Di Rabbia, Dolore, Speranza, Cura, Amore | In Conversazione Con Alberta Whittle

In mostra al Padiglione Scozia, l'artista giustappone nozioni di memoria, colonialismo e oppressione con speranza e riconciliazione, combinando film, pittura, arazzi e opere in metallo.

di Johanne Affricot and S. Himasha Weerappulige - Pubblicato il 05/05/2022
Alberta Whittle, Lagareh - The Last Born, film still, video a un canale, 2022. Da deep dive (pause) uncoiling memory. Scotland+Venice, 59° Biennale d'Arte di Venezia. COURTESY l'artista e Scotland+Venice

Nel periodo della Tratta Atlantica del commercio di schiavз, le persone rapite da varie regioni dell’Africa Occidentale spesso venivano confinate in dei luoghi transitori, in attesa di essere trasportate nelle piantagioni delle Indie Occidentali e del Nord America. Private della loro umanità e libertà, e convinte che sarebbero state uccise come il bestiame—dopo essere state marchiate a fuoco sul petto— molte si lasciavano abbandonare a uno stato catatonico di letargia, rifiutandosi di mangiare, bere e dormire.

Questo contenuto doloroso è tratto dal terzo capitolo di Lagareh – The Last Born (2022), l’opera video che l’artista Alberta Whittle presenta come installazione principale della sua mostra deep dive (pause) uncoiling memory all’evento collaterale Scotland+Venice alla 59° Biennale d’arte di Venezia. Intitolato The Burden of Proof, è mercoledì, i cieli nuvolosi, la vegetazione lussureggiante e l’acqua che circonda l’isola di Bunce, Sierra Leone, fanno da sfondo allo stato catatonico di letargia che la D.ssa Isatu Smith narra nel film, inducendo shock, sia fisico che emotivo. Eppure, sopra l’uscita/ingresso del Padiglione, Whittle pone una frase che sembra staccarsi dalla parete e muoversi nello spazio interno ed esterno, fungendo sia da monito che da cura: INVEST in love.

Alberta Whittle, deep dive (pause) uncoiling memory, 2022, Scotland+Venice, 59° Biennale d’Arte Venezia. Foto: Alessandra Migani

La scelta della posizione del padiglione nella zona dell’Arsenale è deliberata, situato nell’ex cantiere navale Cantieri Cucchini, leggermente defilato rispetto all’area dove si svolgono le presentazioni più ufficiali. Tra il caos dei giorni di anteprima della Biennale, è più un luogo di tregua. Le pareti viola intenso delle stanze assorbono le luci all’interno. Tuttavia, la luce naturale riesce a filtrare attraverso il muro mancante. Al suo posto un cancello scultoreo intarsiato con la parola Remember si affaccia sui canali di Venezia. Ai piedi del cancello, sull’estrema sinistra, è posta una conchiglia. Al centro della stanza un divano su misura con la forma di segno di punteggiatura completa l’installazione.

L’uso del testo si ripete in tutte le sculture di metallo presenti nella mostra: parole o motivi per essere letti e processati, interrompono la linearità verticale delle barre in metallo. Se da una parte le strutture di Whittle evocano punizione, incarcerazione e schiavitù, allo stesso tempo creano uno spazio per la pausa, il ricordo e la riflessione: “Scrivo poesie, a volte appaiono nel mio lavoro. La mia poesia nasce davvero dal desiderio di essere letta ad alta voce, come se fosse parte di una tradizione orale.” L’oralità, sia parlata che visiva, è una caratteristica nel lavoro di Whittle. “Ho creato questi suggerimenti per permettere al pubblico di abbracciare l’idea di rallentare e restare con il lavoro, per lasciare spazio per pause e reazioni.

Alberta Whittle, vista dell’installazione The Choir is waiting at the threshold dalla mostra deep dive(pause) uncoiling memory, 2022 – Scotland+Venice, 59° Biennale Arte di Venezia. Foto: Alessandra Migani

La memoria occupa un ruolo centrale nel lavoro dell’artista, assumendo diverse forme. Una di qeuste è l’acqua, un non luogo e un simbolo di commercio e viaggio, un luogo di morte ma anche di rinascita. Ma la memoria che Whittle reclama si scontra con lo stato di amnesia presente in Occidente. “Crescendo nei Caraibi, ovunque si guardasse c’erano piantagioni e canna da zucchero, il che è estremamente dissonante con l’approccio britannico a una storia del genere. C’è così poca conversazione sulla relazione tra lo Stato delle piantagioni e la rivoluzione industriale, e da dove questa abbia avuto origine,” sottolinea. “Questa riflessione fa parte della mia ricerca da molto tempo.”

Artista di natali barbadiani, per la Whittle è stato inevitabile portare alla luce il legame storico che lega la Scozia ai Caraibi. La ricchezza dei principali lord e mercanti scozzesi deriva in grande misura dalle piantagioni di canna da zucchero create nei Caraibi nel corso del XVII secolo. D’altra parte, l’opera filmica Lagareh / the Last Born evidenza anche lo stato di letargia in cui scivolano le comunità oppresse. Whittle rivendica fermamente il diritto di queste comunità a fermarsi, a stabilirsi ed a guarire. Amare oltre la violenza. “L’errore è pensare che non tutti ricordiamo e alla fine cadere in uno stato di intorpidimento. Voglio che tutti noi rallentiamo. Penso che ci sia una forte pressione per la sovrapproduzione, specialmente come lavoratorз freelance e comunità razzializzate. Voglio che ci prendiamo del tempo, che ci sediamo con noi stessз e comprendiamo con un maggiore senso di introspezione il nostro rapporto con questi temi del mio lavoro.”

Il tema della memoria emerge anche sotto forma di riferimenti simbolici che richiamano le culture caraibiche della resistenza. Whittle fa riferimento a questa eredità attraverso motivi e simboli divinatori che fioriscono anche in altre opere, come Entanglement is more than blood (2022), un arazzo cucito insieme a molte altre mani, impreziosito da perline di vetro, corde e conchiglie di ciprea.

Alberta Whittle, vista dell’installazione Entanglement is more than blood, dalla mostra deep dive (pause) uncoiling memory, 2022. Scotland+Venice, 59° Biennale Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

Il motivo e il materiale raccontano una storia di commercio marittimo, donne della resistenza e una storia in cui la natura protegge lз oppressз. L’artista elabora l’atto di ricordare deliberatamente come modo che aiuta a disimparare. Su una parete della prima stanza c’è un dipinto di lei bambina, addormentata, realizzato dalla madre, che rafforza l’intenzione iniziale della sua installazione. Sotto il dipinto si trova un vero e proprio poggiatesta e delle coperte che invitano lз spettatorз a emulare l’ azione del dipinto.

Abberta Whittle, deep dive (pause) uncoiling memory, Scotland+Venice, 59° Biennale Arte di Venezia. Foto: Johanne Affricot

Il film di 40 minuti Lagareh / the Last Born (2022) è un trionfo di stili e storie diverse accuratamente intrecciate. Da accostamenti d’archivio a intimi momenti conviviali, Whittle suddivide il racconto in sette giorni, un racconto per ogni giorno della settimana, ispirandosi alle tradizioni gotiche caraibiche e portando alla luce un legame tra il lavoro forzato e la scansione del tempo nei giorni feriali. L’iridescendente opera video sovrappone momenti di tenerezza, come una coppia queer Nera in Italia, Ama e Ange, che condivide con Whittle i propri piani di essere legalmente sposatз e avere unǝ figliǝ insieme, a momenti di chiarezza e documentazione storica, intrisi di intenti più drammatici ma allo stesso tempo poetici, come alcune donne Nere che brandiscono machete in vari siti coloniali delle Barbados e bambinз che corrono in mezzo alla natura. Sono frammenti che vogliono apprezzare la cultura, le pratiche e le storie di ribellione che sono state silenziosamente tramandate tra le comunità dissidenti nei Caraibi.

Le riprese sono state realizzate in diversi paesi del mondo—Scozia, Inghilterra, Italia, Sierra Leone e Barbados—suggerendo come la violenza sistemica sia un fenomeno globale che coinvolge molteplici relazioni economiche e di potere. “Ci sono molte cose di cui volevo parlare. Sì, il lavoro è fatto da me, un’artista barbadiana-scozzese, ma c’è molta Italia e molto di ciò di cui volevo parlare vale a livello transnazionale,’’ aggiunge. “L’opera è anche concettualmente legata al luogo stesso di Venezia, spiega. “Volevo che ci fosse una relazione tra gateway e ghettizzazione. La frase ghetto è emersa a Venezia, con la comunità ebraica locale. E Venezia era una porta per l’oriente e per le rotte commerciali.’’

Le donne Nere sono al centro del film, implicando come spesso fossero le leader di ribellioni e rivolte. “La scena in cui si vede una donna con i machete è una poesia che ho scritto per la mia bisnonna, una delle ultime persone che ha lavorato in una piantagione. È morta prematuramente, lasciando mia madre e sua sorella di 5 e 3 anni. Parte della mia pratica si basa anche su un esercizio di immaginazione di tali storie. Come si è immaginata la sopravvivenza delle sue figlie? Le ha anche sognate? Ha sognato che sarei sopravvisuta? Sono tante le donne nella mia vita che hanno motivato questo lavoro ed entrano per prendere spazio nel film. Volevo che ci fosse una molteplicità di autorità. Dobbiamo incoraggiare l’autorità delle donne Nere e di colore.’’

Alberta Whittle, Lagareh – The Last Born, film still – video un canale (2022)- Foto: Matthew Arthur Williams, © Alberta Whittle. COURTESY l’artista, Scotland+Venice, Forma

Un frammento del film profondamente sentito richiama i nomi di coloro che sono stati vittime della violenza di Stato. Whittle incanala la sua rabbia in arte, trasformandola in un processo di speranza. “Gran parte del mio lavoro deriva da una rabbia profonda. Quando è scoppiato il Covid-19, alle persone Nere e Marroni è stata attribuita la colpa della loro morte; ho sentito il bisogno di fare questo lavoro, incoraggiando a rivolgere lo sguardo verso lo Stato. C’è così tanta strumentalizzazione dall’opera d’arte. Ma lo faccio perché sono fiduciosa.” Lo sviluppo organico del film si riflette nei cicli personali di rabbia e speranza, incanalando ciò che deriva da un luogo personale di vulnerabilità in uno strumento di guarigione e autoliberazione. Il lavoro di Whittle evoca così rabbia, tenerezza, cura e riconciliazione.

Alberta Whittle’s ‘deep dive (pause) uncoiling memory’ alla 59° Biennale d’Arte di Venezia sarà visibile fino al 27 november 27 2022

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Arti visive, performative e audiovisive, cultura, musica e viaggi: vivrei solo di questo. Laureata in Cooperazione e Sviluppo internazionale, sono Curatrice e Produttrice Culturale indipendente e Direttrice Artistica di GRIOTmag e Spazio GRIOT.

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Opero nel cinema, tra casting, sviluppo, ricerca archiviale e programmazione nell’ambiente festival. Il mio background è però legale, e mi ha permesso di sviluppare un metodo di analisi decoloniale che mi porto appresso nell'audiovisivo e nelle arti. Curo diverse piattaforme diasporiche, e per GRIOT sono una contributor.