Denis Longhi | Storia Di Jazz:Re:Found E Del Mio Amore Per La Black

di Johanne Affricot - Pubblicato il 30/11/2016

Non fatevi ingannare da quei due doppi due punti. Il vostro nuovo scioglilingua Jazz:Re:Found è una parola unica e composta che si ispira a una famosa serata londinese, Jazz:Re:Freshed, che negli anni 2000 raccoglieva il meglio della scena artistica black all’interno dello storico locale Mau Mau, a Portobello, Londra.

Jazz rifatto. Jazz rivisto. Jazz ricondizionato. In pratica, jazz, elettronica, hip-hop, funk, soul, etc. Sono questi i generi che vi aspettano dal 7 al 11 dicembre al festival più atteso di Torino. E dietro questi generi si nascondono nomi di tutto rispetto e di grande prestigio, tra giovani sperimentatori e vecchi evergreen: Grand Master Flash, De La Soul, James Holden, Yussef Kamaal, GoGo Penguin, il collettivo Underground Resistance, gli italiani Ensi e  Clap! Clap!.

Solo Tony Allen, il purosangue nigeriano senza il quale non sarebbe mai esistito l’afrobeat [parole di Fela Kuti] dovrebbe mettervi il pepe al culo, farvi ridurre [non chiudere!] quest’intervista a icona per andare ad assicurarvi, online, i biglietti per una quattro-giorni che promette di regalare veramente grandi emozioni.

griot-mag-jazz-re-found-tony_allen_denis-longhi.jpg
Bene. Siete tornati. Concedetemi di essere schietta. Come ha fatto un festival del genere ad esplodere in quel di Vercelli? Non fraintendetemi. Viene naturale domandarsi, e chiedere a Denis Longhi, fondatore e direttore artistico di Jazz:Re:Found, come sia riuscito il suo festival a occupare un posto al sole in una provincia della profonda Padania, area geografica non particolarmente sensibile a certi contenuti.

Contenuti molto neri – e non intendo il colore delle camicie, anche se lì sono verdi – spesso di protesta e di lotta, e solo apparentemente molto lontani. Insomma se riesci a far esplodere una roba del genere in un covo di legaioli, in un luogo che al tempo non aveva punti di riferimento – locali o disco – che spruzzassero nell’aria della buona musica black, devi anche raccontarmi in che modo sei stato iniziato al jazz e alla musica nera.

Nel ’92- ’93, quando il rock erano i Nirvana e i ragazzini si mettevano faticosamente da parte le paghette per comprarsi le compilation dei DJ dell’epoca, Denis un giorno entra in questo negozietto di Vercelli, punto di riferimento di rockofili e popofili, e per caso acquista un pacco di CD in offerta. 25 CD del grande jazz a 10.000 lire. Le care e vecchie lire. I cari e vecchi CD che ti tiravano dietro e tu non vedevi l’ora. – “Era un CD che partiva dal bebop di Charlie Parker e arrivava a Davis,” mi racconta Denis. – “Senza nessuna coscienza musicale, senza sapere cosa avessi tra le mani, inziai ad ascoltare regolarmente questa musica a casa.”

Un ascolto che in qualche modo influenza e intercetta l’animo di sua madre che per caso, sempre per caso, in vacanza in Friuli trova e compra in un mercatino di paese un CD la cui copertina recita un termine a lei noto: jazz. Di ritorno a Vercelli porta al figlio una pietra miliare che lo segnerà per sempre: Jazzmatazz, volume 1. Stiamo parlando di un album realizzato dal grandissimo Guru, uno dei pionieri della commistione tra jazz e hip hop, morto giovane, purtoppo. Musiche, suoni, testi che lo mandano fuori di testa e lo spingono a intrapredere quel percorso di ricerca che passa per il negozietto di paese, le trasferte Vercelli – Milano e altre città italiane, per andare a ballare quell’house i cui suoni gli ricordavano le musiche che ascoltava a casa, fino ad arrivare al grande tempio: Londra.

Londra, Londra. Erano gli anni 2000, gli anni dei primi voli Ryan Air verso la capitale della Brexit a 9 democratici euro “e quindi con un amico ci facevamo queste trasferte mensili perchè ero stanco della proposta musicale che passavano qui in Italia,” mi dice.

Il quartier generale, il luogo della loro perdizione era lo storico Goya Music, nel West London, popolato da comunità di anglo-caraibici e anglo-nigeriani che già armeggiavano con l’elettronica, rivista in chiave house, e la drum’n’bass, con una ritmica meno aggressiva che lasciava trapelare in maniera potente le infuenze percussive africane.
griot-mag-jazz-goya-denis-longhi“Nel 2006-2007 però ci arriva la brutta notizia. Il Goya chiude i battenti. Io e i miei amici del collettivo ci ritroviamo sconsolati perchè la nostra scena preferita aveva fallito e non avevamo più un punto di riferimento,” mi dice. – “Però non volevamo lasciarla morire così. Volevamo dare credito a quest’esperienza, dargli un futuro, da qualche altra parte. Dalle nostre parti. E quindi quella chiusura ci spinge a creare qualcosa a Vercelli e Torino, ad organizzare le prime one-night invernali ed estive con budget inesistenti. Serate in cui ospitavamo artisti internazionali black, sconosciuti, raccogliendo però un buon riscontro di pubblico.” Talmente buono che anche le istutizioni del luogo si rendono conto che dopotutto non è poi così male quel mondo black e gli segnalano dei bandi di finanziamento che loro vincono.

Così, dal 2008, partono con la prima edizione del festival, gratuita, che fino al 2013 cresce in maniera sostenuta, regalando a Jazz:Re:Found un credito di tutto rispetto. Credito che lo posiziona tra i migliori festival dello stivale, con una proposta artistica di anno in anno sempre più elaborata, tanto che Vercelli comincia a star stretta e Denis e il suo collettivo nel 2015 decidono di fare il grande passo: sposare Torino.  – “Guarda, un salto nel vuoto. Un passaggio pericolossisimo.” – “Perchè?” – “Perchè a Vercelli ero a casa. Tutti mi conoscevano. Se c’era un problema con le transenne o l’elettricità andavo direttamente io a parlare con chi di dovere. E poi avevo tutta una rete di persone del posto che riuscivo a stimolare facilmente, mentre a Torino sono dovuto ripartire da zero, ho dovuto costruire una nuova rete di contatti, creare un gruppo di persone che si fidasse di me. Persone a cui trasmettere entusiamo, la purezza di un progetto, di un festival che ha quasi 10 anni; persone a cui far capire la forza di un’associazione che ne ha tredici; persone a cui far consocere l’integrità di un’attività che ne ha venti.”

Un patrimonio, questa scommessa sulla musica hip-hop, soul, r’n’b, jazz, che ha pagato l’impegno del collettivo da Vercelli e di Denis.
griot-mag-jazz-re-found-line-upSe pensate che Denis ci guadagni un sacco di soldi siete fuori strada. Ma la cosa non mi soprende, avendo lavorato alla realizzazione di diversi eventi e festival. Sempre alle prese con il budgdet e vi assicuro che riuscire a far quadrare i conti, andare in pari e monetizzare, è un esercizio aritmetico che riesce a pochi.

Denis lavora all’università, è responsabile di un centro audiovisivo di cui cura la parte media. – “Un lavoro più che dignitoso. Considera che rappresenta l’unica maniera per sostenere il festival. La cessione di 1/5 del mio stipendio è sempre dietro l’angolo quando si tratta di pagare i debiti del Festival,” mi dice ridendo. – “È un festival grosso. La gente pensa che lo faccio perché ci guadagno. Lo faccio perché ho passione e ci tengo. Poi sì, quest’investimento tra vent’anni chissà cosa mi porterà,” continua. – “Sto acquisendo credito, capitale umano e ho creato un brand, un contenitore sano, vero e credibile che propone un contentuo. E ti assicuro che in un momento storico come questo è quasi un traguardo maggiore che l’avere un bilancio attivo.”

Ovviamente Denis non sta sottovalutando o non quotando la sua professionalità ma alla mia domanda “Perchè continui?” mi risponde -“Perché è un piacere. E questo festival mi ha permesso di vincere un bando nazionale al Centro Santa Chiara, in Trentino. Mi occupo della direzione artistica teatrale jazz. Sto portando un po’ di freschezza. Si sono ritrovati il teatro invaso da trentenni, rispetto agli anni passati. Quindi questa roba sta iniziando a pagare.”

Non è uno che si lamenta. Il festival è figlio suo. “Dopo ogni edizione ho la classica depressione post-partum, un calo di adrenalina,” mi confessa. – “Ma le persone ogni anno sono sempre più affiatate e tornano contente.”

Si vede che se tornano il lavoro fatto finora è stato eccellente. Quest’anno per me sarà la prima volta a Jazz:Re:Found. Sono stata invitata a partecipare al panel dal titolo “Stay Black” [Sabato 10 dicembre, alle 15:30 presso il Circolo dei Lettori di Torino] in cui parlerò di GRIOT, della serie che ho girato quest’estate a New York, The Expats, e di “Diversity nei media, nelle arti e nei festival italiani,” mentre Lou Constant-Desportes, tra i partecipanti del panel, ed editor-in-chief di Afropunk, parlerà di Afropunk, festival e piattaforma online che celebra la cultura alternativa e l’attivismo della comunità nera.

Ho chiesto a Denis cosa si deve aspettare il pubblico che parteciperà a questa 9° edizione di Jazz:Re:Found. – “Sicuramente, rispetto all’anno scorso, ritorniamo alle nostre origini, a quel ciclo di eventi non solo notturni ma anche giornalieri, distribuiti in più location, proponendo una serie di attività spalamate su quattro giorni, che spaziano dal panel, alle lecture, alle mostre [il 7 dicembre ci sarà l’inaugurazione della mostra ‘Coltrane Saved My Life’] ai concerti pomeridiani, al party di chiusura ai Murazzi,” sottolinea.

“Una cosa a cui però tengo e che voglio trasmettere alle persone che verranno è di sostenere lo sforzo degli spostamenti. L’essenza di questo festival è lo sviluppo di diverse identità. Puoi farti 20 Km e andare a perderti in montagna perchè i contentuti sono stati modulati pensando a quei posti. Non volevamo delle venue non ragionate, ma spazi che parlarssero la lingua di quel contenuto,” mi dice. – “Il nostro festival ha una personalità e speriamo che anche quest’anno la gente lo apprezzi. Ma il fagnan [che in dialetto significa “il pigro”] c’è sempre e manifesta la sua insofferenza senza risucire a capire lo sforzo, per esempio, di prendere un ‘Teatro della Concordia’ [a Venaria Reale] che è vero che costa leggermente meno rispetto a una location centrale a Torino, ma la sua unicità vale la scommessa. Quindi il concetto è “Abbiate fiducia in me!”

Immagine in evidenza | Denis Longhi (c) Leonardo Schiavone

SEGUI GRIOT Italia su Facebook, Instagram 

Ultimo aggiornamento | Giovedì 8 dicembre, 12:00

Segui GRIOT Italia su Facebook, @griotmagitalia su Instagram Iscriviti alla nostra newsletter

Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica, viaggi: vivrei solo di questo. Culture curator per missione, passione e professione, la curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto... potrei anche mordere.