C’era Una Volta | Intervista Esclusiva Alla Star Di Kill Bill Michael Madsen

di Johanne Affricot - Pubblicato il 14/07/2016

Quante possibilità ci sono di incrociare Michael Madsen in una delle terrazze più belle di Roma, a Villa Medici, in occasione dell’evento di lancio del nuovo reality show di SKY Arte, Master of Photography, avvicinarsi per essere certi che sia lui e sentirsi chiedere in prestito un paio di occhiali mentre un fotografo gli scatta delle foto per qualche quotidiano o magazine mainstream? Una.

Presentazione di rito, due battute, Lidia Carew che gli chiede con il massimo della disinvoltura – da far invidia anche a un bambino di cinque anni – se prima di andarsene si ricorda di restituirle gli occhiali “purtroppo sono a Roma solo per due giorni, i miei li ho persi, sono riuscita a trovarne un paio che mi piaceva e odio fare shopping,” e la mia faccia tra lo sbalordito e il divertito.

Inutile elencarvi la sua filmografia. È lunghissima. Ha fatto più di 170 film e interpretato personaggi memorabili. Sicuramente saprete che è l’attore feticcio di Tarantino: Le Iene, Kill Bill, Sin City e il più recente The Hateful Eight – mi sono mangiata le mani quando gli ho detto che non lo avevo ancora visto.

Non so se l’abbia beccato nella sua giornata sì, non so se sia realmente una persona alla mano – così mi è sembrato, – non so se si trovi in una fase della sua vita e carriera in cui non ti interessa apparire ma vuoi condividere qualcosa di vero, reale, con persone che sono interessate ad ascoltare realemente quello che hai da raccontare e non vogliono promuovere solo un tuo prodotto o cercare per forza “la storia.” Comunque, qualunque sia il motivo, in una chiacchierata che è durata un’ora, sono usciti scorci di vita passata, presente e futura legati alla sua famiglia, a sua madre, a suo padre, ai suoi cinque figli:
– “Accidenti, tutti maschi? Cercavi la femmina?” gli chiedo.
– “Probabilmente sì, ma per fortuna non è arrivata. Non credo sarei stato in grado di crescere una femmina,” risponde.
– “Perché sai cosa passa per la testa di un uomo, vero?” domando.
– “Esatto.”

E poi punti di vista sull’America di ieri e l’America di oggi. Riflessioni sul fallimento, perplessità sul fenomeno Kardashians. L’amore per un paesino italiano di 150 anime, Fallo. Insomma, roba che non leggerete da nessun’altra parte.

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Michael Madsen e la sua famiglai qualche anno fa via

Tra le cose che non mi ha detto però e che ho scoperto da sola andando a spulciarmi Wikipedia è che oltre ad essere un attore è un esperto fotografo – nel 2006 ha pubblicato il suo primo libro di fotografia intitolato Signs of Life – e anche un poeta. Scrive dal 1990. Nelle pause tra un set e l’altro e i suoi viaggi in giro per il mondo, è sempre riuscito a ritagliarsi uno spazio di tempo per scrivere i suoi pensieri su tutto ciò che gli passava sotto mano: scatole di fiammiferi, tovaglioli, block notes e pezzi di carta che si trovano nelle stanze d’albergo. Charles Bukowsky e Jack Kerouac sono due scrittori che hanno avuto una forte presa sul suo immaginario e stile di scrittura, tanto che Dennis Hopper – pace all’anima sua – ha descritto la sua poesia come un ritorno alla beat generation dichiarando che Madsen gli piaceva più dello stesso Kerouac. Nella lista dei libri da leggere nei prossimi mesi, oltre ad alcuni titoli del grandissimo, immenso James Baldwin devo ricordarmi di aggiungerne The Complete Poetic Works of Michael Madsen, Vol I: 1995–2005. Chissà se lo troverò. Magari gli scrivo e glie lo chiedo.

Madsen ha una presenza che non passa inosservata e la sua voce roca e profonda si accompagna bene al suo volto. Indossava una camicia colorata che sembrava raccontare la storia dell’America: cowboy, indiani, praterie, Donald Duck e forse un presidente degli Stati Uniti – credo sia un pezzo a cui tiene particolarmente perché l’ha indossata in molte occasioni, insieme ad altre che hanno lo stesso stile. Un jeans chiaro e un paio di stivali stile cowboy, molto appuntiti e molto di pelle, a completare la mise.

Quindi, dicevo, una chiacchierata, lunga un’ora che a un certo punto si è trasformata in io che gli do il mio biglietto da visita e gli chiedo, “Posso farti un’intervista?” e Madsen che mi risponde “già ce l’hai,” e io che rispondo “sì, però vorrei registrarla,” e lui che mi dice “va bene.”

GRIOT: Che ci fai qui?

Michael Madsen: Ho partecipato a un episodio di Master of Photogrpahy, con Isabella Rossellini [Olivero Toscani e Simon Frederick.] In pratica è un reality show dove passi la giornata con dei giovani fotografi che vogliono essere valutati da te. Ti scattano foto su foto tutto il giorno e alla fine della giornata te le guardi, gli dici cosa pensi del loro lavoro, analizzando quelle che ti sono piaciute e quelle che non ti sono piaciute, e il vincitore si porta a casa un premio di 150.000 €. Io non sono stato coinvolto nella scelta del vincitore e anche se oggi appaio [in questo evento] come un giudice dello show in realtà non lo sono. Ho fatto un episodio ed è stato bello partecipare. Non mi sono piaciuti tutti ma un paio di ragazzi mi ha scattato delle belle foto. Sono rimasto molto lusingato quando mi hanno chiesto di partecipare e quindi eccomi qua, di nuovo in Italia, a Roma, per promuovere lo show.

Come ti sei sentito nella veste di giudice?

Guarda, in realtà la still photography non mi piace per nulla. Sono un attore di cinema. Lavoro nel cinema. Non mi piace stare in posa. Mi terrorizza. È una cosa statica che non mi fa stare molto a mio agio. Giudicare le persone poi è ancora più difficile. Penso che ciò che è sbagliato con il sistema educativo americano è questa mentalità del Promosso/Bocciato. Se non sai qualcosa, non passi, sei bocciato. Credo che questa parola, ‘Bocciare,’ non dovrebbe mai essere usata con un bambino. È una cosa sbagliata ed è molto presente e alla fine succede che cresciamo i nostri bambini con questa mentalità.

Ho cinque ragazzi e li ho visti crescere uno ad uno. Mi ricordo la tristezza che avevano i miei figli minori quando erano bambini e tornando a casa da scuola mi raccontavano che non avevano passato dei test. Oppure la pagella. La crocetta spuntata nella casella ‘Bocciato.’ Hai fallito. Hai fottutamente fallito. Capisci? È crudele e non va affatto bene. Non so chi abbia messo in piedi questa cosa ma chiunque sia stato è responsabile di un sacco di fallimenti. È responsabile di un sacco di persone che non ce l’hanno fatta perché le ha rovinate. Emotivamente, psicologicamente, solo perché non sono passate a Chimica o ad Algebra o ad una cazzo di cosa di cui non avevano bisogno.

Sicuramente tutti diranno: “Va bene Michael, allora dimmi, cosa avresti fatto tu?” Quello che avrei fatto sarebbe stato focalizzarmi sulle cose in cui erano veramente bravi. Sai perché? Perché i bambini mostrano da subito quello in cui eccellono, quello che gli piace fare e quindi si dovrebbe puntare su quella qualità e farla sbocciare, crescere. Se i bambini sono bravi a disegnare, concentriamoci su quello. Se altri amano suonare la tromba, diamogliene una. Facciamoli strombettare tutto il santo giorno. Se le bambine amano ballare, insegniamo loro a ballare e dimentichiamoci tutto il resto, tutte quelle cose che non hanno bisogno di sapere. Credo che così facendo avremmo persone molto più sveglie, adulti molto più equilibrati emotivamente.

Hai girato moltissimi film. Alcuni di questi sono andati agli Oscar. Altri no. Ritieni di aver vissuto anche tu situazioni in cui ti avrebbero dovuto promuovere e invece ti sei ritrovato “bocciato?”

Oh, certo. Come no. E adesso succede molto più di prima. Questa faccenda della valutazione. Ho sempre ammirato Marlon Brando perché da subito disse: “Perché deve esserci un premio al Migliore…?” Era infastidito da questa cosa: “Perché deve esserci un migliore? Perché qualcuno è meglio di un altro?” Non lo capiva.

A me non interessa tanto il gareggiare. Mi sta anche bene ma sulla base di quello che mi hai appena chiesto posso dirti che ho fatto alcuni film che penso siano veramente belli ma non hanno mai visto la luce del sole. Non hanno mai ottenuto una distribuzione.

Film indipendenti?

Sì, oppure film che non soddisfacevano certi standard. Persone che volevano farci soldi. E poi ho anche recitato in grossi film che hanno incassato molti soldi. Vedi, l’industria cinematografica, la gente non capisce quanto sia dura. Non capisce quanta energia ti tolga psicologicamente. È un peso incredibile essere un attore, specialmente quando sei un attore di successo. Ogni cazzo di film che fai viene scrutinato.

E ora stai lavorando a un nuovo film?

Beh da poco è uscito The Hateful Eight, diretto da Tarantino. Ci sono io, c’è Sam [Samuel L.] Jackson. Lo hai visto?

Ancora no.

Oh, dovresti vederlo. È molto bello e ha molto a che fare con le cose di cui stiamo parlando.

Poi ho fatto una serie televisiva, per Sony Playstation [la seconda stagione di Powers]. Interpretavo un super eroe. Super Shock. Indosso un mantello rosso, posso volare, ho un fulmine stampato sul petto, posso provocare terremoti e far bruciare le cose. È stato figo. Mi sono veramente divertito tanto. Ho fatto solo una stagione e non so se la rifaranno [la serie] quindi in pratica sono disoccupato.
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Parlando di super eroi, prima mi dicevi che secondo te l’America una volta era veramente grande, negli anni ’60, anche se c’erano cose molto brutte. A me sembra che oggi stia messa davvero male, come in quegli anni.

Credo che stessi cercando di dirti che una volta, tanto tempo fa, quando ero un bambino [aveva cinque anni], ricordo mia madre in piedi davanti alla televisione. Avevamo un televisore RCA in bianco e nero e ricordo che mia madre stava lì, in piedi, con le mani sul volto che piangeva, piangeva, piangeva perché Kennedy era stato assassinato. E ricordo anche che piangeva, piangeva e piangeva [Madsen smette di parlare per qualche secondo] … quando Martin Luther King fu assassinato …[smette di nuovo di parlare per altri 6/7 secondi]

È doloroso da ricordare?

…e ricordo che piangeva, piangeva, piangeva quando Bobby Kennedy fu assassinato. Ecco, il fatto è che mi sembra che una volta, tanto tempo fa, le persone cercavano veramente di risolvere le cose che non andavano bene, che erano sbagliate.  Penso che negli anni ’60 c’erano molti problemi, tante cose non erano giuste ma sembrava che la gente volesse veramente risolverle. Sapevano che c’erano delle cose che non andavano e per questo volevano sistemarle. Molta gente voleva aggiustarle, di modo che avremmo potuto vivere tutti felici e contenti ma a un certo punto qualcosa è cambiato e si è trasformato in qualcos’altro dove a livello politico è divento un must dire che fosse tutto sistemato. Oggi praticamente tutti mentono. È come se ci fosse questa cultura nascosta di idee, di cose che in realtà non sono mai state messe a posto. E oggi sembra che tutti siano imparanoiati a dire quello che pensano e quindi fingono di pensare altre cose.

A me non sembra che le persone siano imparanoiate. Guarda quello che succede ai rally di Tump, eventi in cui i partecipanti fanno e dicono esattamente quello che pensano e vogliono [arrivando anche a spintonare donne]

No, quello è a causa di Internet. Internet è come il diavolo. Cioè mi piace usarlo. Credo sia uno strumento fantastico. Trovi molte cose che ti interessa sapere e questa cosa va benissimo ma allo stesso tempo ci trovi roba che non c’è bisogno che stia lì. È un rodeo, ragazzi. Bambini che possono navigare liberamente. Mio figlio di 10 anni va lì e guarda cose che non dovrebbe vedere, cose che disturbano, che non ha bisogno che entrino nella sua piccola testa di bambino, ma sono lì, alla sua portata. Libertà di qua, libertà di là. Va bene signori. Ma qui anche le restrizioni dei genitori, la nostra guida, sono finite. Le persone finiscono nei casini per qualche sculacciata. Non penso che sia giusto picchiare i bambini. Non sto dicendo questo. Rispettavo mio padre. Amavo mio padre. Non perché mi picchiasse ma c’era un’educazione famigliare che oggi ci stanno togliendo. Capisci? Guarda i ragazzini di oggi. Chiamano la polizia per…

Sei preoccupato per i tuoi figli? Quanti anni hanno?

Il più grande ne ha 25. Il più piccolo ne ha 10. Sono tutti di segni diversi. Ho un Acquario, un Pesci, una Bilancia, uno Scorpione…

Anch’io sono Scorpione.

Davvero? Io ho l’ascendente Scorpione, per quello che possa significare. Non so cosa voglia dire. E ho la luna in Ariete. Ma neanche qui so cosa voglia dire.

Cioè, sono triste perché sono fiero di essere americano ma sembra che tutto si stia dissolvendo in qualcosa di strano, una sorta di triste realtà di correttezza politica. Tutti sono straniti per via di Donald Tump ma è l’America che ha creato Tump. È stato creato virtualmente e ora la gente è arrabbiata perché sta correndo per le presidenziali? Non capisco. Perchè sono arrabbiati su una cosa che hanno creato?

Quindi secondo te vincerà?

Non lo so. Non so chi vincerà. Per me è molto difficile credere al fatto che quei due siano le uniche due persone candidate. È difficile farmi dire o farmi indovinare: ‘Oh, vincerà Hilary Clinton,’ ‘Oh, forse vincerà Tump.’ Non posso credere che siano le uniche opzioni da cui poter scegliere. È questo il mio problema, capisci? Faccio fatica. Non ci riesco. Devi dirmi che l’America può venirne fuori con più candidati? Con qualcuno migliore? Credo Barack Obama sia stato un grande presidente. Tutti stanno lì a dire ‘Barack ha fatto questo, Barack ha fatto quest’altro.’ Sì, è vero. Ma ha fatto tante cose grandi, fantastiche, ma nessuno ne vuole parlare.
griot-mag-trump-hilary-intervista-micheal-madsen-jill-bill-tarantinoPerché?

Perché c’è questa mentalità a focalizzarsi solo sulle cose negative, capisci? “Oh, è un presidente che ha fallito.” No, mi dispiace non lo è. “Ma non ha fatto questo, non ha fatto quest’altro.” Mi piacerebbe vedere le persone che parlano così di lui cosa farebbero al suo posto. Ma che pensano? Credono sia uno scherzo? È ridicolo. Sai cosa penso? Tutti questi realty show tipo American Idol, The Voice, The Greatest of the Greatest, Celebrity Dancing, Dancing with the Stars. Sai, è tutto divertente ma viene preso troppo sul serio. E i partecipanti che vengono trasforamti in celebrità. Ma celebrità per aver fatto cosa? E all’improvviso sono tutti delle celebrità.

Prendi le Kardashians. Esiste per caso qualcosa di più insensato di loro nella storia? Ti lascia di stucco. Non lo capisco. Semplicemente non lo capisco. Forse sto invecchiando. Forse sono stupido ma non ci arrivo. Cosa stanno facendo per gli altri su questo pianeta? Non riesco a capire questa attrazione nei loro confronti. La loro dinastia. Non so. Spero solo che si stiano mettendo i soldi da parte perché prima o poi quella cazzo di nave affonderà, proprio come il Titanic. E che Dio le aiuti. Spero stiano mettendo i soldi al sicuro. E non è che nutra chissà quale forma di vendetta personale. È che non capisco tutta questa iniquità, disparità della cosa. Quello che sto provando a dirti è che non capisco l’ignoranza di tutto il loro mondo. E come fanno loro a non rendersene conto? Pensa se un giorno andassero in Tv e dicessero: “Sapete che c’è gente? Abbiamo fatto un mucchio di soldi. Non vogliamo più fare lo show. Basta sfoggi. Non c’è più bisogno che continuiamo a fare questo all’America. Ce ne andremo. Ci troveremo dei lavori [Madsen ride divertito mentre parla], diventeremo dei filantropi e doneremo tutti i nostri soldi a qualche buona causa, oppure andremo a vivere su un’isola, da qualche parte. Sì, ci siamo comprate un’isola. L’abbiamo chiamata ‘The Kardashians Island’ e andremo a viverci. Con le nostre barche, le nostre macchine, e non annoieremo più nesuno.” Ti immagini un cosa del genere? Tutti farebbero: “Wow, buon per voi ragazze. Fico. Davvero fico.” E poi una volta l’anno potrebbero organizzare sull’isola un reunion show dove chi vuole può andare a curiosare quello che combinano.

Senti ieri [ho incontrato Madsen il 5 luglio] era il Giorno dell’indipendenza. Come lo hai festeggiato?

Beh, considera che il 4 luglio è il compleanno di mio padre. Calvin Coolidge era presidente deli Stati Uniti quando mio padre nacque e quindi i suoi lo chiamarono Calvin come il presidente. È morto a ottobre dello scorso anno [2015] perciò ieri è stata la prima volta, da quando sono al mondo, che sono stato senza papà il giorno del suo compleanno.

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L’anno scorso l’ho portato a vedere i fuochi d’artificio a Chicago. Lì conosco alcuni motociclisti, alcuni Hells Angels e alcuni poliziotti motociclisti dell’American Lawmen di Chicago. Uno di loro è anche salito a prenderlo e lo ha portato giù per le scale in braccio. Pesava solo 68 kg perché era molto malato. Tutti insieme lo hanno scortato ai fuochi e quando siamo arrivati lì – si tenevano in un luna park – c’era una donna che stava facendo uno spettacolo di Janis Joplin.

Oh, adoro Janis Joplin!

Guarda era proprio brava. Era vestita come lei e cantava le sue canzoni. E quando mi sono diretto verso il palco e lei mi ha visto, sai, sono di Chicago, ha detto: “Signore e Signori Michael Madsen è qui.” E io tipo ero un po’ imbarazzato. E poi mi invita sul palco. Quando sono salito ho preso il microfono e ho detto: “Sapete cosa? Oggi è il compleanno di mio padre. Sta seduto lì. Non posso cantarvi una canzone ma voi ragazzi potete cantare una canzone per mio padre.” E indovina che è successo? Hanno iniziato a cantare. C’era una folla enorme. Trecento, quattrocento persone che cantavano ‘Buon Compleanno’ a mio padre.

Ricordo che guardai verso di lui, seduto in quel suo corpo di anziano, che mi guardava, e in un certo senso sapevo, una volta tornati a casa sua di sera, che non lo avrei più rivisto. E sospirai. È stato un bel modo di finire tutto. Un bel modo per di dirgli arrivederci.

Mio padre era molto, molto, molto razzista.

Davvero? E come è possibile che tu sia stato cresciuto da un razzista senza diventarlo?

Sì davvero e io cercavo di fare l’opposto. E forse è proprio questo lo sviluppo. Forse è la ragione…

Solo perché volevi fare il Bastian Contrario o perché sentivi che era qualcosa di profondamente sbagliato essere razzisti?

No. Sentivo che non fosse giusto. Ma forse è questa la base dell’evoluzione. Allo stesso tempo so che era una persona molta amara. Gli sono successe un sacco di cose, mentre cresceva, che hanno influenzato il suo modo di pensare e vedere la vita. Lo capivo molto più di quello che lui potesse immaginare. Non apprezzava il fatto che facessi l’attore. Riteneva che non fosse il lavoro adatto a me. Pensava che fare l’attore significasse condurre un’esistenza da prima donna. Alla fine però credo che iniziò ad apprezzarlo.

Che lavoro faceva?

Era un vigile del fuoco. Un vigile del fuoco di Chicago. Per ben trent’anni. Aveva la sua pensione quindi non è dovuto appassire in uno ospizio. Doveva morire a casa sua. Ci sarebbe molto da raccontare su questa cosa. Vedi, molti genitori quando invecchiano diventano un fardello per i loro figli e penso che molti sono spaventati da questa cosa di diventare un peso per i loro figli. Non vogliono che succeda ma succede. Non riusciva a non pensarci e per questo lavorò duro, per trent’anni, salvando la vita della gente. Era un eroe.

Quindi credi che in un certo senso abbia compensato il fatto di essere razzista perché ha salvato la vita di molte persone?

Credo di sì. Credo abbia controbilanciato un sacco di cose ma era confuso e il tempo non l’ha aiutato. Tempi e modi di fare che cambiavano lo hanno investito e lasciato confuso. Avrebbe voluto veramente vedere ‘The Hateful Eight’ [cazzo Johanne, perché diamine non l’hai visto?] Davvero voleva. E solo un altro film che ho fatto, Strenght and Honour. Qui interpretavo la parte di un puglie irlandese-americano e durante un incontro per sbaglio uccido il mio avversario sul ring. Sono devastato e decido di abbandonare la boxe. E lo faccio. Ma poi mio figlio si ammala di cuore e per fargli fare l’operazione in America – vivo in Irlanda – devo riprendere a combattere e se faccio questo combattimento a mani nude e vinco guadagno i soldi che mi servono per curare mio figlio. Era un grande film ma nessuno lo ha mai visto [al cinema.]

Perché?

Perché non ha ottenuto una distribuzione. Il mercato quell’anno decise di non prenderlo. Considera che era nello stesso anno [2007] in cui usciva il film di Mickey Rourke, The Wrestler. Sia il mio che il suo film erano entrambi a Toronto e Fox Searchlight [società di distribuzione della 20th Century Fox che produce e distribuisce film indipendenti] scelse The Wrestler invece che il mio. Il che è comprensibile. Mickey ha fatto un grande ritorno di scena con quel film. Era meraviglioso e se lo meritava. Ma in un certo senso il mio film è stato ignorato perché entrambi erano film di combattimento e alla fine è finito nel dimenticatoio. Poi la Shoreline lo ha preso e lo ha fatto uscire in Gran Bretagna in DVD, senza permesso e ora l’intera faccenda si è trasformata in una causa legale. Ma è l’unico film che abbia mai fatto che mio padre non si annoiava mai di menzionare. Poi aveva sentito che stavo facendo un western con Clinton [Clint Eastwood] mentre giravo The Hateful Eight. Voleva veramente vederlo ma non ce l’ha fatta. È uscito a Natale e lui era già morto. È davvero un peccato.

Ultima domanda. Che legame hai con l’Italia? Mi stavi dicendo che hai una casa qui.

Sì, ho comprato una casa a Fallo, in un piccolo paesino tra Napoli e Roma [è in provincia di Chieti, Abruzzo, immerso nello splendido Parco della Maiella]

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Come lo hai scoperto?

Il mio manager è italiano. Si chiama Bruno Rosato e ha un fratello gemello che lavora in Ferrari, Gino [lavorava, ora è in Lotus]. Oltre ad essere un manager è un produttore e un direttore casting. È cresciuto a Fallo. Suo padre era di questo paesino e molti anni fa [negli anni ’50] emigrò a Montreal ma lui ha ancora la casa di famiglia. E siccome suo padre è seppellito a Fallo, ogni volta che andavamo, visitavamo il piccolo centro, ci fermavamo a bere qualche bicchiere di vino e un giorno, in questo nostro girovagare, vedo questo posto meraviglioso che volevo assolutamente avere. Era così bello ma non era una cosa semplice da fare essendo un americano che voleva comprare una proprietà in Italia, soprattutto in un posto come quello. È davvero bello.

Mi sono immaginato che quando avrò 95 anni verrò colpito da un fulmine nel portico di fronte casa e il mio stupido corpo rotolerà giù dalle scale. E sarà così, sai?

Ahahahah. Ok Michael, abbiamo finito. Vuoi aggiungere qualcos’altro?

Bhe, penso che abbiamo parlato abbastanza di tutto e apprezzo il fatto che ti sia interessata a quello che avevo da dire. È stato molto gentile da parte tua.

Finita l’intervista ci siamo mangiati un boccone dal buffet e prima di andarsene, si è infilato la mano in tasca e mi ha detto: “Oh, ecco gli occhiali della tua amica.”

Vi lascio con una sua poesia. Qui trovate anche il testo. Ah, dimenticavo. Il titolo “C’era una Volta,” me l’ha suggerito lui.

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Ultimo aggiornamento | 18-07-2016

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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.