Ilaria Leccardi, Antonia Caruso, Maura Gancitano | Tre donne ci raccontano il loro viaggio di editrici indipendenti

Ilaria Leccardi, Antonia Caruso, Maura Gancitano | Tre donne ci raccontano il loro viaggio di editrici indipendenti


Ché in Italia si legga poco è un dato di cui tutti credo siamo consapevoli. Ogni anno l’Istat e altri enti di settore elaborano una fotografia del tempo che la popolazione italiana investe nella lettura, con percentuali che oscillano tra il negativo e il meno negativo. La crisi della lettura può essere riconducibile a diverse variabili: mancanza di tempo, scarsa attitudine e abitudine a leggere, propensione a fare altro (Internet, TV), il costo dei libri, per citarne alcune.

Negli ultimi mesi abbiamo conosciuto tre donne, tre editrici indipendenti che hanno deciso di mettersi in gioco, nonostante numeri e costi non remino a favore di chi sceglie di intraprendere un percorso imprenditoriale e culturale così complesso. Qualcuno potrebbe pensare che sia un azzardo, ma ciascuna ha scelto di occupare un segmento specifico nell’industria editoriale, offrendo al pubblico titoli e contenuti che arricchiscono prospettive e sguardi sulla nostra società. Un lavoro certosino di ricerca, di coinvolgimento delle persone, di presenza nelle fiere e nelle librerie che richiede molta energia e capitali da investire, a fronte di una concorrenza, quella mainstream, e di costi di distribuzione che mettono a dura prova la loro sopravvivenza.

Abbiamo chiesto a Ilaria Leccardi, anima della casa editrice Capovolte, Antonia Caruso, co-fondatrice di Edizioni Minoritarie, e Maura Gancitano, co-fondatrice di Tlon, di raccontarci il loro percorso di vita, le loro scelte e la sfida di essere editrici indipendenti in Italia.

Ilaria Leccardi, Capovolte. Anno di fondazione: 2019

Foto di Roberta Melchiorre

GRIOT: Chi era Ilaria prima di essere un’editrice?

Ilenia Leccardi: Dico sempre che sono giornalista per scelta, autrice per gioco ed editrice per necessità. Prima di essere un’editrice ero una giornalista, in realtà lo sono ancora. Nasco da bambina con il sogno di raccontare storie, di andare in giro per il mondo. Per tanti anni ho lavorato in un’agenzia stampa agli esteri, poi per questioni famigliari, e per situazioni che mi stavano un po’ strette, ho deciso di andare incontro a quelle che erano le mie priorità, costruendomi una strada diversa, più autonoma e calata in una mia dimensione. Sono autrice di diversi libri di sport: sulla ginnastica artistica, sulla ginnastica ritmica, biografie di sportivi, la storia della Federazione della Ginnastica Italiana. Questo mi ha aiutato molto a determinare la mia strada attuale, a capire come funziona l’editoria in Italia.

Capovolte, da descrizione, “è una casa editrice ribelle, dinamica e femminista”. Al centro delle vostre pubblicazioni c’è la donna. Cosa ti ha spinta a prendere questa direzione?

Due cose. Primo, la mia militanza, che negli ultimi anni si è concretizzata con il collettivo Non Una di Meno di Alessandria, di cui faccio parte. Mi ha aperto gli occhi su tante cose e mi ha permesso di essere protagonista in prima persona di un percorso che stiamo portando avanti. Mi sono resa conto di quanto fosse importante e necessario avere quella prospettiva ampia in tutti gli aspetti della vita, con uno sguardo che va alla struttura della società. Secondo, grazie alla mia esperienza come autrice, ho imparato l’importanza dello specializzarsi. Non essendo un colosso editoriale che può permettersi di fare un’editoria trasversale, il mio interesse era lavorare su piccoli progetti. Io sono Ilaria, sono Capovolte, e Capovolte può diventare autorevole se sa dare qualcosa che in questo momento non c’è. In Italia ci sono moltissime persone che pubblicano libriforse sono più quelle che scrivono che quelle che leggono, e questo è un po’ il cortocircuito dello scenario editoriale italiano. È difficile vendere in libreria, arrivare a vendere un certo numero di copie. Ma ho sempre pensato che attorno al libro si potessero creare degli spazi di vendita del racconto. Il libro per me non finisce nel momento in cui lo scrivo, lo pubblico ed è sullo scaffale della libreria. Il libro inizia quando io te lo sto proponendo. Quello che ho pensato di poter dare alle donne è portare delle storie, metterle in contatto con delle storie, consegnargliele.

Quali sono le difficoltà più grandi oggi in Italia nel portare avanti un’attività editoriale piccola e indipendente?

Sicuramente arrivare a scaffale, soprattutto per le piccole realtà indipendenti. Capovolte è distribuita, lavoriamo anche con piccole librerie, ma non produciamo tirature altissime. Rispetto all’editoria di dieci, vent’anni fa la cosa più semplice, grazie alla stampa digitale, è fare tirature contenute, ma questo al tempo stesso non ti permette di avere una distribuzione così ampia su tutto il territorio. Il fatto di essere specializzati ti permette di avere dei contatti definiti, chiari, con molte realtà che ti seguono e propongono ai loro lettori le tue opere, e di conseguenza ti aituano a determinare un tuo pubblico che possa essere interessato un po’ a tutto quello che pubblichi. Ho dei buoni libri, posso anche scegliere libri che non vendono tanto, ma ti creano catalogo, riconoscimento. Comunque mi sono data un tempo di tre anni per capire se è un progetto sostenibile. E voglio che lo sia.

Il nome: Capovolte. Raccontami.

Deriva un po’ dalla mia anima. La capovolta è un elemento della ginnastica artistica, un elemento dinamico. Ma è anche un termine che indica l’osservazione delle cose al contrario. Come piace a me. Oltre a essere un sostantivo, è anche un aggettivo, è femminile ed è plurale.

Antonia Caruso, Edizioni Minoritarie. Anno di fondazione: 2019

GRIOT: Chi era Antonia prima di essere un’editrice?

Antonia Caruso: Ho iniziato quest’avventura editoriale poco più di un anno fa, e ci sono arrivata da una parte da un percorso di attivismo trans e transfemminista, e dall’altra come aspirante sceneggiatrice di fumetti, perché con il mio socio, Federico “Peteliko” Pugliese, che è un fumettista, avevamo iniziato a lavorare insieme a un fumetto—nome in codice: Dustomancy. Tantissimi anni fa c’è stato invece Archivio Caltari (fondato insieme a Giusi Palomba e Giuseppe D’Antonio) che mi ha insegnato molto sul lavoro editoriale.

Cosa ti ha spinto a fondarla?

In Edizioni Minoritarie trovi il mio passato e presente da attivista, ma anche la mia fissazione con i libri. Sono una libromane, il che non significa che tutti i libri che compro li finisco di leggere [ride]. Abbiamo una doppia anima, senza essere binari: ci occupiamo sia di politica che di fumetti. Il fumetto è uno strumento utile perché ci permette di parlare di politica in termini accessibili per tutt_, pop, a volte usando anche meme. È vero che la politica si fa insieme, con le persone, attraverso i collettivi, le assemblee, ma parlarne anche attraverso questi strumenti culturali è importante, servono dei supporti che registrino, facciano circolare le idee, le riflessioni in modo accessibile. Inoltre, per me è fondamentale portare i miei temi in un contesto più ampio. Non voglio parlare sempre e solo di questioni trans, ma anche di altre che mi interessano, che fanno parte della mia visione politica, perché la mia esperienza è inserita in un contesto sessista, capitalista, misogino, razzista. Parlare solo delle mie istanze sarebbe limitante.

Quali sono le difficoltà più grandi oggi in Italia nel portare avanti un’attività editoriale piccola e indipendente?

I costi dell’editoria sono molto alti. L’alternativa all’editoria mainstream è affidarsi a un distributore, che si prende quasi il 60% del prezzo di copertina. Il fatto che il mercato remainder sia morto non aiuta. I libri non venduti prima entravano in questo circuito, ma oggi o vengono tenuti in magazzino o vanno al macero. E tenerli in magazzino ha dei costi. Edizioni Minoritarie fa un’editoria che è un passo sopra a quella dell’autoproduzione delle fanzine. Non abbiamo una rete distributiva, e se non ci fosse stato il lockdown avevamo programmato di farci i banchetti nelle fiere, e anche questo è un costo. Inoltre, ci sono le/gli autor_ da pagarenoi cerchiamo di pagare sempre. Stampiamo con delle tirature molto limitate, arriviamo a un massimo di 300 copie, e facciamo distribuzione diretta con le piccole librerie o vendita online. Per supportare la nostra attività ci siamo messi anche su Patreon, un sistema di funding online mensile, in cui si può decidere di sostenerci con delle donazioni. Questo ci ha aiutato a pagare le prime copie, le prime traduzioni, altrimenti avremmo dovuto chiedere prestiti. Ma l’attività editoriale è solo una parte di quello che facciamo. Se ci segui sulle nostre pagine social facciamo anche un grande lavoro di divulgazione, non solo legato alla nostra attività.

Edizioni Minoritarie, da descrizione, è “una casa editrice antifascista, antisessista, antirazzista, autoprodotta, trans/femminista. Ci muoviamo tra il prosaico e l’immaginario, tra il mostruoso e il politico, tra il didattico e buttarla in caciara.” Mi racconti di più sulla scelta del nome: Edizioni Minoritarie.

È un po’ ironico. Utilizzando il termine minoritarie enunciamo già il nostro posizionamento sociale, minoritario. Ho cominciato a fare attivismo solo dopo aver iniziato una transizione di genere, quasi sei anni fa. C’ero io, quindi potevo inserirmi dentro un certo discorso in prima persona. Prima di iniziare la transizione sapevo che avrei voluto prendere questa strada, ma non potendolo dire ero bloccata su tante cose. Quindi passare da una posizione di maschio, etero e cis, a una posizione di donna trans non etero, non potevo non avere una posizione minoritaria, soprattutto in ambito culturale, ma anche professionale. Non è autovittimizzazione, piuttosto una presa di coscienza, anche autoironica. Naturalmente questa è la mia storia, il mio socio ha una soggettività diversa.

Maura Gancitano, Tlon. Anno di fondazione: 2015

GRIOT: Chi era Maura Gancitano prima di essere un’editrice?

Lavoravo sempre nell’editoria, ero un editor e scrittrice, e organizzavo eventi culturali legati all’editoria. Mi sono occupata anche di ufficio stampa, ma in realtà quello che mi piaceva di più era lavorare sui testi, sui libri.

Perché hai deciso di fondare Tlon?

Lo abbiamo deciso insieme a Andrea Colamedici e Nicola Bonimelli, inizialmente. Lavoravamo nella stessa casa editrice, con funzioni diverse. Andrea si occupava della parte eventi, Nicola della parte commerciale, io della parte editoriale. In qualche modo sapevamo già come si faceva una casa editrice. Quello che ci sembrava mancasse in Italia era un pezzo di riflessione filosofica, psicologica e di ricerca interiore. Quindi, fondando Tlon abbiamo deciso di occuparci di questo: andare a prendere dei libri e autrici/autori che secondo noi erano interessanti, che ci sembrava avessero poco spazio.

Tlon, da descrizione, è “formazione filosofica per la fioritura personale”. Al centro delle vostre pubblicazioni ci sono filosofia, spiritualità e psicologia. Anche se in parte mi hai già risposto, cosa ti/vi ha spinto a prendere questa direzione?

A noi interessava sia creare delle occasioni, degli eventi, sia pubblicare libri di altre persone, ma anche di scriverli. Io e Andrea Colamedici abbiamo scritto cinque libri pubblicati con Edizioni Tlon—due scritti separatamente e tre insieme—che raccontano i temi che ci interessano. Ci siamo messi in prima persona: scrivendo libri, pubblicandoli, organizzando eventi.

Quali sono le difficoltà più grandi oggi in Italia nel portare avanti un’attività editoriale indipendente di media grandezza?

Eh… sopravvivere. Per diventare sostenibili ci vuole un po’ di tempo, ovviamente. Noi non siamo partiti con grandi capitali, quasi nulla, e non abbiamo avuto investitori. Ma dato che sentivamo l’urgenza di pubblicare contenuti diversi rispetto a quelli che venivano pubblicati, abbiamo trovato un pubblico interessato al nostro indirizzo.

Ci sono tantissime difficoltà pratiche per fare una casa editrice e hanno a che fare con la distribuzione, con lo spazio che ti viene dato, con la filiera del libro in generale. E devi riuscire a tenere insieme—soprattutto se sei una casa editrice che ha un collegamento con il pubblico—valutazioni pratiche, economiche, tecniche, con la vocazione che hai. Ed è difficile, specialmente nei primi anni. È un progetto a lungo termine, che è la ragione per cui ci sono tantissime piccole case editrici che pubblicano dei libri meravigliosi, ma fanno fatica a essere sostenibili e muoiono.

Il grande problema in Italia è la grande concentrazione editoriale: più dell’80% del mercato editoriale è preso da grandissime case editrici che oltre a pubblicare la maggior parte dei libri in commercio hanno catene di librerie e fanno grande distribuzione. Se sei indipendente, avere spazio è difficilissimo. Se vuoi fare le cose bene, ovvero non avere debiti, pagare i diritti, la tipografia, ti rimane veramente poco come editore. Per questo devi vendere tanti libri. Sei sei da solo, è più facile sostenerti. Ma se devi pagare più stipendi, è dura. Ed è un grande peccato, perché se le case editrici muoiono, muore una storia e quello che la casa editrice pubblicava.

E non c’è supporto per le case editrici indipendenti? Intendo dallo Stato.

In questo momento c’è molta più consapevolezza tra librerie indipendenti e case editrici indipendenti, entrambe si trovano in situazioni simili. A Roma negli ultimi dieci anni hanno chiuso 200 librerie, anche di catena. Un numero altissimo. Le librerie indipendenti oggi usano molto di più i social network, fanno molta più divulgazione, offrono molte più occasioni di apprendimento e di confronto. Ci sono anche molte più persone che si rendono conto quanto sia importante sostenere l’editoria indipendente, c’è più dialogo rispetto a qualche anno fa—quindi comprano in librerie indipendenti e acquistano libri di case editrici indipendenti,—però né la grande distribuzione né lo Stato sono interessati a sostenere questa filiera editoriale. Bisognerebbe partire, innanzitutto, dall’ascolto dei problemi di tutte le persone coinvolte in questo settore, soprattutto quelle che hanno più difficoltà, e destinare risorse per sostenerle.

Mamma mia, è tosta… Passando al nome, Tlon, mi racconti di più dietro questa scelta?

Tlon è il titolo di un racconto di [Jorge Luis] Borges—il titolo completo in realtà è Tlön, Uqbar, Orbis Tertius—che è il racconto che lui amava di più, ma che considerava anche il più complesso tra quelli che aveva scritto. È un racconto amaro, perché parla di come il mondo inizia a credere…—come direbbe Nietzsche, “il mondo vero finì per diventare favola”,—come le cose finte si sostituiscono a quelle vere. Tlon è il nostro tentativo di discernere tra il vero e il falso, di districarsi nella valanga di false notizie che vengono diffuse, della propaganda che ci viene costantemente somministrata. Lo facciamo con la nostra attività di divulgazione, attraverso la libreria e la casa editrice. Cerchiamo di creare un dibatitto e di spingere più persone possibili a porsi delle domande.

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Arti visive e performative, cultura, musica, viaggi: vivrei solo di questo. Culture curator, la curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto... potrei anche mordere.