Il singolo “Masterkush” mostra la nuova PNKSAND

Il singolo “Masterkush” mostra la nuova PNKSAND


Una giovane donna danza sul frigorifero in cucina, bruciando banconote. Un gruppo di amici gioca e scherza sotto gli alberi di un parco, liberandosi da costrizioni e stereotipi. Un grosso orso di peluche sbuca dal finestrino di un’auto nera dai vetri oscurati. Una sovrapposizione di scene—sensuali, divertenti, surreali—tratte dal video di Masterkush, il nuovo singolo di Chantal Saroldi aka PNKSAND, cantautrice italiana-tanzaniana di base a Berlino. A poche settimane dalla collaborazione con David Blank nel singolo Foreplay, scopriamo un’ulteriore sfumatura della sua personalità artistica.

GRIOT: PNKSAND è diventato il tuo progetto solista, non è più una band. Com’è cambiato il tuo approccio alla scrittura delle canzoni e alla produzione musicale?

PNKSAND: L’approccio è stato leggermente diverso, almeno all’inizio. Ai tempi delle prime canzoni del progetto PNKSAND avevo le mie bozze sul computer e poi si lavorava insieme in gruppo. Potevo affidarmi un po’ di più e sentirmi sicura con due amici. Ora, invece, ho dovuto sviluppare maggiore sicurezza nell’entrare in uno studio, scrivere e in qualche modo riuscire a fare emergere la mia personalità anche con una persona che conoscevo da poco. Sono cresciuta molto grazie a questo. Poi, dopo i primi pezzi, con Chris (Christian Friedrich) si è creato un flow naturale e le canzoni venivano in modo spontaneo.

PNKSAND, Masterkush

Indubbiamente sono cambiati anche il suono e l’atmosfera: senza perdere l’eleganza neo soul dei lavori precedenti, con Masterkush ti sei spostata in una dimensione più urban e grintosa. A che cosa è dovuto questo cambiamento?

Sono cambiata io. In questi anni ho imparato a giocare con la musica e in generale a scrivere senza avere sempre un’idea di quello che sarà il risultato finale. Adesso quando scrivo mi lascio andare e non ho aspettative. Mi piace qualcosa, lo faccio. Il risultato non so nemmeno come definirlo. Forse non mi importa. Mi importa solo che ci sia il mio vissuto e che sia qualcosa che sento, per cui la grinta viene proprio da quel vissuto.

Quali sono state le tue fonti di ispirazione (musicali e non) per Masterkush? Mi sembra di sentire l’eco dei nuovi suoni elettronici che vengono dalle diverse scene africane (soprattutto per la parte ritmica) e dall’Europa, meno dal Nordamerica. 

Hai azzeccato. Sono entrata in studio e, siccome stavo ascoltando tanta musica afrobeats e dancehall (avevo Koffee e Burna Boy sempre in loop) con Chris abbiamo giocato con dei sample di beat, lui ha suonato il synth pad, e jammando la canzone è nata come una sorta di freestyle. Devo dire che sono sempre più affascinata dall’elemento ritmico della canzone e da come la melodia interagisca con esso e ne amplifichi l’effetto. La canzone ha solo due accordi, il motore vero e proprio è il ritmo.

Il pezzo è accompagnato da un video, diretto da Megan Stancanelli. Ci sono diversi spunti tematici: la ricerca di indipendenza e libertà, l’importanza dell’amicizia, la rappresentazione di una società varia e inclusiva… Che cosa volevi comunicare? 

Il video è un trip. Credo che racchiuda tante cose. Rabbia, frustrazione, evasione e il tema dell’assurdo. Volevamo trasmettere proprio questa dimensione di assurdità con delle immagini che in qualche modo andassero a toccare elementi e temi rilevanti nella nostra società: l’importanza data ai soldi, la rabbia di noi neri, il ritiro dalla città per rifugiarsi nella natura, la violenza. Il tutto con questa lente quasi onirica. Procede come un sogno, dove le scene cambiano e non seguono la logica di una narrazione lineare e orizzontale, però prendono significato se vengono lette in questo contesto simbolico.

Da Berlino, dove ti sei trasferita da qualche anno, come ti sembra la scena musicale italiana?

Sai che non so rispondere? Dopo la pandemia è cambiato tutto e sto ancora cercando di capire la realtà intorno a me. Come reggerà la musica alla botta della chiusura di un intero settore fondamentale come quella dei concerti dal vivo? Credo che in generale tutti ne stiamo soffrendo. Detto questo, ci sono sempre più artisti italiani da scoprire e seguire e c’è una scena musicale incredibile anche solo nella mia città (Savona). Non credo manchino gli artisti, solo gli spazi e il rispetto per una forma d’arte che non viene mai considerata con la stessa dignità di altri lavori, cosa che qui a Berlino invece succede. Ma ecco, per ora la mia risposta è un punto di domanda.

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Claudia Galal

Claudia Galal

Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.