Anna Leone Canta La Paura E La Forza Della Solitudine In Once

di Claudia Galal - Pubblicato il 05/02/2021

La natura ancora un po’ selvaggia delle isole Azzore fa da scenario a Once, l’ultimo singolo della giovane cantautrice svedese, originaria della Guadalupa, Anna Leone. Un dolce e malinconico arpeggio di chitarra introduce la sua voce intensa, che corrisponde a una sensibilità musicale delicata ed elegante, ma allo stesso tempo dotata di una disarmante immediatezza. Raffinata e leggera come poche artiste sanno essere a soli ventisei anni, l’abbiamo raggiunta per parlare della nuova canzone e di musica in generale.

GRIOT: Il tuo nuovo singolo, Once, esprime emozioni contrastanti. Il video, realizzato nelle bellissime isole Azzorre, ti mostra da sola in un paesaggio surreale, avvolta in un’atmosfera piuttosto scura. Quali sentimenti vorresti trasmettere con questo video? L’idea è venuta da te o dalla regista Savannah Setten?

Anna Leone: Savannah e io ci siamo confrontate moltissimo per telefono prima di iniziare le riprese. Io le raccontavo come pensavo alla canzone visivamente, parlando di memoria e innocenza, ma anche di perdita e accettazione, ed entrambe ci facevamo prendere dalle risate perché ogni cosa che stavo dicendo era super astratta. Ma poi Savannah è venuta da me con un’idea visiva perfettamente sviluppata, che ho amato subito e mi ha fatto sentire come se lei fosse riuscita a comprendere tutto ciò di cui le avevo parlato.

L’idea del loop, la ciclicità, mi è venuta quando stavo cercando di scrivere i testi per un’altra canzone, riflettendo su come affrontare le stesse situazioni ogni volta, compiere le stesse scelte. Mi piace questo aspetto da Giorno della Marmotta. Alla fine l’abbiamo usato per il video di Once, insieme alla bellissima idea di Savannah del fiore che cresce.

Restiamo ancora sul video. Qui se da sola, così come eri sola nel video di If You Only, anche se le due canzoni sono molto diverse tra loro. Che cosa rappresenta per te la condizione di solitudine?

Nelle mie canzoni parlo molto dello stare da sola, così per me ha senso rappresentare la condizione di isolamento letteralmente. Mi piace l’idea di essere in un ambiente nel quale sei semplicemente un piccolo frammento di qualcosa di più grande, svelando la scoperta, l’isolamento e la battaglia dentro la tua stessa mente.

Dove trovi ispirazione per le tue canzoni? Da quale immaginario estrai le parole dei tuoi testi?

Mi lascio ispirare da qualsiasi cosa mi capiti e mi trovi ad affrontare. Non credo di aver mai pescato dalle esperienze reali di altre persone, mentre succede che io sia influenzata da film, serie tv, fumetti ecc. Anche lo spazio mi ispira moltissimo, così come le domande esistenziali.

Allora, com’è nata Once?

Ho scritto Once nella mia stanza mentre mi stavo dedicando alla scrittura dell’intero album, ma sentivo che questa canzone rappresentava in qualche modo un sentimento differente rispetto alle altre che stavo scrivendo nello stesso periodo, che era emozionante, eccitante. È stato anche uno dei primi brani dell’album a trovare la giusta forma dal lato della produzione: ho improvvisato delle seconde voci e Paul Butler, il produttore, le ha messe insieme in maniera magistrale. Appena abbiamo sistemato queste voci, il pezzo ha veramente spiccato il volo.

Chi sono i tuoi gruppi e artisti preferiti? Chi consideri i tuoi “maestri”?

Considero Bob Dylan e Nina Simone delle vere leggende, importantissime per me, così come Cat Stevens.

Quando hai scoperto di avere questa voce così bella ed emozionante? E quando hai capito che volevi fare musica?

Ho iniziato a suonare la chitarra al liceo. Non suonavo mai musica scritta da me, ma eseguivo un sacco di cover. In quel periodo probabilmente scoprivo molte canzoni attraverso la serie Grey’s Anatomy!

Poi ho cominciato a scrivere i miei pensieri, come un diario, e mi sono resa conto che erano delle vere e proprie canzoni che avrei potuto cantare. Il palcoscenico mi terrorizzava, così l’aspetto performativo del fare musica mi è sempre sembrato spaventoso. È difficile da affrontare, ma essere capace di scrivere canzoni ed entrare in connessione con altre persone significa molto.

Com’è nata la collaborazione con il produttore Paul Butler, che ha già lavorato anche con Michael Kiwanuka, Andrew Bird e Devendra Banhart?

La collaborazione è nata attraverso la mia etichetta discografica, la Half Awake. Abbiamo realizzato l’album insieme lo stesso anno nel quale ci siamo conosciuti. L’ho raggiunto in California, dove aveva organizzato uno studio e abbiamo iniziato a collaborare insieme là. Ho viaggiato avanti e indietro per alcuni mesi finché non abbiamo chiuso il disco. Mi è piaciuto lavorare con lui, è davvero una persona premurosa ed è davvero bravo in quello che fa.

Sappiamo che in questo momento è davvero difficile fare programmi per il futuro. Ma possiamo sognare, naturalmente. Che cosa sogni o speri per il prossimo futuro?

Data l’uscita imminente dell’album, mi auguro che questo progetto vada bene, e poi spero di poter continuare a fare musica.

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Immagini | Per gentile concessione di Anna Leone

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Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.