Chinegro | La Sua Pelle Dura è Una Corazza

Nel nuovo ep di Tommaso Rigoli, in arte Chinegro, più consapevolezza e un suono più maturo.

di Claudia Galal - Pubblicato il 07/06/2021
Chinegro, Pelle Dura ep (2021) Tutte le immagini COURTESY

L’esigenza di voltare pagina, ripartire dopo un’esperienza forte di trasformazione personale, è alla base del nuovo ep del rapper veronese Chinegro, intitolato Pelle dura e prodotto insieme al collettivo Redwrds. Il viaggio alla ricerca delle proprie origini, che lo ha portato a Salvador De Bahia, ha segnato un cambiamento profondo e ha dato slancio a una sorta di rinascita personale e artistica. Chinegro ha mutato pelle, indossando un’armatura scintillante fatta di consapevolezza e voglia di centrare gli obiettivi.

Non è più il tredicenne che scriveva rime “per cercare una valvola di sfogo, un momento per esercitarmi a raccontare cosa mi passasse per la testa,” magari quando alla scuola calcio lo prendevano in giro perché appariva diverso. “Il soprannome mi era stato affibbiato da ragazzino, quando volevano prendermi in giro per l’occhio un po’ a mandorla. Poi, qualche anno fa, quando volevo rilanciare il mio progetto musicale, ho ripreso questo nome perché ne volevo uno che potesse sembrare ‘sciocco’, ma con il quale poter veicolare un messaggio più corposo e oltre le apparenze.”

Ma oggi Chinegro non è più nemmeno il rapper duro e puro che usa la musica soprattutto come un mezzo da battaglia. È un artista più maturo, che in Brasile non si è solo ricongiunto alla propria famiglia biologica—un’esperienza chiave nella sua trasformazione—ma anche a nuove pratiche creative, scoprendo un approccio alla musica per lui inedito e più votato all’esplorazione sonora.

La Pelle dura del titolo “è una corazza che si è creata nel tempo. Negli anni, acquisendo una maggiore consapevolezza delle mie potenzialità, ho capito l’importanza di mettere uno scudo. Il concept della copertina, con l’occhio e la pelle degli alligatori, racconta di un mondo selvaggio e ‘spietato’ ma sempre sincero, uno sguardo dentro il mio mondo in questo momento della mia vita.

Negli ultimi anni ho vissuto molte esperienze forti, soprattutto a livello personale. Riuscire a raggiungere alcuni obiettivi che prima mi sembravano irraggiungibili, mi ha dato la forza di credere che, impegnandosi, si può ottenere qualsiasi risultato.”

Rispetto al passato i testi sono più leggeri, ma le sonorità più dure e aggressive. Per Chinegro la musica resta “una valvola di sfogo, uno strumento per riflessioni più intime e personali,” ma diventa “anche un mezzo per trasmettere l’euforia e la fame che ancora provo in questo periodo storico nel quale siamo talvolta sommersi di messaggi e riflessioni”. È principalmente la vita quotidiana a influenzare i pezzi, “così la mia musica e le mie sonorità sono espressione di quello che vivo tutti i giorni, per questo mi raccontano al meglio.”

Negli anni è cambiato anche il modo di affrontare il lavoro in studio. “Finalmente ho una visione più strutturata del processo, sono sempre stato abituato a scrivere le tracce e poi a cercare la base più giusta per ciascuna. Adesso, insieme al mio team, parto da un sound e da certi stati d’animo per costruire insieme il testo e la melodia. Ho iniziato a studiare e approfondire seriamente i lati tecnici della produzione di un brano e ho capito che molte volte, per riuscire a esprimerti e raggiungere al meglio il risultato che hai in testa, devi conoscere e comprendere più aspetti possibile.”

Non è un caso che Chinegro abbia sempre preso a modello “rapper come Jay Z , Kanye West, Kendrick Lamar… Da ragazzino ascoltavo molto Xzibit e altri rapper che proponevano pezzi con molti concetti e molte barre e con un’immagine sempre molto curata e professionale. In Italia apprezzo molto chi sa scrivere bene e lo ha dimostrato negli anni, ce ne sarebbero molti da citare, ma per tematiche e maturità di stesura dei testi mi vengono in mente subito Guè Pequeno, Marracash ed Ernia.”

Dopo l’esperienza in Brasile e altri spostamenti più o meno brevi, per esempio a Milano, ma anche all’estero, c’è stato il rientro a Verona, città nella quale ha sempre vissuto con la famiglia adottiva. “Negli ultimi quattro anni sono tornato e per molti versi ho imparato a capire di più questa città. Un po’ come quando bevi una birra da piccolo e non ti piace, ma poi con gli anni ne impari a capire il gusto. È una città che mi ha sempre amareggiato per la poca apertura mentale verso il diverso, ma è molto migliorata nel tempo e, anche se c’è ancora tanto da fare, credo che sia un posto meraviglioso e con una storia importantissima da raccontare. In futuro, però, mi piacerebbe molto trasferirmi negli Stati Uniti.”

Piani e obiettivi sembrano chiari nelle parole e nelle intenzioni di Chinegro, ma lungo il percorso non sono mancati ostacoli e qualche rimpianto. “Molte volte è difficile riuscire a far conciliare la propria vita privata e lavorativa con il percorso artistico. Lavorativamente ho sempre ricoperto ruoli di responsabilità, per i quali dovevo mantenere sempre un’alta concentrazione, e questo molte volte non mi consentiva di trascorrere tante ore in studio o a progettare attività inerenti alla musica. Anche viaggiare molto mi ha portato a scrivere tanto, ma ad avere meno possibilità di confrontarmi con altri artisti: passare tanto tempo da solo in giro per il mondo mi ha portato a vivere la mia passione in maniera molto intima e anche per questo forse ho fatto pochi featuring negli anni.

Nel prossimo futuro vorrei dedicarmi molto alla musica, anche da dietro le quinte. Insieme al mio team sto seguendo alcuni giovani artisti: essere un punto di riferimento e mettere al servizio la mia esperienza, mi piace. Penso che se da ragazzino avessi avuto una figura di supporto con maggiore esperienza, mi avrebbe sicuramente aiutato, perciò mi piace cercare di supportare altri talenti con meno possibilità di crescere. La realtà che abbiamo creato, Reef Horizon/Redwrds, vuole essere un hub polifunzionale per permettere al nostro lavoro musicale di essere sostenibile economicamente, cercando anche sbocchi commerciali e proponendo materiali per le aziende, come musiche per la pubblicità.”

Ma oltre alla crescita personale e professionale, è chiara anche la visione di una scena rap/trap italiana non esente da problemi, ma ancora profondamente segnata da alcuni difetti, che per fortuna sono in via di miglioramento. “Ci sono ancora troppe barriere ed etichette. Forse, tutto lo sforzo per cercare di essere sempre politicamente corretti, contribuisce a far soffermare ancora di più l’attenzione sulle differenze. Il problema è che tutto questo fa ancora notizia: se vai in Francia, in Spagna o in America è normale che ci siano differenti culture e differenti linguaggi. La nuova scuola di oggi ha dato voce a tanti ragazzi e ragazze di origine straniera che parlano come mangiano e raccontano quella multiculturalità che è già realtà nei quartieri delle città italiane. Se i nuovi artisti si stanno affermando, è proprio grazie al contesto sociale nel quale viviamo. Il problema non è che ci siano le differenze, ma che la gente sia spesso troppo chiusa e poco comprensiva rispetto a questioni e temi che sente distanti da sé. La scena trap e rap è lo specchio di nuove realtà. In fondo è il pubblico che dà voce a chi lo rappresenta, le diversità ci sono e pensare che non esistano sarebbe davvero ipocrita.”

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Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.