“Stay woke” è il nuovo grido di battaglia | Ecco perché e da dove viene

“Stay woke” è il nuovo grido di battaglia | Ecco perché e da dove viene


Stando alle definizioni di diversi dizionari online, il termine Inglese “woke”—passato di to wake, svegliare—nelle sue numerose forme si riferisce all’atto di diventare consapevoli, di prendere coscienza di ciò che viene riconosciuto come un problema. Enfatizza la necessità esprimersi ed essere vigili e informati su temi di giustizia sociale, con particolare riguardo al razzismo.

L’interesse sempre crescente intorno a questo concetto ne ha fatto la nuova parola d’ordine nelle conversazioni sul privilegio bianco e sulla discriminazione razziale storica in molti paesi, ma soprattutto negli Stati Uniti. Infatti da ormai quasi vent’anni, molti artisti di colore hanno—direttamente e indirettamente—utilizzato questa potente espressione nei loro lavori sino a renderlo un vero e proprio grido di battaglia culturale ed ideologica.

“But stay woke!”, canta Childish Gambino nella sua psichedelica ballata neo-soul del 2016, Redbone, una vera e propria esortazione a svegliarsi e ad aprire gli occhi che riecheggia subliminalmente con ancora più forza nel suo recente capolavoro, This is America.

Prima di Donald Glover, e di molti altri guru della cosiddetta Woke Art, la regina del neo-soul Erykah Badu aveva diffuso l’idea di “wokeness” con la canzone Master Teacher, originariamente scritta dalla musicista americana Georgia Anne Muldrow: “Woke è sicuramente un’esperienza nera—un po’ come se qualcuno ti incappucciasse con un sacco di iuta, ti desse un colpo in testa, ti portasse in un’altro paese e tu iniziassi a capire solo in un secondo momento che il luogo in cui ti trovi non è casa e le persone intorno a te non sono i tuoi vicini. Anzi, queste persone non recitano il ruolo di bravi vicini, sono loro che ti hanno dato il colpo in testa. Sei stato rapito e poi ti hanno fatto dimenticare la tua lingua, tutto. Questo significa essere “woke”—capire cosa hanno passato i tuoi antenati. Essere in contatto con la lotta che il nostro popolo ha attraversato e capire che abbiamo lottato fin dal primo giorno in cui abbiamo messo piede qui. Non c’è stato un anno in cui la lotta si è fermata.”

Muldrow ha iniziato a usare l’espressione “Stay Woke” insieme alla sassofonista di Harlem Lakecia Benjamin, quando studiavano jazz a New York. La parola scaturì scherzando sulla privazione del sonno che subivano a causa del carico di lavoro all’università, la stamparono anche su delle T-shirt. Tuttavia, il termine assunse una connotazione più seria quando Muldrow si trovò ad affrontare un periodo molto difficile della sua vita. È lei che ha portato Erykah Badu alla scoperta del vocabolo usandolo nel testo di Master Teacher, traccia che Badu ha poi deciso di includere nel suo album del 2008, New Amerykah Part One (4th World War).

In realtà, il vero concepimento della Teoria Woke risale a molto prima degli anni duemila. Infatti il conio del termine è attribuito allo scrittore afroamericano William Melvin Kelley, il quale, nato e cresciuto a New York, si trovava all’epicentro del Black Arts Movement (BAM) degli anni sessanta, ed era entrato in contatto con personaggi come James Baldwin, Ishmael Reed e molti altri.

William Melvin Kelley in Paris in a 1968 photograph by Henri Cartier-Bresson | Via

William Melvin Kelley in Paris in a 1968 photograph by Henri Cartier-Bresson | Via

Grazie ai suoi forti legami con la comunità di Harlem e al suo profondo desiderio di vedere un cambio di paradigma nello sfruttamento della cultura e della produzione culturale afroamericana, Kelley dette ufficialmente inizio all’Era Woke attraverso il titolo del suo saggio del 1962 per il New York Times “If You’re Woke You Dig It,” come racconta Elijah C. Watson in un’intervista con la famiglia dello scrittore. L’articolo discuteva l’invenzione del gergo nero e la sua reinvenzione in seguito all’appropriazione di esso da parte dei bianchi: per la prima volta l’idea di “wokeness” compariva nei media mainstream.

Al giorno d’oggi, il concetto di appropriazione ed uso improprio del vernacolo nero di cui Kelley parlava sembra ripercuotersi sul termine “woke” stesso. Difatti negli ultimi anni il termine è stato distorto e reinterpretato nei modi più disparati, fino quasi a perdere il suo significato, specialmente nel campo di battaglia virtuale del web.

L’hashtag #StayWoke è emerso con forza nei media mainstream a partire dal 2012 dopo la tragica uccisione di Treyvon Martin e la successiva ascesa del movimento Black Lives Matter. Da allora il termine “woke” è stato spietatamente decontestualizzato, apparendo in meme e GIFs e di ogni sorta; può anche scherzosamente riferirsi  alle persone bianche che, alla scoperta delle ingiustizie storiche razziali, improvvisamente si ricredono e cambiano opinione sul razzismo.

Poi c’è la Woke Generation: i millennials. Ebbene sì, per quanto strano possa sembrare, alcuni millennial sono considerati l’esempio perfetto di “woke” per via della loro comprensione dei superficiali e mutevoli valori della nostra società, nonché della rassegnazione alle loro future prospettive economiche. Anche se le critiche di questa idea possono essere facilmente comprese per una serie di ragioni, il coraggio di alcuni millennials di schierarsi contro ingiustizie sociali si è distinto in modo significativo negli ultimi anni, e non solo nella comunità nera. Basti pensare al clamore suscitato dai giovani attivisti sopravvissuti alla sparatoria del liceo di Parkland come Emma Gonzalez.

Tyler Mitchell for Teen Vogue

Tyler Mitchell for Teen Vogue

Dunque, questo “risveglio” delle masse—specialmente contro il razzismo—è stato favorito dall’era di Internet o piuttosto prevenuto, a causa della giustapposizione del concetto alle tendenze del web più ridicole e banali? La violenza “iper-normalizzata” a cui siamo costantemente sottoposti, ha impedito la nostra capacità di empatizzare e difendere i nostri diritti, come sostiene Adam Curtis nel suo sensazionale documentario HyperNormalisation e come dimostra Childish Gambino in This is America?  E perché mai abbiamo lasciato che la Teoria Woke di Kelley fosse delegittimata così facilmente e trasformata in una semplice strategia di marketing?

La controversialità dell’argomento è innegabile, così come le numerose domande che sorgono se si cerca di arrivare al nocciolo della questione. L’unica soluzione è stare allerta, anzi “stay woke!” Per davvero.

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Celine Angbeletchy

Celine Angbeletchy

Sono una persona molto eclettica con un’ossessione per la musica e la sociologia. Nata e cresciuta in Italia, Londra è diventata la mia casa. Qui creo beat, ballo, canto, suono, scrivo, cucino e insegno in una scuola internazionale.

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