Black Renaissance | Wanda Lephoto Si Riprende La Storia Del Suo Sud Africa

Il designer sud africano ha esplorato la complessa storia coloniale del suo paese, trovando ispirazione per l’ultima collezione del suo omonimo marchio di moda.

di Enrica Picarelli - Pubblicato il 10/06/2021
Wanda Lephoto, Black Renaissance, Collezione Autunno/Inverno 2021 Tutte le immagini di Art Verrips. COURTESY

Wanda Lephoto è tra i creativi che animano la scena contemporanea della moda sud africana. Svelare le storie ignorate e poco conosciute di Neri/Nere sudafricanə è stata la sua missione fin da quando ha fondato il collettivo artistico The Sartists, usando lo stile per parlare di razza, cura e progresso. Lephoto ha condiviso con noi la sua visione e i temi che hanno ispirato Black Reinassance, la collezione Autunno/Inverno 2021 del marchio a cui ha dato il suo nome.

GRIOT: Puoi presentarti e parlarci del tuo marchio?

Wanda Lephoto: Sono fondatore e direttore creativo del marchio Wanda Lephoto, che ha sede a Johannesburg, nonché direttore creativo freelance e consulente per varie agenzie e marchi commerciali. Il mio obiettivo è comunicare cose reali, che accadono in tempo reale, a persone reali, che spesso passano inosservate. Voglio creare un archivio creativo per le generazioni future qualcosa che rappresenti il popolo africano in un modo in cui non è mai stato rappresentato prima e che inizi a funzionare anche come una cura. In Sud Africa non esistono archivi dedicati alla creatività nera e a persone Nere che provengono dal mio contesto da cui trarre ispirazione. Faccio leva su questa mancanza con uno stile di comunicazione visiva ispirato alla verità, anche esteticamente piacevole, educativo e accademico.

E in che modo riesci a far conciliare la moda con questa visione?

La moda per me è il mezzo più accessibile, perché dai nostri genitori possiamo ottenere capi di seconda mano che hanno un significato profondo. Si può indossare e incarnare un capo di abbigliamento in un modo che le persone apprezzano. Da un punto di vista estetico, narrativo e creativo, sono interessato alla moda perché è il mezzo più semplice per racccontare la mia verità e la mia gente. Attraverso i vestiti comunico la mia prospettiva sulle esperienze degli uomini o delle donne sud africani Nerə di cinquant’anni fa. Creo partendo da un guardaroba limitato a quel contesto, per riflettere sulla verità di quelle persone. Ma ora mi sto orientando verso sperimentazioni che includono diversi elementi di arte e design.

Quali sono i tuoi riferimenti?

Sono pochi gli archivi, o ne ce ne sono affatto, ma mi interessa l’idea di fusione culturale, e questa è una delle mie fonti di ispirazione. Mi chiedo: come sarebbe oggi una tribù sud africana tradizionale e molto tribale se si fondesse con il mondo occidentale in cui viviamo? Come possiamo usare le nostre foto di persone Nere scattate negli anni ’60 e in una campagna di streetwear? Insieme esploriamo la combinazione di queste narrazioni, raccogliendo riferimenti e spunti per fondere entrambi i mondi e farli convergere nel nostro prodotto. L’obiettivo è generare una conversazione inclusiva, raggiungere la consapevolezza che ciò che questo uomo Nero dal Sudafrica, con questa visione, sta creando può sembrare diverso allo sguardo, ma è ugualmente, universalmente comprensibile. Si tratta di trovare il punto di incontro per entrambi e creare un linguaggio visivo da portare a casa, rimanendo fedele a me stesso, che sono la persona che lo crea.

Guardando alla tua ultima collezione, sembra che il tuo lavoro contenga un elemento di finzione. Puoi descrivercelo?

La collezione si intitola Black Renaissance ed è ispirata alla decolonizzazione della moda e alla storia della moda sud africana, di cui una buona parte ha origini coloniali. Abbiamo creato questa collezione l’anno scorso, in occasione del bicentenario dello sbarco inglese in Sud Africa. Abbiamo osservato cosa hanno dato questi due secoli alla moda sud africana, come mi hanno reso quello che sono e siamo oggi. Ci siamo concentrati sulle uniformi: l’uniforme della chiesa nera sud africana, l’uniforme dell’esercito britannico, e le uniformi scolastiche sud africane, che derivano dagli abiti della famiglia reale britannica. A volte le persone non si chiedono da dove provengano quelle uniformi, mentre noi eravamo interessati a far luce su queste conversazioni e dichiarare che oggi abbiamo noi l’ultima parola. Quindi, la collezione è stato un modo per analizzare la doppia funzione del linguaggio estetico dell’uniforme che, da un lato è collegata al mondo pacifico della chiesa e dall’altro riflette quello dell’esercito britannico. 

È quella forma di fusione culturale che fa sì che le persone ancora oggi indossino pelli di animali africani, ma anche una camicia bianca e un blazer. Mondi molto diversi convivono in un’unica comunità. Noi esaminiamo come questa appare e ragioniamo su come contribuire alla sua evoluzione. Le persone non parlano di questa fusione culturale perché non hanno modo di interagire a causa della storia traumatica e del passato che ci ha diviso. Noi invece diciamo che non dovrebbe dividerci. Abbiamo bisogno di trovare quel punto di incontro che ci permetta di capirci, così come usare queste storie per spingerci in avanti con un linguaggio visivo che le persone di entrambe le parti possano apprezzare e alla fine dire: ok, questo è ciò che siamo.

Chi sono i tuoi/le tue clienti?

Per la maggior parte giovani sudafricanə ma anche Neri e Nere afroamericanə. Idealmente, creiamo per qualsiasi consumatorice/consumatore che sia aperto alla conversazione che stiamo cercando di avere sulla decolonizzazione della moda e il suo consumo. Esiste una storia condivisa di come la moda viene prodotta e consumata, ma la maggior parte delle persone la nasconde. Vogliamo affrontare questo. La colonizzazione occidentale dell’Africa è una storia condivisa e la teniamo viva con i nostri capi e un referente visivo estetico. Ad esempio, prendi gli stili di un uomo Nero e di un uomo bianco degli anni ’60. Li vestiamo entrambi con un completo elegante e scriviamo una storia. Creiamo un’intera collezione basata su questa premessa. Raccontando storie che vengono spesso trascurate o ignorate, di cui non si parla, le portiamo alla luce attraverso un’essenza visivamente accattivante che per noi è vera. E anche se non evidenzia l’oppressione e il sistema oppressivo, ci aiuta comunque a costruire un mondo in cui ogni consumatore che è disposto ad imparare da noi e anche a insegnarci, può trovare valore nel nostro prodotto. È un percorso condiviso: stiamo crescendo con il/la nostrə cliente.

Ci sono state diverse critiche sul fatto che una maggiore esposizione globale della moda dall’Africa stia creando nuovi stereotipi sul continente e mercificando l’identità. Che direzioni pensi abbia preso la moda sud africana e in che modo sta negoziando la sua identità in questo contesto globalizzato?

Penso che ci sia molto potere nel percorso della moda sud africana di oggi e di dove sta andando. E questo deriva dal fatto che i designer usano le loro identità per dare una rappresentazione del Sud Africa che conoscono, una rappresentazione del paese come è esistito e continuerà ad esistere. Dieci o quindici anni fa non c’erano designer africanə che godessero di questo grado di visibilita, mentre oggi hai designer che, a partire da storie, persone, difficoltà o anche dalla prosperità verso cui si muove il continente, riescono a rappresentare la verità dell’estetica africana in un modo molto ampio. Naturalmente, l’Occidente ha sempre un certo potere, o coercizione, sul mondo: vogliamo accedere ai mercati globali e questo crea una competizione con le nostre controparti europee o occidentali. La forma estetica che assume tutto questo è ciò a cui stanno arrivando ora i/le designer sud africanə. Penso che in questo momento i/le designer sudafricanə–e molti designer africani— stiano negoziando uno spazio in cui possano competere con l’Occidente senza sacrificare la propria identità, ma con un occhio al lato commerciale delle cose. Quello spazio deve esistere in modo sostenibile, affinché un’impresa cresca in Africa e venga portata all’estero senza dover negoziare troppo con l’Occidente e rinunciare alla propria integrità.

CREDITI

Photography // Aart Verrips
Styling // Chloe Andrea Welgemoed
Art direction // Chloe Andrea Welgemoed & Aart Verrips
Hair // Mimi Duma Ncumisa
Make-up // Tammi Mbambo
Assistance // Oratile Moh and Lebogang Ramfate

Cast
Nebula Thobejane
Martha Lephoto
Clement Xaba
Nkuley Masemola,
Kgothatso Matlala,
Ketia Kalala,
Active Brian,
Gabriel Zenani

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Sono una scrittrice/traduttrice/ricercatrice e mi occupo di sostenibilità culturale e di comunicazione digitale. Dal 2014 raccolgo e amplifico testimonianze dall’universo africano della moda, e ho pubblicato su libri, giornali e riviste d'arte. Sono stata consulente culturale per la produzione del documentario RAI African Catwalk, girato alla Sud Africa Fashion Week, 2019.