacché in illo tempore già Flavio Giuseppe vi fa riferimento nel I secolo d.C.; nondimeno, dello stesso avviso erano anche altri non meno noti autori cristiani come Eusebio di Cesarea [14] od Origene [15]. Dunque, non stupisce, che la Regina di Saba fosse conosciuta anche dai cristiani di Etiopia e da questi considerata la capostipite dei loro sovrani.

Uno sviluppo della leggenda compare nel Kebra Nagast [16], o Gloria dei re d’Etiopia, un poema celebrativo compilato nel XIII secolo, ma che raccoglie fonti orali molto più antiche, e che include una storia romanzata sull’origine della dinastia etiope. Il fine ultimo della Gloria dei re è dimostrare come il carattere sacro della dinastia provenisse addirittura dall’unione tra la regina e Salomone. Sembra infatti che da questa unione sarebbe nato il primo monarca etiope della stirpe. Secondo il Kebra Nagast, la Regina del Sud [17], ovvero la regina d’Etiopia, venne un giorno a sapere da un commerciante di nome Tamrin che esisteva un regno governato da Salomone, famoso nel mondo per la ricchezza e la giustizia. Mossa dalla curiosità, la regina Makeda si recò a Gerusalemme, dove rimase affascinata dalla saggezza del sovrano biblico.

Conversazioni tra Salomone e la regina di Saba in un’icona etiope del XVIII secolo
Foto: DEA / Scala, Firenze

Il Re a sua volta, si infatuò della bellezza di Makeda e cercò di trattenerla a sé con uno stratagemma. Makeda fu così costretta a rimanere a Gerusalemme e a giacere con lui; ne nacque un bambino, Menilek, riconosciuto da entrambi i genitori. I sacerdoti di Gerusalemme lo battezzarono [18] con il nome di David, concedendo lui sia di tornare in Etiopia come re, sia di portare con sé l’Arca dell’Alleanza.

Quand’anche sia molto probabile che l’incontro tra Salomone e la bella Regina del Sud non sia mai avvenuto, è, tuttavia plausibile, che la Bibbia abbia usato per i propri scopi l’esistenza e la fama del regno di Saba, del quale si contano molte notizie grazie a iscrizioni rinvenute nel sud dell’Arabia, alcune delle quali risalenti al secolo VIII a.C.

Grazie a queste, e ai ritrovamenti archeologici, possiamo oggi affermare che quella di Saba fu una cultura florida per quasi un millennio prima dell’arrivo dell’Islam; i suoi abitanti dominavano buona parte dello Yemen e a lungo rimasero a capo di una coalizione cui aderivano altri popoli culturalmente simili, di Maīn, Qatabān e Hadramaut.

L’unicità dell’esperienza religiosa etiope e la sua capacità di forgiare una cultura originale e raffinatissima.

Stando a quanto asseverato negli Atti degli Apostoli, Capitolo 8, il primo pagano convertito alla fede cristiana fu un etiope giudaizzante, alto funzionario del regno, battezzato dall’apostolo Filippo lungo la strada tra Gerusalemme e Gaza.

La straordinaria singolarità della Chiesa copta d’Etiopia, sia rispetto alla koiné cristiana [19], occidentale e orientale, sia nei confronti delle altre religioni del popolo del Libro, consiste in una radicale fedeltà alle sue origini, in una complessiva fissità di impianto teologico e in una secolare resistenza alle dinamiche di trasformazione, indotte dall’esterno o da sconvolgimenti politici interni. L’inculturazione del cristianesimo sugli altipiani etiopi, sotto l’impero di Axum originariamente in forza della evangelizzazione di Edesio [20] e di Frumenzio [21] (IV secolo), poi, all’azione dei Nove Santi [22] provenienti dalla Siria e dal Medio Oriente (V-VI secolo) avvenne in un contesto in cui era già prevalente l’osservanza della legge di Mosè [23]. Non assunse i caratteri della conversione di un popolo pagano, bensì di un tessuto religioso e culturale in gran parte ebraico o giudaicizzato. Le popolazioni che abitavano l’Etiopia centrale e centrosettentrionale professavano una fede che era basata sulla Torah [24] scritta e sui primi cinque libri della Bibbia, ma che era frutto di una tradizione per alcuni aspetti autonoma ed estranea all’elaborazione mediterranea e mediorientale del Talmud.

La stessa Dinastia Axumita [25] rivendicava ascendenze davidiche, facendo risalire le sue origini a Menilek, figlio della regina di Saba e di Salomone, e fondava la legittimazione sacrale del suo potere sull’unzione che questi avrebbe ricevuto dal padre, a Gerusalemme. Di conseguenza, il Cristianesimo, così come si è sviluppato nel cuore del Corno d’Africa, si caratterizzò, fin dalle origini, per uno stretto rapporto di continuità fra Nuovo e Antico Testamento, che si affermò e si mantenne sia sul piano teologico dottrinale, sia su quello liturgico che devozionale.

Patto tra Dio e il principe etiope Lalibela. Antico manoscritto, XIX secolo – Foto: Lebrecht / Aurimages

Il suo fondamento è la fede in un unico Dio in tre persone, professata secondo il Credo niceno-costantinopolitano: Dio è eternamente Padre, Figlio e Spirito Santo ed eternamente uno, nella coeternità e nella piena equivalenza delle tre persone, il Padre è la sorgente eterna del Figlio e dello Spirito. Quest’ultimo procede dal Padre e il Figlio è generato dal Padre. Per la sua concezione cristologica, elaborata nei secoli anche attraverso dispute e scontri laceranti, la Chiesa d’Etiopia si unisce alla famiglia orientale ortodossa, che non ha accolto gli esiti del concilio di Calcedonia (451), rifiutando, in particolare, l’affermazione della manifestazione di Cristo in due nature, umana e divina. Si definisce Tawahedo [26] (unicità, unificazione) perché proclama che Cristo non è due nature, ma una sola natura di Dio Figlio, che si è incarnata.

Tuttavia non è monofisita in senso stretto, perché, affermando in Cristo una natura, ne sostiene l’unità numerica ma non quella specifica. Con l’incarnazione, il Figlio è venuto nel mondo, è entrato nel regno della storia per salvare l’uomo. Il Figlio dunque indossa un corpo umano come un vestito, un’interfaccia che renda possibile ad ogni uomo di entrare in relazione diretta con il totalmente altro che è Dio. Conseguentemente, nella sensibilità copta ortodossa, gli aspetti più propriamente umani di Gesù, la dimensione della vicinanza, la sua condivisione dell’esperienza terrena, risultano meno evidenti rispetto all’affermazione della sua divinità, della sua grandezza, del suo profondo mistero e della sua irriducibile differenza rispetto ai fedeli; la corporeità del Messia viene percepita come una sorta di scrigno, che ha racchiuso il Verbo e che gli ha permesso di entrare nella storia.

L’arca dell’alleanza è un punto fermo ed imprescindibile dell’iconografia religiosa e reale etiope. Liturgia e spazio architettonico in quanto realtà vivente, la fede è stata − ed è − preservata attraverso la sua liturgia, il servizio reso al popolo, l’insieme dei momenti comunitari di preghiera e di manifestazione di Dio agli uomini. Questa si è definita nel tempo, facendo proprie istanze teologiche e dottrinali, tradizioni locali, ritualità e forme di devozione precristiane e si è strutturata anche in una continua interconnessione e interdipendenza con la creazione delle architetture religiose, gli spazi per l’incontro tra il sacro e i fedeli [27].

Se l’essenza del divino è il mistero, è trascendenza celata nella materia attraverso l’incarnazione, le feste che scandiscono l’anno liturgico si configurano come una successione di epifanie, che fanno memoria della Rivelazione, avvenuta sia attraverso la Legge data a Mosè e al suo popolo, sia nella figura di Cristo [28].

L’elemento più sacro di ogni chiesa, dal quale dipende la consacrazione dell’edificio e senza il quale non è possibile officiare le celebrazioni, è il tabot [29], una riproduzione dell’Arca dell’Alleanza [30], che, secondo la tradizione, sarebbe tuttora custodita e venerata ad Axum [31], dove l’avrebbe portata Menilek, che l’avrebbe avuta da Salomone quando si recò a Gerusalemme per ricevere dal padre l’unzione dinastica.

L’arca dell’Alleanza nelle fonti bibliche, tra storia e mito

L’Arca dell’Alleanza viene descritta in modo dettagliato nel libro dell’Esodo [32], si tratterebbe di una cassa di legno di acacia rivestita d’oro all’interno e all’esterno, con la forma di un parallelepipedo, con un coperchio, a carattere e poteri propiziatori d’oro puro. Sopra il coperchio, si narra siano state collocate due statue di cherubini [33] d’oro, con le ali spiegate, cherubini di tradizione ebraica, diversi da quelli di tradizione cristiana. Le dimensioni dell’Arca dell’Alleanza erano di due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza e altezza, ossia circa 110×66×66 cm. Ai lati erano state fissate con quattro anelli d’oro due stanghe di legno dorato, per mezzo di cui, l’arca veniva sollevata quando la si trasportava.

All’interno dell’Arca dell’Alleanza era posto un vaso d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che era fiorita e le Tavole della Legge [34]; però quando il Tempio di Salomone fu inaugurato, l’Arca conteneva solo le Tavole della Legge [35].

Solo i Leviti [36] potevano trasportare l’Arca. Davide morì solo appoggiandosi ad essa, quando la fece trasportare a Gerusalemme, durante il viaggio un uomo di nome Uzzà [37]. La leggenda e tradizione vuole che l’arca venisse trasportata coperta da un telo di pelle di tasso coperto da un ulteriore telo di stoffa turchino.

Giosuè passa il fiume Giordano con l’Arca dell’Alleanza, Benjamin West, 1800
Foto: dell’avente diritto

Inoltre, qualora il popolo ebraico ritenesse di doversi fermare, questa veniva posta in una tenda specifica, definita Tenda del Signore o Tenda del convegno senza che venisse mai esposta al pubblico, se non in casi eccezionali, la tradizione continua, dicendo che l’arca, in alcune situazioni ed eventi, si adornasse di un alone di luce: lampi di luce divini, folgori, venivano da essa emessi ed erano capaci di incenerire chiunque ne fosse colpito. Chi non avesse rispettato il divieto di avvicinarvisi ad essa era inesorabilmente colpito dalla medesima sorte. Inoltre, sembra proprio che  Mosè fosse in grado di interloquire con Dio, proprio grazie all’Arca dell’Alleanza.

Dio sarebbe comparso a Mosè seduto su un trono fra i due cherubini che ornavano il coperchio e che rappresentano l’angelo Metatron [38] e l’angelo Sandalphon [39].

Prima di essere custodita nel Tempio di Salomone, i Filistei [40] tennero l’Arca e la controllarono. Seguirono sconfitte e gravi pestilenze, tale che i Filistei dopo sette mesi decisero di restituirla agli ebrei [41], così l’arca fu in seguito posta nella città di Kiriat-Iearim [42] (1 Samuele 7, 1). Qui il sacro manufatto rimase finché il re Davide la fece trasferire nella città di Davide, ossia la rocca di Gerusalemme [43]; infine venne sistemata definitivamente, quando Salomone, figlio e successore di Davide, la fece collocare nel Debir (il Sancta Sanctorum) del Tempio di Gerusalemme da lui fatto costruire [44] intorno alla seconda metà del X sec. a.C.

Da allora l’Arca sembra essere stata custodita nel Tempio di Salomone; tuttavia essendo stata riposta nel Sancta Sanctorum, non era, di perciò stesso, accessibile ai fedeli e alla maggioranza dei sacerdoti; parrebbe piuttosto che soltanto un gruppo selezionato di Leviti potesse accedere alla sala dov’era conservata, benché al riguardo non è pervenuta alcuna testimonianza, tanto più che oculare. L’unica citazione della sua presenza (o di una sua copia) ci viene da Re Giosia (datata 621 a.C.) che invita i Leviti a ricollocare l’Arca nel Tempio (da cui probabilmente era stata spostata, ma non è dato sapere quando e per dove).

All’arrivo dei Babilonesi e la conquista di Gerusalemme (inizi del VI sec. a.C.), dell’Arca già non vi è più traccia; infatti, nel passo che tratta del saccheggio del Tempio [45], vengono elencati in modo minuzioso tutti gli oggetti che furono portati a Babilonia, mentre, per converso, non si riferisce notizia alcuna circa l’Arca dell’Alleanza.

Secondo il Libro di Esdra [46], Ciro, re dei Persiani, restituì gli arredi sacri (538 a.C.), che evidentemente erano stati custoditi a Babilonia durante l’esilio, ma ancora una volta non viene nominata l’Arca (1, 7-11); qui, in un passo non canonico per la Chiesa Cattolica, si sostiene che l’Arca dell’Alleanza sarebbe stata nascosta dal profeta Geremia all’interno del monte Sinai [47].

C’è poi chi dice che la preziosa reliquia sia rimasta a Gerusalemme fino all’arrivo di Tito, nel 70 d.C., quando il Tempio, ricostruito al ritorno dall’esilio, fu distrutto per la seconda volta. L’imperatore romano avrebbe sottratto numerosi tesori, portandoli a Roma; sennonché, parrebbe che la teoria più fantasiosa, nonché più ampiamente diffusa, soprattutto in tanti scritti improvvisati circa la presunta storia segreta delle crociate, vuole che la prodigiosa cassa sia tuttora a Gerusalemme, in una grotta scavata a grande profondità nella roccia del monte su cui sorgeva il Tempio; lì, dentro una camera segreta, costruita secondo alcuni addirittura da re Salomone, l’Arca dell’Alleanza riposerebbe ancora oggi, integra e indisturbata.

A questa tesi aderiscono molti dei gruppi ebrei ortodossi che caldeggiano la costruzione del Terzo Tempio. Nel 1981, indagini clandestine, condotte dallo stesso governo israeliano, sotto la montagna avrebbero portato alla luce un dedalo di tunnel ed ambienti scavati nella roccia. Le ricerche furono interrotte dallo stesso governo israeliano, pare in seguito a presunte pressioni politiche promananti dal mondo islamico, che sembrerebbe non gradire l’eventuale rinvenimento dell’Arca. La complessa e notoria situazione politica e religiosa di Gerusalemme rende, allo stato attuale, impossibile proseguire gli scavi, tale che l’Arca dell’Alleanza potrebbe rimanere indisturbata ancora per lunghi anni, sebbene non per sempre secondo la Bibbia; infatti, un giorno l’Arca sarà ritrovata e quando ricomparirà, secondo le parole di Giovanni, allora vi saranno «lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata»[48].

Foto della Chiesa di san Giorgio. Intagliata in un unico blocco di pietra nella città di Lalibela
Foto: Toni Espadas

L’Arca dell’Alleanza simbolo intorno al quale si coagula l’identità etiope

Tutte queste analisi storiche e teorie più o meno provate non toccano la sensibilità religiosa etiope, infatti, seguendo un meccanismo di moltiplicazione devozionale, in Etiopia almeno un simulacro dell’Arca e delle tavole della Testimonianza descritte nella Bibbia [49] è presente nella parte più interna di ciascun luogo di culto; questo è formato da due tavolette rettangolari di marmo (o di legno) di circa 20 centimetri per 15 centimetri ciascuna, rifinite con bordi e piccole decorazioni in metallo [50].

Le tavole avvolte in tessuti preziosi, sono riposte all’interno del satta, una sorta di armadio a due ante in legno (molto raramente in pietra) riccamente decorato con dipinti o intagli, appoggiato su un menbir, un piedistallo in pietra di altezza variabile, talvolta ridotto a pochi blocchi squadrati. Quest’ultimo è collocato al centro del maqdas, il santuario, l’area della chiesa accessibile soltanto ai preti, negata non solo al contatto, ma anche alla vista dei fedeli per mezzo di una successione di cortine di tessuto appese all’ingresso, a ricordo del velo del tempio di Gerusalemme (Es. 26, 33).

I tabot, uno oppure tre per ogni chiesa, assumono una molteplicità di significati poiché possono essere dedicati alla Vergine Maria, agli arcangeli o ai santi, a seconda dell’intitolazione dell’edificio e dei culti che vi si praticano. Nella ritualità etiope sono il simbolo della presenza divina in mezzo agli uomini, racchiusa all’interno delle mura o della roccia del tempio, nascosta ai più, che si manifesta soltanto in alcune occasioni straordinarie, secondo un preciso cerimoniale.

La più spettacolare e più partecipata coincide con i tre giorni del Timkat, durante i quali si celebrano, contemporaneamente, il ricordo del dono delle Tavole a Mosè, l’Epifania di Cristo e il suo Battesimo nel Giordano.

L’antica tradizione etiope del testo sacro Kebra Nagast vuole che l’Arca dell’Alleanza, donata dal Re Salomone a Menelik I (seconda metà del X sec. a.C.), figlio da lui avuto dalla regina di Saba, leggendaria fondatrice della nazione etiope, sia custodita in una cappella che fa parte del complesso di chiese di Santa Maria di Sion ad Axum, che−benché già affermato, qui si intende ribadirlo−si trova nel nord dell’Etiopia, nella Regione di Tigrè, e fu un tempo la capitale del regno omonimo, nonché una delle città più antiche dell’Africa. Qui presso la Chiesa di Nostra Signora Maria di Zion, secondo la tradizione locale, sarebbe custodita la Sacra Arca dell’Alleanza, che contiene le Tavole della Legge [51].

L’Arca dell’Alleanza viene portata nel tempio.
Très Riches Heures du Duc de Berry, Miniatura del 1412–16 dei fratelli von Limburg e Jean Colombe
– Foto di dominio pubblico

A nessuno è permesso vederla. L’unica persona ad avere tale privilegio è il custode che vive dentro il recinto e dedica l’intera vita alla protezione della reliquia.

Gli etiopi non sentono il bisogno di dare delle prove scientifiche circa quanto da loro sostenuto in merito. Per gli etiopi è sufficiente la tradizione millenaria tramandata di generazione in generazione, così come anche le storie raccontate da padre a figlio, i dipinti che adornano le

chiese e i libri liturgici, quell’insieme di usi e costumi che ancora oggi ruota attorno al misterioso passaggio dell’Arca dal popolo di Israele al popolo etiope. Quel che per il mondo è leggenda e mito, per gli etiopi è semplicemente verità, è il punto fondante della loro identità nazionale e di popolo. Sono alquanto consapevoli che l’Arca non rappresenta semplicemente un oggetto prezioso e un mistero della storia.

Per sette giorni al mese, prima del sorgere del sole, i monaci di Santa Maria di Zion portano una copia dell’Arca in processione ed in genere, ogni mese assiste alla processione all’incirca un migliaio di fedeli.

Come è stato già evidenziato, questa controversa reliquia è guardata a vista da un sacerdote designato: un uomo il cui unico scopo di tutta la sua vita è proteggere l’Arca. Il designato, infatti, è costretto a un’esistenza di totale solitudine: la sua intera giornata trascorre infatti all’interno della cappella in cui si trova il reperto, dove mangia, dorme e prega. Il sacerdote non può mai allontanarsi da lì, ha un destino segnato, tramandato di generazione in generazione; infatti, ogni sacerdote nomina il suo successore prima di morire e, qualora dovesse morire prima di designarne uno, sarà il collegio degli altri sacerdoti a scegliere tra i candidati il più meritevole.

La Bibbia ci insegna che è pericoloso guardare o toccare l’Arca; il manufatto era, secondo quanto affermato, intriso di un potere divino, capace di spazzare via interi eserciti. Secondo le Scritture fu fatto costruire da Mosè dagli Israeliti, per volere di Dio stesso, per contenervi le Tavole della Legge e fu poi portata a Gerusalemme, e custodita nel Tempio di Salomone, all’interno del Sancta Sanctorum [52]; purtroppo però il tempio fu distrutto nel 586 a.C. dai babilonesi di Nabucodonosr II, e con esso l’Arca sarebbe scomparsa per sempre.

Le leggende apocrife, parte del patrimonio e della tradizione comune in Nordafrica e in alcune regioni del Medio Oriente, attribuiscono poteri soprannaturali alle Tavole. Intorno a queste leggende se ne sono intrecciate delle altre, inclusa la presunta ossessione nazista per l’occultismo e le reliquie.


Trasporto dell’Arca durante l’assedio di Gerico, illustrazione del XVIII secolo.
Foto via

Per quanto qui rileva, a tutt’oggi, non è dato sapere quale sia stato il destino dell’Arca a seguito della distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme; nessuno può affermare con estrema certezza dove questa sia finita. Dopo essere scomparsa senza lasciare traccia e senza alcuna registrazione conosciuta relativa alla sua ubicazione e, assumendo che sia sopravvissuta alla distruzione del Tempio, costituisce ancora uno dei più grandi misteri dell’archeologia.

Oggi quasi 45 milioni di cristiani ortodossi etiopi sono tuttavia sicuri che l’Arca dell’Alleanza sia stata portata quasi 3.000 anni fa ad Aksum, nel nord dell’Etiopia, e che da allora sia stata custodita dai monaci nell’umile Chiesa di Nostra Signora Maria di Zion.

La Chiesa di Nostra Signora Maria di Zion è da sempre il fulcro della religione cristiana ortodossa, e centro di pellegrinaggio, soprattutto durante l’importante evento religioso del Festival di Zion Maryam [53] che si tiene il 30 novembre. Costruita nel IV secolo, è stata distrutta e ricostruita più volte, storicamente, è anche il luogo dove gli imperatori etiopi venivano incoronati. La chiesa è, tra l’altro, inaccessibile alle donne, perché si ritiene che solo la Vergine Maria possa risiedere in questo luogo, per questo motivo nel 1950 l’imperatore Haile Helassie decise di costruire una nuova cattedrale, nei pressi della chiesa, che permettesse l’ingresso a uomini e donne in egual misura.

La vera Arca dell’Alleanza è ancora in Etiopia oggi

Potrebbe, altresì, ritenersi interessante scoprire cosa sia stato tramandato dalla tradizione locale etiope in merito all’arrivo dell’Arca in Etiopia. Pare che la vicenda sia narrata nel Kebra Nagast, un testo di enorme importanza storico-religiosa nella cultura etiope, che attinge direttamente dall’Antico Testamento. Infatti, anche secondo quanto narrato nel Kebra Nagast, tutto avrebbe inizio da una notte di passione tra il re Salomone e la regina di Saba, fondatrice del regno Etiope. Questa, di ritorno verso l’Etiopia, avrebbe dato alla luce suo figlio, Menelik I, futuro primo imperatore d’Etiopia.

Cappella dove sarebbe custodita la vera Arca – Foto via

Secondo la tradizione copta Menelik I fu il fondatore di una dinastia di imperatori salomonici che ha governato l’Etiopia e sarebbe stato incaricato da Dio di spostare la preziosa cassa in oro e legno di acacia.

Menelik venne a conoscenza di chi fosse il suo vero padre solamente all’età di vent’anni, allorché decise di intraprendere un viaggio in Israele per cercarlo. Salomone accolse Menelik con tutti gli onori, e quest’ultimo rimase a Gerusalemme per tre anni.

La leggenda sull’arrivo dell’Arca in Etiopia ha principalmente due versioni: la prima vuole che, al momento della partenza di Menelik, fu proprio Salomone a volergli donare l’Arca. La seconda invece vede il sovrano affidare un compagno di ritorno al figlio, tale Azarius; fu questi a decidere di rubare l’Arca, e sostituirla con una copia. A metà tragitto, Azarius avrebbe confessato il misfatto a Menelik e quest’ultimo, seppur contrariato, aveva creduto che poiché non si erano manifestati i terribili poteri distruttivi, era volere di Dio che l’Arca venisse portata in Etiopia, fu così che arrivò ad Axum e da allora non si sarebbe più mossa.

Gli scettici sostengono che l’intera vicenda così come anche tutto il Kebra Nagast, sia solo una propaganda per giustificare la linea di discendenza ereditaria degli imperatori di Etiopia da Menelik come di origine divina. Tuttavia tutti gli etiopi di religione cristiana sono fermamente convinti della veridicità della storia e questo include, ovviamente, le più alte cariche della Chiesa ortodossa etiopica.

Il Sacerdote attuale custode dell’Arca – Foto di Rod Waddington – via

Il Patriarca Abune Paulos [54] dichiarò nel 2009 a Roma che l’Arca esisteva e si trovava in Etiopia, e che l’avrebbe rivelata al mondo, quando poi, proprio nel fatidico giorno della rivelazione al mondo, lo stesso, inspiegabilmente, ritrattò.

Il defunto Patriarca, infatti, in una conferenza stampa tenutasi il 19 giugno 2009 all’Hotel Aldrovandi di Roma, cui hanno partecipato anche il principe Makonnen Haile Selassie, secondogenito dell’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié I, ed il duca Amedeo D’Aosta disse: «L’ho vista con senso di umiltà, non con orgoglio, come quando si va in chiesa. È la prima volta che dico questo in una conferenza stampa. Ripeto l’Arca dell’Alleanza è in Etiopia e nessuno di noi sa per quanto tempo ancora. Solo Dio lo sa. […] Tutto quello che si trova nell’Arca è descritto perfettamente nella Bibbia. Lo stato di conservazione è buono perché non è fatta da mano d’uomo, ma è qualcosa che Dio ha benedetto. […] Ci sono molti scritti e prove evidenti sulla presenza dell’Arca in Etiopia. Non c’è ragione perché qualcuno pretenda di affermare di avere qualcosa che non ha. Non sono qui per dare delle prove che l’Arca sia in Etiopia, ma sono qui per dire quello che ho visto, quello che so e che posso testimoniare. Non ho detto che l’Arca sarà mostrata al mondo. È un mistero, un oggetto di culto» [55].

Foto ritraente il Patriarca Abuna Paulos – Foto via

Come è stato più volte ribadito, a nessun uomo, al di fuori dei monaci guardiani, ha il permesso di entrare nella chiesa dove sarebbe custodita l’Arca dell’Alleanza. Uno dei pochi cui sia mai stato permesso di parlare ai monaci è lo storico Ephrem Brhane [56] che fa da guida i pellegrini che giungono ad Aksum, fedeli e turisti di tutto il mondo. Questi riferisce loro che: «Abba Gebre Meskel [57] è convinto al 100% che si tratti dell’Arca dell’Alleanza autentica. Non solo ha la forma esatta descritta nella Bibbia, ma brilla anche di una luce straordinaria» [58].

La cappella dell’Arca ed il sacerdote che la custodisce – Foto via

La cappella dell’Arca ed il sacerdote che la custodisce

Chi scrive non è un archeologo, né ha modo, alla luce dei veti imposti dalle autorità religiose etiopi, di poter esprimere un giudizio provato circa la reale presenza dell’antica Arca dell’Alleanza in Etiopia. Quello che è certo è che questa reliquia (vera o falsa che sia), è un archetipo culturale attorno al quale si è addensata e strutturata l’identità e la cultura etiope, che elaborando in maniera originale elementi sincreticamente assunti dalla cultura ebraica e cristiana, filtrati attraverso l’inculturazione nelle proprie tradizioni autoctone, ha dato vita allo splendore dell’antico impero etiopico che permea di sé ogni dimensione dell’Etiopia attuale.

Per le note, bibliografia e sitografia, qui.

Saggio di Maria Rita Agata Caserta

Maria Rita Agata Casera ha intrapreso gli studi universitari presso l’Univeristà degli Studi di Catania, Facoltà di Giurisprudenza, poi in Roma ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza e la laurea in Diritto Canonico presso la Pontifiica Università Lateranense. Sempre nella stessa Alma Mater ha concluso un dottorando di ricerca in Diritto Canonico. Concluso l’iter formativo universitario ha ottenuto il diploma biennale in Praxis administrativa canonica presso la Congregazione per il Clero ed è attualmente discente presso lo Studium Romanae Rotae istituito presso il tribunale apostolico della Sacra Rota.

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