Alfie Nze | Storie Di Mele, Veleni Italiani, Schiavi Bianchi E Cerimonie Igbo

di GRIOT - Pubblicato il 25/10/2016

“Il destino sembra non volerci aiutare. Sono andato via da Roma proprio oggi,” dico a Nze al telefono. “Non scomodiamo il destino. Gli dei sono dalla nostra parte!” mi risponde.

Questo è stato il botta e risposta tra me e Alfie Nze, ​artista d’origine nigeriana, naturalizzato italiano, ​quando la città eterna conservava ormai solo un ricordo del mio breve passaggio e il nostro incontro sembrava essere svanito. Ma Chukwu, Ala e gli altri alusi, gli dei del pantheon igbo, ci hanno fatto incrociare nello spazio virtuale di Skype per una lunga e interessante chiaccherata.

Attore, performer e regista teatrale, Alfie Nze è un artista poliedrico ed esplora diversi registri artistici per renderci partecipi delle realtà che, grazie al teatro, alle installazioni e alle performance, ricrea e mette in scena.
griot-mag-alfie-nze-devils-come-to-koko_igbo communion_lagos_photo_festival_1Oggi è volato in Nigeria e il 30 ottobre presenterà al Lagos Photo Festival la sua performance: The Igbo Communion.

GRIOT: Prima di diventare autore e regista teatrale, hai iniziato la tua carriera artistica come attore. Com’è nata la passione per la recitazione e il teatro?

Alfie Nze: A dire il vero non è nata come una passione ma più come un’esigenza legata alla mia attitudine e curiosità.

Dopo essere arrivato in Italia con un visto ​–​ ai tempi il mondo era libero, non come oggi, dove gli spostamenti dipendono dalla forza del tuo passaporto e qualcuno ha dimenticato che la migrazione è un movimento naturale dell’uomo ​–​ ho svolto una serie di impieghi. Inzialmente mi sono avvicinato al mondo della moda e dello spettacolo e poi sono entrato a far parte di una compagnia teatrale di Milano, la Compagnia del Novecento. È con questa che ho iniziato a muovere i miei primi passi. Ho lavorato con loro cinque anni.

E quand’è che hai deciso di sederti sulla sedia del regista?

A un certo punto, dopo aver concluso la mia esperienza con la compagnia, mi accorsi che la produzione artistica italiana si limitava a replicare vecchie narrazioni e riproporre i soliti stereotipi dove, ad esempio, il nero deve fare lo spacciatore o il carcerato. Sentii quindi l’esigenza di indagare il mondo attraverso l’arte, avendo la possibilità ​– ​non dico capacità, sennò sarebbe una presunzione ​– ​di esaminare la realtà e metterla in scena con il teatro.
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Sei arrivato qui agli inizi degli anni ’90, ma il tuo primo ricordo dell’Italia risale al 1987, quando navi italiane scaricano illegalmente rifiuti tossici sulle coste di Koko, sul Delta del Niger. Come ti ha segnato quel tragico evento? E per quale motivo hai deciso di metterlo in scena?

È una storia particolare. Alla fine degli anni ’80, quando avevo intorno ai 15-16 anni, la produzione di mele in Nigeria non era diffusa come lo è ora. Vivevo a Lagos e mio zio riceveva caschi asciugacapelli dall’Italia. Un giorno i suoi partner italiani aggiunsero, come omaggio, delle cassette di mele nel container e lo zio ci incoraggiò a mangiarle, decantandone le proprietà benefiche.

Casualmente, in quegli stessi giorni, scoppiò il caso dei rifiuti tossici italiani e nella mia mente ci fu un cortocircuito: nella stessa settimana in cui ricevetti le mele in dono dall’Italia, arrivarono questi fusti – il cui contenuto erano sconosciuto agli abitanti di Koko – su cui c’era scritto ‘dono del governo italiano.’

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Devil comes to Koko, di Alfie Nze

Nel 2008, dopo tutti quegli anni, quest’associazione si ripresenta alla mia mente. Ripensai all’episodio e decisi di scrivere un pezzo teatrale a riguardo. Diciamo quindi che questa storia non l’ho cercata. L’urgenza creativa è venuta da sola, come se uno spirito mi avesse investito e mi avesse costretto a narrarla.

Nel film Devil comes to Koko racconti un altro evento, quello del 1897, quando arrivarono gli inglesi. Come sei riuscito a collegare queste due storie?

Anche in questo caso la storia mi ha letteralmente coinvolto. Mi si è presentata davanti. Si è raccontata attraverso me.

Dopo che il progetto ha vinto il bando del Premio Mutti – nel 2013 – decisi di andare in Nigeria per catturare i ricordi che la terra e gli abitanti conservavano di quell’episodio. Prima di arrivare a Koko, però, rimasi bloccato per alcune settimane a Benin City e la città mi invitò a scoprirla, a conoscerla.

Facendo visita al palazzo del re di Benin, venni a sapere per caso – a scuola ci insegnano più la storia europea che quella africana – che proprio attraverso le acque di Koko gli inglesi risalirono e distrussero il regno del Benin, dopo che il re rifiutò l’accordo che gli avevano proposto. Era il 1914. Il re venne esiliato a Calabar e nello stesso anno venne fondata la [Colonia e protettorato della] Nigeria. Il collegamento quindi venne da sé, perché proprio attraverso le acque di Koko passarono gli europei, a distanza di un secolo, a portare distruzione.

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Devil comes to Koko, di Alfie Nze

Il tuo film è una sorta di collage audio-visivo, dove alla documentazione video alla costruzione dello spettacolo unisci materiale d’archivio e filmati del tuo viaggio in Nigeria. Il tutto, muovendoti dal 1897 al 1987 (al giorno d’oggi), tra Benin City, Koko, e Macao, centro delle arti di Milano, in cui hai ricreato il villaggio e le città nigeriane. Quali sono state le difficoltà che hai affrontato nel realizzare questa opera eterogenea?

La prima, in Nigeria. Io non sono di Koko e non parlo la loro lingua, l’itsekiri. Ero e sono uno straniero in quella zona e non volevano che entrassi nel villaggio perché credevano volessi dissotterrare i morti. Mi hanno negato la possibilità di entrare nel villaggio per due settimane.

Tornato a Milano, ho iniziato a lavorare sulla parte teatrale. Avevo un budget ridotto, ma in quel momento ho toccato con mano il cuore delle gente coinvolta: delle circa ventidue persone che erano sul set con me, forse nessuno mi ha chiesto un rimborso spese.

Concludere il film poi non è stato molto semplice. Dopo l’ultimo ciak, infatti, bisognava procedere con la post-produzione. Ho avuto la fortuna di conoscere il gruppo Fabrica di Treviso con cui ho firmato un contratto di co-produzione.

​Lo scorso aprile hai inaugurato la ​mostra fotografica del Lagos Photo Festival all’interno della ​26esima edizione del Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina di Milano. Hai presentato una performance che riprende elementi della​ Iwa Oji, antica cerimonia Igbo legata alla condivisione della noce di cola. Che ruolo ha questo rito di comunione tra gli Igbo e che significato ha per te?

The Igbo Communion si inserisce in una fase della mia vita cominciata due anni e mezzo fa, quando ho inziato ad esplorare la mia lingua madre: l’igbo.
Un’analisi non solo intellettuale ma anche un lavoro spirituale, di decodificazione di alcuni aspetti della lingua.

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The Igbo Communion al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina (2016)

In questa indagine ho scoperto che oltre il 60% delle parole usate nella comunione del Cristo erano uguali alle parole pre-cristiane che gli igbo usano per la comunione, la condivisione della noce di cola.

Perché la noce di cola? Perché nella cosmologia igbo, la noce di cola è il frutto della vita, e la sua condivisione – che ha carattere esoterico ma anche popolare – simboleggia l’offerta della vita, da parte del padrone o della padrona di casa, verso l’ospite, per proteggerlo. Ovviamente, questi sono simbolismi dove si inseriscono anche le parole pronunciate.

La performance fa parte di una serie intitolata “Four Communions” dove presenti il rito-rapporto di comunione di quattro diverse culture: igbo, italiana, francese e americana. Hai voluto ricercare elementi di unione tra le diverse culture in questa celebrazione del quotidiano?

No, non stavo cercando dei punti in comune. Nella serie, che rappresenta anche un lavoro sulla parola comunione – comune-unione – mi chiedo quali siano gli elementi che accomunano un popolo. E nel fare ciò utilizzo la croce, non nella sua forma religiosa, ma nel suo aspetto pre-cristiano – un simbolo ancestrale comune a diversi popoli. Utilizzo questo simbolo universale per raccontare gli aspetti che uniscono le diverse persone di un dato popolo.

Il simbolo viene anche rievocato in White Mask, Black Skin, dove, come una sorta di Cristo inerme, sei in balia di un uomo che ti sbianca con una bomboletta spray. Spiegaci un po’ del whitewashing della performance e dei suoi pericoli.

È giusto ricordare, prima di tutto, che nel titolo ho voluto “ribaltare” il titolo del famoso saggio di FanonBlack Skin, White Masks.” Nella performance, il soggetto nero viene ricoperto di bianco. Gli viene gettata addosso un’identità che lo opprime. Gli viene affibbiata per essere accettabile agli altri, ma anche al nero stesso, perché cresce con la convinzione di dover assomigliare al bianco.

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White Mask, Black Skin, via

Prendi ad esempio la donna nera: credo sia l’unica donna al mondo che abbia bisogno di indossare i capelli di un’altra per sentirsi bella [le extension.] Oppure quelli che usano la crema schiarente. Sono tutti retaggi dello schiavismo e del colonialismo, epoche che ci spinsero ad aspirare, consciamente o inconsciamente, ad essere come il bianco. Pensa anche al linguaggio: ci siamo appropriati del linguaggio e delle definizioni degli altri per raccontare noi stessi, identificandoci in ciò che gli altri dicono di noi. Questo è un grosso pericolo. Rinunciamo a raccontare veramente di noi, lasciando in mano ad altri la nostra narrazione.

In maniera ancor più esplicita e provocatoria, assieme ad altri membri del collettivo artistico internazionale The Other Society, avete affrontato la relazione bianco-nero –​ invertendo i ruoli storici dell’europeo e dell’africano ​– ​ in “White Slave”. Ci racconti di questa performance?

È stata una performance abbastanza pericolosa, l’ho girata a Vienna assieme al mio amico Rahman Hak-Hagir, un artista austro-afghano. Si rifà a quella di Valie Export degli anni ‘60, dove l’artista austriaca affrontava la questione dei diritti delle donne.

Lo schiavo che portavo a passeggio sembrava una donna. Tutti in strada si fermavano per guardare e capire cosa stesse succedendo [persino l’autobus,] e gli unici che sono intervenuti sono stati due ragazzi turchi che hanno cercato di liberare con forza questo schiavo, che avevano scambiato appunto per una donna. E io inutilmente cercavo di far capire loro che si trattava di una performance.

Spettacoli teatrali, performance, film. Cos’altro hai in serbo per noi? Quali sono i tuoi progetti futuri?

All’Università di Forlì, la settimana scorsa, dopo la proiezione del film c’è stata la lettura della parte teatrale. A dicembre rifarò una cosa simile, reinterpretando il pezzo teatrale assieme ad una cantante lirica. Il film comunque sarà in concorso al Festival del Cinema Africano di Verona del prossimo mese, e verrà proiettato al Lagos Photo Festival, dove mi esibirò con la performance ​The Igbo Communion.

Nel frattempo sto iniziando a lavorare alla seconda parte del film dove mi chiedo che fine hanno fatto i fusti, una volta riportati in Italia. Nessuno infatti sa dove sono finiti. Sono partito da Pisa per questa indagine, perché è da qui che partivano le navi. E inoltre sto lavorando ad un corto e ad un lungometraggio, e ad un progetto fotografico che indaga degli aspetti peculiari della fotografia.

Insomma…c’è molta carne al fuoco e speriamo di non bruciarci.

Devils Come to Koko

Devils Come to Koko ha vinto il premio Legambiente al Festival Internazionale Cinemambiente di Torino e il premio Rende Arte, a Cosenza. Il film è in concorso al Festival del Film Africano di Verona il prossimo 8 novembre. È stato proiettato a Bologna, Firenze, Pisa, Forlì, Roma.

di Theophilus Marboah

Tutte le immagini| Per gentile concessione dell’artista

Ultimo aggiornamento | martedì 25 ottobre – 14:47

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