Donna Nera, Razzismo [e Media] In Italia | L’Insostenibile Condizione Di Censura Del Dolore

di Johanne Affricot - Pubblicato il 06/04/2021
Immagine CC - via Flickr

Mi ero imposta di non scrivere nulla, mi ero ripromessa di aspettare, di non farmi investire dall’onda emotiva del momento—in realtà non si tratta di un momento ma di un’onda continua, di un moto perpetuo. La scrittura, inoltre, richiede ordine, anche quando si vive un trauma, e per quanto il disordine della nostra condizione sia un fatto ordinario, continuare ad articolare pensieri e riflessioni è necessario per migliorare il nostro presente sociale, culturale e politico.

Domenica 28 marzo, guardando le Instagram stories di I. mi sono imbattutta negli ennesimi casi di violenza razziale contro il corpo Nero, nello specifico contro il corpo della donna Nera. Il primo, che ha avuto poca eco mediatica perché più “nascosto”, è accaduto per strada, a Lecco. Protagoniste tre ragazze Nere e un bianco, accompagnato da un’esigua confranternita di bianchi, che, come riferito dalle vittime, mentre stavano passeggiando ha tentato di investirle. Sceso dalla macchina, nella porzione di video condiviso si vede l’uomo rivolgere a una delle tre—a tutte e tre—il classico repertorio: mica sono Ne*ro come te, tu sei una Ne*ra; seguito da una fiera dichiarazione di identità che mi ha lasciata perplessa: e io sono calabrese. Oltre ad aver provato rabbia e tristezza, nei giorni successivi ho cercato con meno bollore in corpo e nella mente di analizzare quella rivendicazione. Mi sono chiesta se quel “e io sono calabrese”, per altro sbattuto in faccia alla donna muovendo saldamente tra le mani i propri genitali, fosse il solito modo di reclamare a se stesso e all’altra un’italianità, bianchezza, maschilità e territorialità jure sanguinis, de facto; o se fosse anche il tentativo incoscio di rivendicare una qualche forma di marginalizzazione perché discriminato “in casa”—semplificando: terun,—di conseguenza riproducendo e trasferendo su quelle donne, su quei corpi alieni, una forma rozza di campanilismo, razzismo, machismo e sessimo. Sicuramente una combinazione di tutti gli elementi.

Il secondo caso, che ha avuto una portata mediatica più accesa, ma sempre misera a mio avviso, ha come protagonista l’attrice Valeria Fabrizi. Ospite del programma Rai Da noi… a ruota libera, condotto da Francesca Fialdin, la veterana del cinema, del teatro, della televisione italiana si ritrova a ripercorrere la sua vita e la sua carriera. All’affermazione della conduttrice di quanto fosse bella in uno scatto che la ritrae da giovane accanto al suo compagno di vita, Tata Giacobetti, la Fabrizi, probabilmente prendendo alla lettera il nome della trasmissione, si lascia andare alla più spontanaea e libera delle considerazioni: “Bellissima no. Sembro una neg*a, una ragazza di colore. Non mi riconosco” (da minuti 19:38)

La Fialdini lascia correre, non rimprovera la Fabrizi, non la esorta a riflettere sulla gravità delle sue parole, che invece di gelare il pubblico ne accende anche divertite risate; e nei giorni successivi sia lei che la RAI lasciano gestire la patata bollente all’attrice, come se la loro “neutralità” fosse stata e sia ininfluente in quella che in casa RAI, e in buona parte della televisione e della società italiane, è una consuetudine ben radicata.

Blackface, Sessualizzazione, Razzializzazione della donna Nera e del corpo Nero nella televisione italiana

Non è il primo episodio, infatti, e sappiamo che non sarà l’ultimo, anche se qualcosa si sta muovendo. Su Instagram è stata lanciata la campagna #CambieRai, per denunciare il razzismo, il sessismo e l’omobilesbotransfobia presenti nella TV di Stato, e per l’8 aprile sono stati organizzati dei sit-in di protesta di fronte alle sedi Rai di Roma, Milano e Torino.

Ma non si tratta solo della Rai e di televisione generalista. Certo, essendo un’emittente pubblica, pagata da noi contribuenti, il controllo della qualità dei contenuti dovrebbe essere sempre garantito. Alla Rai però fanno orecchie da mercante quando l’oggetto del dibatitto è il corpo della donna Nera—e dell’uomo Nero—e da sempre siamo prigioniere e prigionieri di un palinsesto che ha normalizzato il blackface, sessualizzato e razzializzato i nostri corpi. Se il tutorial Come fare la spesa in modo sexy ha portato i vertici RAI a sospendere il programma Detto Fatto—dopo una pioggia di critiche ed espressioni di contrarietà, manifestate con stati Facebook, Instagram, articoli dalla qualunque testata media, anche quelle ghiotte di cavalcare il trending topic del momento,—la stessa reazione e risposta non ci sono state per questo e altri programmi. A conferma di come la donna Nera occupi uno spazio vuoto, il “terzo spazio”, sia nel dibattito sul razzismo, occupato dall’uomo Nero, sia nei discorsi di genere, in cui la donna bianca è il soggetto principale, sia nei discorsi di classe, in cui la razza non è contemplata (H.S Mirza, G. Kilomba).

Alla Rai fanno orecchie da mercante quando l’oggetto del dibatitto è il corpo della donna Nera.

A fine gennaio, per esempio, per celebrare la carriera del comico napoletano Francesco Paolantoni, la trasmissione di Fabio Fazio “Che Tempo Che Fa”, ospita una performance canora dell’attore, che si presenta in studio con il corpo dipinto di marrone, in stile black face—lascio qui un link per chi non sapesse di cosa si tratta. Oltre ad essere un simbolo di oppressione dei Neri/delle Nere, una pratica profondamente discriminatoria e razzista che affonda le sue radici negli Stati Uniti dell’800 e che vede la sua massima diffusione nei minstrel show, il blackface non ha perso le sue connotazioni razziste e razzializzanti, e queste non si eliminano perché apparentemente riguardano la Storia di un altro paese. Bisognerebbe iniziare a riflettere più criticamente, mettendo in discussione, in analisi e in relazione le identità reificate, piuttosto che muoversi solo dentro il confine Paese. Il momento più imbarazzante è stato però vedere Fabio Fazio ospitare alcuni giorni dopo in studio l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama: Co-me-Se-Nul-la-Fos-se.

Il talent Tale e Quale Show è forse la rappresentazione massima dell’indifferenza RAI verso queste tematiche. Nel 2019 Lidia Schillaci interpreta in blackface Beyoncé; a novembre 2020 Sergio Muniz porta in scena Ghali, sempre in blackface—e Ghali stesso attraverso i suoi social denuncia la matrice razzista del blackface, sollecitando il programma e l’emittente a eleminarne l’utlizzo.

Ricordo ancora, andando a ritroso nel tempo, il senso di fastidio e disagio che provai la sera di capodanno 2015, trascorso in famiglia, quando vidi salire sul palco “Capodanno a Matera”, sempre targato RAI e condotto da Amadeus, una Roberta Giarrusso completamente dipinta di marrone/nero per interpretare Donna Summer.

Oiza Queens Day Obasuyi, giornalista anconetana, penna di The Vision e Internazionale, nel suo saggioCorpi Estranei. Il Razzismo Rimosso che appiatisce le diversità” dedica due capitoli al tema della donna Nera:  I corpi Neri nella televisione italiana e Donne Nere in Italia. In entrambi esamina e evidenzia, partendo dalla filmografia degli anni ’70 (La ragazza della pelle di luna, Il corpo, La peccatrice, Il Signor Robinson – Mostruosa Storia di amore e avventura), fino ad arrivare a quella più contemporanea (come Bianco e Nero), le conseguenze dell’aver cancellato dal dibattito pubblico e culturale una pagina buia del paese, il colonialismo italiano, tracciando, quindi, una linea di continuità nella rappresentazione e percezione dei nostri corpi, riproposti e saldati nell’immaginario italiano con lo stesso sguardo coloniale: feticista, sessista e razzista. Ricorderete sicuramente Ainette Steven, nelle vesti dell’ipersessualizzata gatta nera e gatta bianca del programma TV Il Mercante in Fiera.

Donna Nera e Censura del Dolore

Derubricare questi e tanti altri episodi a errori, scivoloni rappresenta una storpiatura della realtà, una forma acuta di miopia intellettuale, perché la temporalità con cui si verificano non è sporadica ma spaventosamente ciclica, nonostante negli anni, e in più occasioni, abbiamo fatto sentire la nostra voce.

Nei due casi protagonisti sopra descritti—così come nella quotidianità delle persone razzializzate—la reazione delle forze dell’ordine, da una parte, e dei media dall’altra, è di disinteresse e censura del dolore della donna Nera, oltre che di mistificazione della realtà, alimentati dall’uso di un vocabolario, sia fisico che linguistico (azioni e reazioni) che sminuisce, normalizza e favorisce la reiterazione di questi episodi, finendo per convalidarli.

Se nel primo episodio veniamo a sapere che la risposta delle forze dell’ordine alla denuncia dell’aggressione criminale, razziale e sessuale subita è stata di scarsa considerazione, dall’altra i media che hanno raccontato l’episodio della Fabrizi, piuttosto che approfondire l’analisi e domandarsi e far riflettere le/i proprie/i lettrici e lettori su come le donne e le persone Nere in Italia si fossero sentite nel vedersi associare nella TV nazionale alla bruttezza, hanno preferito condividere “le «scuse sentite» dell’attrice, in merito a «uno spiacevole accadimento», dove ha utilizzato una terminologia più volte «messa sotto accusa» perché «considerata razzista».” C’è chi poi ha parlato di gaffe, e la stessa attrice, raggiunta dal tapiro d’oro di Striscia La Notizia ha tenuto a sottolineare che si fosse trattato di uno scivolone, senza fare marcia indietro: “Parlo così, è il mio linguaggio. Quella parola oggi è brutta, ma ai miei tempi si poteva usare. Ho anche adottato dei bambini. I miei sacerdoti, i miei amici… sono di colore. Mi è uscita così, la parola è brutta, lo so.”

Il razzismo è legato al linguaggio e alla rappresentazione e non si esplicita solo attraverso una manifesta aggressione fisica. L’artista interdisciplinare, scrittrice e teorica portoghese Grada Kilomba, autrice di Plantation Memories [Memorie dalla Piantagione, in uscita in italiano a maggio 2021] scrive: Racism is not biological, but discursive. It functions through a discursive regime, a chain of words and images that by association becomes equivalent. “Il razzismo non è biologico ma discorsivo. Opera attraverso un regime discorsivo, attraverso una catena di parole e immagini che per associazione finiscono per equivalersi.”

Quello che viviamo sulla nostra pelle è razzismo quotidiano, ordinario. Sappiamo di non esagerare, anche se spesso ci inducono a pensare che sia così. I momenti di (di)stacco che ci prendiamo fanno parte del nostro processo di cura, ci servono a tamponare una ferita aperta da tempo; una ferita che ha solcato e segnato la pelle e il corpo, nostri e delle nostre famiglie. E non bisogna avere paura di nominare e riconoscere questa realtà. I media italiani, pubblici e privati, continueranno a far finta di niente, a performare industurbati pratiche di razzismo quotidiano. È una condizione insostenibile, questa costante censura del dolore, questa negazione dei nostri corpi. Ma continueremo a parlare e a parlare. Continueremo a creare e a produrre un’altra narrazione.

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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.