Cosa Pensiamo Della Serie Zero

Quattro afroitalianə—Ark, Gaylor, Naomi e la fondatrice e direttrice artistica di Griot, Johanne—discutono dell'attesissima serie Netflix. Nonostante alcune critiche, tutti concordano che Zero rappresenti un punto di svolta per la produzione culturale italiana.

di Johanne Affricot - Pubblicato il 04/05/2021
Da sinistra: Johanne Affricot, Naomi Kelechi Di Meo, Gaylor Mangumbu, Ark Jospeh Ndulue. COURTESY

Il 21 aprile è uscita la serie Netflix Zero, prodotta da Fabula Pictures in collaborazione con Red Joint Film. Liberamente ispirata al romanzo di Antonio Dikele Di Stefano Non ho mai avuto la mia età, racconta la storia di Omar/Zero (Giuseppe Dave Seke), un giovane e timido disegnatore di fumetti manga che vive a Milano con la sorella Awa (Viriginia Diop) e il padre Thierno (Alex Van Damme). Di sera lavora come fattorino per una pizzeria del quartiere. Durante un inseguimento, chiuso dentro una stanza di un edificio abbandonato dove trova rifugio, scopre di avere un potere speciale: diventare invisibile quando prova forti emozioni. Insieme a quelli/quelle che diventeranno poi i suoi/le sue amici/amiche (Sharif, Haroun Fall; Sara, Daniela Scattolin; Momo, Dylan Magon; Inno, Madior Fall) cercherà di difendere il quartiere in cui vivono da un crescente e improvviso degrado (Rico, Miguel Gobbo Diaz). Sullo sfondo la storia d’amore con Anna (Beatrice Grannò) e una lotta per salvare non solo il Barrio ma anche se stessi/stesse.

Il cast di Zero. In alto, da sinistra in senso orario: Dylan Magon, Viriginia Diop, Daniela Scattolin, Beatrice Grannò, Haroun Fall, Giuseppe Dave Seke, Madior Fall

Ho visto Zero tutta d’un fiato. E mi è piaciuta per vari motivi. Per il cast, composto principalmente da attori e attrici Neri/Nere italiani/italiane—probabilmemte la ragione principale che ha spinto molte e molti di noi a guardarla, talmente radicata e violenta è la sottorappresentazione e stereotipizzazione degli/delle afrodiscendenti nella tv italiana generalista, pubblica e privata. Un altro fattore positivo della serie è il concetto di invisibilità e le sfaccettature multiformi che assume, oltre al potere del super eroe. E poi c’è la cornice “mistica”, “spirituale” che cadenza tutti gli otto episodi, assumendo contorni più definiti nelle ultime puntate. E naturalmente la colonna sonora.

Lontana dal tesserne acriticamente le lodi, mi sono incontrata con Naomi, Ark e Gaylor per scambiare considerazioni e riflessioni su un prodotto culturale che per tutti noi—concordiamo non appena iniziamo a conversare—cambierà e sta già cambiando la televisione e le vite di molti/molte. Nel bene e nel bene. Anche se gli effetti non sono materialmente o culturalmente percepibili nell’immediato. Anche se per ogni passo in avanti che facciamo i media italiani preferiscono proiettarci in una dimensione narrativa che serve a rassicurare una certa maggioranza, mentre noi, per loro, dovremmo accettare passivamente—e sorridenti— l’essere appellati con il termine Ne*ro / Ne*ra in prime time; o in qualsiasi altra fascia oraria.

“Tante persone pensano che il razzismo sia presente solo negli Stati Uniti e non in Italia,” esordisce Naomi, studentessa di Media and Information. “Non sanno niente della storia coloniale italiana e della continuità con il razzismo di oggi. E se capita di vivere e riportare un episodio di discriminazione, magari ti dicono: ‘mi dispiace, il tipo è vecchio, tra poco muore, porta pazienza.’ Fine. Sipario. Secondo me Antonio [Dikele Distefano] ha fatto bene a non marcare troppo, anche per includere quel pubblico che se messo di fronte a una realtà troppo cruda, probabilmente avrebbe rinunciato a vedere la serie. Ho apprezzato il modo velato con cui hanno parlato di razzismo. Tutte le micro-agressioni presenti in Zero, dalla cittadinanza negata ad Inno all’allenatore fascista che lo insulta, noi che le subiamo ne riconosciamo subito la profondità, perché è qualcosa che ci accompagna quotidianamente, come fosse un fantasma. Quindi va bene, se ne è parlato. Però penso che in una seconda stagione dovrebbero avere più spazio di approfondimento.”

Tra i commenti letti in rete o condivisi da amici/amiche e conoscenti afroitaliani/afroitaliane, “c’è chi invece ha storto il naso per il poco spazio dato al razzismo e alla tema della cittadinanza italiana, ritenendo che Zero potesse e dovesse essere un’occasione di denuncia più ampia; chi invece ha apprezzato la scelta di mettere questi temi ai margini della storia; chi ne ha criticato la presenza, trattandosi di una serie di semi-fantascienza,” rivela Ark. “Anche io, però, ho apprezzato come sono state trattate queste questioni, allargando la narrazione ad altri temi che sono più universali, che vanno oltre il colore della pelle: le difficoltà economiche, gli attriti familiari e i problemi con la giustizia [tra Sharif e il fratello Honey, Livio Kone] l’assenza di un genitore. Credo siano tutti elementi che aiutano a provare più empatia,” aggiunge.

In una società in cui le nostre identità sono state fabbricate secondo schemi e categorizzazioni coloniali, e in cui l’alfabetizzazione delle masse passa anche attraverso la programmazione televisiva, una serie che non riduce e appiattisce la nostra esperienza a una sola dimensione è un punto di svolta che aspettavo da tempo. Zero infatti ha il merito di essere riuscita a normalizzare i nostri corpi, la nostra presenza, intrecciandola a temi sociali quali la gentrificazione, la cittadinanza, il razzismo e il ruolo della donna.

“Di gentrificazione non se ne parla molto. È un fenomeno che non interessa solo gli Stati Uniti o le grandi città europee, ma anche l’Italia,” continua Naomi. “Persone che appartengono a gruppi sociali più emarginati e vulnerabili, come immigrati/immigrate o gente con meno risorse economiche, vengono mandate via dai quartieri per insediarci una élite sociale, che risponde a certi canoni estetici, e alla quale vengono garantiti immobili più belli e infrastrutture e servizi più adeguati. E la ghettizzazione dell’altro, del diverso, è sempre dietro l’angolo.”

Ark, studente di giurisprudenza di Castel Volturno, aggiunge un’altra riflessione alla discussione: “Ho vissuto a New York per circa quattro mesi e in quel periodo ho sfilato per Pyer Moss. Nel 2018 presentò la sua collezione non nella ricca Manhattan ma nel quartiere in cui è cresciuto, a Brooklyn, vicino East Flatbush. E durante la sfilata il messaggio che condivise sostanzialmente fu: ragazzi, dobbiamo dare valore al quartiere, alle persone del quartiere.’ Questo, per riallacciarmi alla serie, può essere legato ad una tematica più grande: il progresso. Chi sono i/le destinatari/destinatarie del progresso? Quando c’è lo sviluppo, quando vengono investite le risorse, si pensa che tutti/tutte ne beneficiano, ma in realtà non è così. Gli ultimi vengono lasciati indietro, come ci ricorda Giovanni Verga ne La Fiumana del Progresso”

Ma chi sono gli ultimi/le ultime? È qui che entra in gioco l’appartenenza, oltre che la classe sociale, in un gioco di piani narrativi che si fondono. Certo, si tratta più di “stimolazioni” subliminali, ma sono presenti. Se è vero che i/le protagonisti/le protagoniste di Zero sono quella gioventù italiana del presente, figlia dell’Africa e della sua diaspora, è vero anche che il punto di equilibrio tra l’Italia percepita come Italia e l’Italia (non definita) di seconda generazione è il quartiere, la periferia. L’appartenenza al quartiere valica i confini della nazione, delle origini, della linea del colore, e si palesa sotto forma di in un sentimento sentito e condiviso: l’attaccamento al proprio luogo di formazione identitaria e di socializzazione.

“I ragazzi si riconoscono nel Barrio, quella è la loro casa. Appartengono a quel territorio, prima ancora di appartenere alle loro origini. Io non ho avuto la stessa fortuna, non ho avuto questo attaccamento. Appena ho potuto, me ne sono andata da Desenzano del Garda,” continua Naomi. “E mi è piaciuta come è stata messa nella serie. Alla faccia di tutti quelli che dicono: ‘voi non riconoscete l’Italia come la vostra casa’, oppure, ‘questa non è casa vostra’. Qui nella serie abbiamo delle persone di seconda generazione che difendono la loro casa, il quartiere, ci lavorano, danno vita al quartiere.’

La scelta di far durare ogni episodio 25 minuti rappresenta un po’ il punto debole di Zero. Salti di scena e di dialogo troppo veloci, una struttura che spesso non rende giustizia ai personaggi. Eppure, tutti/tutte sono riusciti/risucite a penetrare in maniera credibile e coinvolgente. “L’opera nel suo insieme va letta in maniera intelligente. Soprattutto per quanto riguarda le generazioni più giovani. Chi oggi guarda questa serie, si ritrova un contenuto di ispirazione. Un adolescente Nero/Nera che ha 12-13 anni o frequenta le superiori, che magari è l’unico/unica Nero/Nera nella classe, oggi si ritrova sullo schermo un prodotto che a livello estetico lo/la rappresenta. Poi la serie ha usato diversi registi/registe per ogni puntata [quattro: Paola Randi, Mohamed Hossameldin, Margherita Ferri, Ivan Silvestrini], ed è una cosa che capita raramente e positiva, perché cambiare punto di vista colora la narrazione in modo diverso: se sei donna, se hai altre origini, eccetera,” sostiene Gaylor.

“Io non ho un personaggio preferito. Mi piace la crew. Mi piace il concetto di unione. Anche perché credo fosse questa la volontà della produzione, far risaltare il gruppo. Se notate i singoli personaggi non sono stati sviluppati. Forse un po’ di più Omar, perché è il protagonista, ma è verso la fine che iniziamo ad avere qualche elemento in più sulla sua storia personale, di quello che è successo alla madre. Questa prima stagione l’ho presa più come di presentazione, perché sostanzialmente è quello: la prima stagione di altre stagioni,” dice Ark.

Tutte e tutti concordiamo però che il personaggio di Sara mandi un segnale importante all’esterno. “Sara è una ragazza, una donna indipendente che ha il suo studio di registrazione ed è la guida del gruppo. Non viene presentata in maniera stereotipata come succede spesso in certe serie. Non è la donna che sta zitta, o che urla o che rimane incinta. Quindi quando l’ho vista, rappresentata in quel modo, pensando a come le serie (specialmente quelle americane) relegano il ruolo della donna Nera in certi contesti sociali, ho pensato: finalmente,” afferma Naomi.

“Anche a me è piaciuta moltissimo Sara. Anche perché sono cresciuto in mezzo a tante donne, le mie sorelle, e mia madre è la mia eroina,” interviene Gaylor. “C’è un altro aspetto che mi è piaciuto di lei: è una ragazza Nera dark-skinned, con le treccine. Wow! Comunque, la questione dell’essere guida in mezzo a tanti maschi è un messaggio importante, trasversale, che interessa il ruolo della donna nella società italiana. Viviamo in un paese fortemente sessista. Noi siamo più adulti e abbiamo un certo grado di consapevolezza, ma immaginate una ragazzina che frequenta le medie o le superiori, che si rivede in quella posizione: secondo me dentro le scatta un mantra potentissimo. Aumenta tanto l’autostima,” conclude. “È vero ragazzi! E poi non indossa la wig [la parrucca],” incalza Naomi. “Tranne quando va al casinò,” aggiunge Ark.

Ogni aspetto viene analizzato, elementi che nella serie non hanno necessariamente questa profondità di riflessione, appartengono alle biografie di tante generazioni di afrodiscenti, non solo italiane/italiani. E nonostante tra me e Gaylor (nato/nata nella prima metà degli anni ’80) e Naomi e Ark (nata/nato alla fine degli anni ’90) la forbice generazionale sia molto ampia, ci ritroviamo a condividere le stesse reazioni che avremmo avuto se avessimo visto un prodotto culturale del genere nella nostra prima adolescenza, unite alle sensazioni che viviamo oggi.

“Se l’avessi avuta disponibile tra i miei 12-15 anni mi sarei sentito parte attiva di questo paese, in tutti i sensi. Il me di oggi, riagganciandomi al discorso che ha fatto prima Ark, ovvero che questo è un inizio, concordo: è un mattone che mi auguro possa diventare una grande casa,” afferma Gaylor.

“Il me di 12-13 anni sarebbe stato felicissimo di vedere un super eroe Nero e italiano. Il me di 16 anni, che studiava recitazione, sarebbe stato altrettanto contento, perché avrebbe assistito all’inizio del cambiamento, al sorgere di un nuovo mercato artistico più inclusivo, con attori/attici italiani/italiane afrodiscendenti che possono farcela. Il me di oggi è felice, perché vedo che le cose stanno cambiando. Ma è solo l’inizio. Può andare bene, ma può andare anche male. Come diceva Gaylor, è un mattone, vediamo come diventerà la casa,” riflette Ark.

“Quando è uscita la promo con tutti/tutte afroitaliani/afroitaliane ho pianto. Non piango mai, ma vedere quel video lì mi ha rotto il cuore. Ho visto i miei amici, tipo Tommy [Kuti], con cui sono cresciuta. Mi ricordo quando faceva i live nella biblioteca di Castiglione delle Stiviere e c’erano tre gatti. Vederlo lì così, in quella posizione, mi sono resa conto di tutto, anche della mia condizione: prima non venivo mai considerata, e non avrei mai avuto l’ambizione e le aspirazioni che ho adesso. Oggi so che se voglio fare una cosa la posso fare. È questa realizzazione che mi ha fatto piangere tanto, perché ho dovuto rivivere dei traumi, ma allo stesso tempo se alla me di 12 anni avessero detto: ‘guarda che tra poco esce Zero”, avrei riso, non ci avrei creduto. Per chiudere, la me piccolina avrebbe fatto di tutto per poter avere e vedere Zero. E sono molto felice che i miei cugini possano farlo. E che quando andranno a scuola potranno travestirsi anche da questo super eroe italiano, Nero. La me di adesso è felice perché so che potrò vedere amici/amiche italiani/italiane con altri background, o anche persone che non conosco, fare quel cazzo che vogliono, non rinunciare ai loro sogni, alle loro ambizioni. Puoi fare quello che vuoi, ed è importante aprire la strada. Zero è questo: è l’8% di tanto altro. Sta a noi costruire il resto.

Il resto Naomi lo sta già costruendo. Così come Ark, Gaylor, io e tante altre persone che sono lì fuori. E la consapevolezza dell’esistenza di questa moltitudine che appartiene a generazioni diverse di un’Italia plurare, che produce cultura, è un sollievo che in parte cancella quelle brutture in cui il mainstream vorrebbe confinarci e una spinta a guardare avanti.

C’è tanto lavoro da fare, ma oggi abbiamo Zero: il miglior prodotto e la miglior risposta mainstream da cui partire. Co-scritta da un autore afrodiscendente, Antonio Dikele Distefano, e con un cast stellare di afrodiscendenti che non smetterò mai di ringraziare per quello che ci stanno regalando. Forza Zero.

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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica, viaggi: vivrei solo di questo. Culture curator per missione, passione e professione, la curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto... potrei anche mordere.