Come I Social Reinforzano Standard Di Bellezza Eurocentrici

Mentre ci destreggiamo tra le complessità delle tecnologie e il loro legame con la razza, ci chiediamo cosa possiamo fare per contrastare certi episodi e cambiare il modo in cui l’industria affronta le esperienze virtuali delle/degli utentз non bianchз, scrive Naomi Kelechi Di Meo.

di GRIOT - Pubblicato il 20/09/2021
Immagine via

Con 1 miliardo di utenti nel mondo, Instagram è una delle piattaforme di social media più utilizzate. Ha plasmato il modo in cui ci connettiamo le/gli unз con le/gli altrз, come produciamo e consumiamo informazioni e, soprattutto, il modo in cui vediamo e ci presentiamo. Come parte di un fenomeno descritto di “micro-celebrità”, l’app fornisce entrate alle/ai blogger di beauty e moda, e le/gli utenti imitano il comportamento delle celebrità presenti sull’app. Questo comportamento, che sui social media è diventato parte integrante del marketing, spazia dal tenere aggiornatз le/i follower, mostrare (nuovi) beni materiali o condividere i propri successi.

Nel 2017, in parte come risposta al modo in cui questз blogger hanno utilizzato l’app, Instagram ha introdotto i filtri per la realtà aumentata (AR), una funzionalità precedentemente presente su Snapchat. In contrasto con i filtri Snapchat, progettati per essere divertenti o addirittura sciocchi, Instagram ha introdotto filtri per migliorare l’aspetto di unǝ utente. Le/gli utentз BIPOC hanno subito notato che la maggior parte dei filtri di bellezza AR di Instagram, come impostazione predefinita lз faceva sembrare più magrз o con il naso ristretto. Pertanto, per essere consideratз bellз per gli standard sociali contemporanei—oggi mediati da piattaforme di social media come Instagram—è necessario avere determinate caratteristiche, che di solito sono la pelle chiara e i capelli lisci, con cui il filtro AR funziona meglio.

Gli scenziati sociali hanno esplorato il ruolo che gli artefatti tecnologici giocano nelle nostre interpretazioni della realtà. Le app e gli altri servizi forniti da questi dispositivi sono fondamentali nella nostra vita quotidiana.

Tuttavia, anche le app dei social media contribuiscono a creare un senso distorto della realtà. Se i filtri cambiano il nostro aspetto, le persone generalmente si abituano alla versione mediata di noi stessi. Le/gli utenti BIPOC sono doppiamente mediati, poiché nel processo sono anche soggetti a standard di bellezza eurocentrici, perpetuando idee irrealistiche su ciò che può essere considerato bello. Tra le comunità BIPOC, pratiche dannose, ma diffuse, come lo sbiancamento della pelle, la stiratura dei capelli e simili, suggeriscono aspettative della società che non sono mai completamente disconnesse dalle immagini mediate sui social media.

Nel suo libro What things do: Philosophical Reflections on Technology, Agency, and Design (2005), Peter Paul Verbeek esplora le implicazioni della meditazione tecnologica su come il mondo umano acquisisce significato. I social media sono ora la dashboard di ciò che accade nel mondo: i social media curano una serie di situazioni con cui l’utente può decidere di interagire o meno mettendo “mi piace”. Moltз sono così abituatiз a vedere il mondo attraverso i loro telefoni che quando non lo fanno, trovano la realtà confusa. Verbeek discute come la realtà mediata che sperimentiamo non viene semplicemente trasmessa al mondo, ma viene distorta attraverso un artefatto. In questo caso, i filtri AR, che abbiamo utilizzato tramite il telefono, ci allontanano da ciò che è reale e, di conseguenza, ci abituiamo a vedere le cose in modo limitato.

Nell’articolo Instagram filters: Our skin is for life, not for likes, Sarah Lee racconta come l’influencer britannica Shu Lin si sia resa conto che Instagram permetteva alle persone di imitare i tratti del viso e i tratti comportamentali/culturali che potrebbero essere considerati asiatici. Discute anche di episodi di blackface: filtri che fanno sembrare le persone con la pelle più scura di quanto non siano in realtà. Ruha Benjamin, sociologa e professoressa di studi afroamericani alla Princeton University, discute il potere che la tecnologia ha sulla razza e perché è necessario comprendere le dimensioni di questo potere. Ci sono stati molti episodi che mostrano come il pregiudizio tecnologico è: una lotta continua per le persone BIPOC, non solo sui social media, ma ovunque venga utilizzata la tecnologia basata su telecamere, dalle telecamere di sorveglianza ai diffusori di sapone automatici e ai termometri.

Mentre ci destreggiamo tra le complessità delle tecnologie e il legame con la razza, ci chiediamo cosa si può fare per contrastare questi episodi e cambiare il modo in cui l’industria affronta le esperienze virtuali delle/degli utentз non bianchз. Spesso rimaniamo scioccatз quando realizziamo che i pregiudizi possono essere trovati in tutte le sfere, ma non dovremmo esserlo, specialmente se sappiamo che le cose sono costruite dalle persone, di conseguenza l’artefatto che creano porta—consciamente o meno—i preconcetti del/della creatorǝ. È a causa di questo meccanismo che la mediazione che riceviamo non è oggettiva, ma condizionata da pregiudizi.

– Naomi Kelechi Di Meo

Naomi Kelechi Di Meo è una studente di New Media and Digital Cultures presso la Facoltà di Media and Information Studies dell’Università di Amsterdam.

Segui GRIOT Italia su Facebook, @griotmagitalia su Instagram Iscriviti alla nostra newsletter

Condividere. Ispirare. Diffondere cultura. GRIOT è uno spazio nomadico, un botique media e un collettivo che produce, raccoglie e amplifica Arti, Cultura, Musica, Stile dell’Africa, della diaspora e di altre identità, culture e contaminazioni.