Saloni per capelli afro | Uno spazio per capelli intimo, transnazionale, nero

Saloni per capelli afro | Uno spazio per capelli intimo, transnazionale, nero


“Di dove sei?” Quando mi fanno questa domanda spesso mi blocco e resto infastidita. Tuttavia, mi trovavo a Durban, in Sudafrica, e poiché la domanda  me l’aveva fatta una donna nera, le risposi: “Vengo dagli Stati Uniti e vivo in Germania.

Ero ferma all’entrata di un salone per capelli afro, semi-vuoto, e le casse suonavano le percussioni dell’artista sudafricano Sjava. Prima di me c’erano cinque donne nere e una cliente. Indossavo una giacca nera, un dolcevita nero e un paio di jeans a vita alta macchiati. Osservai le donne, con l’aspettativa di entrare in questo portale per il mio regime di bellezza e gestire i miei afro cortissimi. Sembravano tutte dubbiose, e mano a mano sempre più incuriosite dal mio accento, dal mio vestito e dal mio piercing al naso. Quindi, come sospettavano, dovevo essere una straniera.

All’inzio nessuno voleva farmi le treccine. Una di loro sottolineò: “Sono troppo corti.” Un’altra concordò: “Sarà difficile riuscire a prenderli per fare le trecce.” Con disappunto, dissi che volevo un look fresco per il nuovo anno. Da viaggiatrice che ha attraversato tante strade, volevo sostenere le donne nere nella loro arte. Dopo qualche trattativa tra lo staff, condotta in lingua inglese, Sara iniziò a farmi le trecce, mentre le altre quattro continuarono a mandare messaggi dai loro telefoni, chiacchierando e ballando Afrobeats.

I contorni della segregazione in Sudafrica sembrano diversi oggi, e nel mio viaggio ho iniziato a sbrogliare i suoi strati complicati e codificati.

La tragedia del Sudafrica post-apartheid è che lo spazio, la terra e le risorse sono fortemente divisi, seguono le linee della razza e del genere. A Durban, è stato scioccante vedere quanta segregazione ci fosse negli spazi pubblici. In una giornata di sole, mentre camminavamo lungo la spiaggia, io e il mio compagno ci siamo trovati solo tra neri, discendenti dell’Asia meridionale e altre persone di colore. Mentre eravamo al molo, abbiamo visto passare le navi portacontainer, le coppie di fidanzati che si facevano i selfie e i bambini in sella alle loro biciclette. A parte il mio ragazzo, nessun bianco occupava quello spazio pubblico. Ci chiedevamo dove fossero tutti i bianchi, fino a quando, passando accanto a uno yacht club con un cartello che recitava ‘solo membri’, abbiamo preso coscienza di quel piccolo universo bianco sul mare, a 100 metri dal molo. I contorni della segregazione in Sudafrica sembrano diversi oggi, e nel mio viaggio ho iniziato a sbrogliare i suoi strati complicati e codificati.

griot mag An -Intimate- Transnational, Black 'Hairspace' south africa durban

Cartello segregazionista a Durban, secondo la legge 37 delle leggi balneari di Durban. Le lingue utilizzate sono Afrikaans e lo Zulu, la lingua parlata dai neri di Durban (1989) – via wikimedia commons

Tuttavia, le donne nere si riuniscono nei loro spazi intimi—cucine e saloni per capelli. Da Barbershop Chronicles, di Inua Ellams, alla sgargiante interpretazione di Black salons, di Tyler Perry, gli spazi dei neri per la cura della persona sono come dei santuari collettivi. In apparenza, i saloni afro dedicati alle donne potrebbero apparire come un elemento di contrasto rispetto ai barbieri per uominiun luogo socialmente scabroso in cui le persone riesaminano le loro speranze e i loro sogni. Non è così. Il salone per neri è uno dei pochissimi spazi intimi delimitati per donne, queer e persone non binarie nere. Le nostre estetiste creano una sorta di camera iperbarica per permetterci di respirare meglio.

Per i primi 30 minuti, mi sono seduta in silenzio a leggere un romanzo. Ero affascinata dalla conversazione di Sara con sua sorella minore. Iniziarono a parlare francese, quindi mi feci coraggio e in francese chiesi da dove venissero.

“Congo.”
“Da quanto tempo vivete in ​​Sudafrica?”
“Da dieci anni.”
“Perché avete lasciato il Congo?”

Nessuna risposta.

Mi guardarono sbalordite. Ma alla fine mi spiegarono che dieci anni fa si verificarono una serie di eventi sconvolgenti nel loro paese d’origine. Avevano meno accesso alle scorte di cibo, i loro vicini e parenti furono presi di mira in una parabola di violenza inaudita, le donne venivano violentate. Furono costrette a fuggire e a viaggiare per 4000 chilometri, per arrivare in questa città costiera del Sudafrica, Durban. Secondo Human Rights Watch, nel 2010 in Congo sono state assassinate circa 3000 persone, 7000 donne e ragazze sono state aggredite sessualmente e 1 milione di persone sono fuggite dal paese. La mia ignoranza era eurocentricadovevo lavorare di più per capire la politica africana.

“Ti piace vivere in Sudafrica?” domandai. Sottovoce, Sara mormorò: “Non voglio rispondere a una domanda che potrebbe essere usata contro di me.” “Giusto,” dissi. E poi il silenzio.

Non esiste un unico modo per intrecciare i capelli delle donne nere, ma c’è cura, diligenza e difficoltà, quando i capelli sono corti come i miei. Usando un pettine fine, i capelli devono essere suddivisi in motivi triangolari o quadrati. Poi la singola ciocca viene pettinata, allentando i nodi, ammorbidendo la consistenza ruvida. Successivamente, con due ciocche di extension, ogni movimento intreccia le ciocche ricce del cuoio capelluto, fino a quando i capelli non diventano un’unica unità.

I migranti nigeriani e congolesi lavorano negli stessi posti, vivono in quartieri simili, frequentano chiese simili e in caso di necessità si aiutano reciprocamente.

Ad ogni treccia, iniziammo a raccontarci le storie delle nostre vite, come intimi estranei: parlavamo della comunità congolese di Durban e di come stesse diventando autosufficiente in quel mare di attacchi xenofobi che hanno colpito il Sudafrica. Secondo Sara e sua sorella, i migranti nigeriani e congolesi lavorano negli stessi posti, vivono in quartieri simili, frequentano chiese simili e in caso di necessità si aiutano reciprocamente. “Dobbiamo difenderci.”

Questo spazio, questo salone per capelli ci ha permesso di parlare tra noi come fossimo discendenti di diversi migranti, una all’interno del continente africano e un’altra all’esterno di quel continente. Portavamo entrambe i segni dei neri sopravvissuti alla schiavitù transatlantica francese e al colonialismo belga. Tuttavia, i nostri distinti percorsi in materia di viaggi e migrazione parlavano a una nuova serie di divisioni, che indicavano differenze culturali e di classe: stranezza e familiarità.

C’è questa sensazione di essere tutti Neri, con i nostri capelli fortemente arricciati, gli zigomi alti, la pelle ricca di melanina, i lineamenti alla Nina Simone e Assata Shakur. Tuttavia, non sarebbe giusto attenersi solo a questi aspetti. Io e loro parlavamo lingue diverse, eravamo abituate a cibi diversi e avevamo passaporti diversi. Oltre al processo di intrecciare i miei capelli, erano il francese e inglese le connessioni coloniali che ci permettevano di comunicare.

Quando chiesi cosa le piacesse del loro lavoro, mi risposero che dava loro la possibilità di far sentire belle le altre persone. Le parrucchiere nere che fanno le trecce sono parte integrante del quartiere d’affari di Durban. Sia che qualcuno avvii un salone o abbia una piccola sedia sul marciapiede, le persone (principalmente donne e uomini gay) sono in compagnia di venditori di manioca e di prodotti elettronici, assortimenti completi di spezie, frutta matura che marcisce al sole, e stoffa luminosa tagliata per un sarto.

I saloni per capelli afro sono microcosmi di cura che non funzionano solo come luoghi di regime per la cura dei capelli, ma diventano uno spazio per la cura dell’essere. Qui, confidiamo che i nostri fratelli parlino dei nostri aborti, dei nostri bambini tosti e dei nostri partner infedeli. In apparenza, potrebbe sembrare una semplice relazione proprietario-cliente, ma è molto più di tutto questo. È un luogo che fa parte di una confluenza per connessioni proverbiali, un’opportunità di scambio culturale. È un luogo di conoscenza e inconsapevolezza.

griot mag An Intimate, Transnational, Black 'Hairspace' south africa

2 in 1 Salon, Joe Slovo Park, Cape Town, Sudafrica – via Wikimedia commons

Tuttavia, la cura dei capelli è terapeutica e può essere un posto per alleviare lo stress mentale che sopportano i neri. Afiya Mbilishaka ha coniato il termine PsycoHairapy, riferendosi al modo in cui i sistemi spirituali africani tradizionali forniscono relazioni culturalmente rilevanti che promuovono pratiche sane. Ciò offre ai clienti e ai proprietari lo spazio per sopportare i propri problemi emotivi: il salone accoglie un flusso espositivo di consapevolezza, e si viene giudicati poco.

Questo incontro tra l’essere sia una persona familiare che straniera è stato uno dei tanti momenti di tensione durante il mio primo viaggio nell’Africa sub-sahariana.

Verso la fine della mia sessione di intrecciatura dei capelli, arrivò il mio compagno, catturando l’attenzione delle donne. Era un uomo bianco che entrava in quel luogo, sfidando le categorie razziali che avevano imparato a conoscere. Una donna gli offrì un mango maturo, quasi marcio. Lui accettò cortesemente, ma in seguito si pentì di quella scelta perchè le fibre di mango restano incastrate tra i denti per ore. Quando Sara finì l’ultima ciocca, mi arricciò le punte dei capelli, oliò il cuoio capelluto e scattò una foto ricordo.

Pochissime persone possono contestare le divisioni razziali in Sudafrica, eppure entrare in quel salone mi ha offerto un nuovo modo di vedere e connettermi con altri membri della diaspora africana. Questo incontro tra l’essere sia una persona familiare che straniera è stato uno dei tanti momenti di tensione durante il mio primo viaggio nell’Africa sub-sahariana. E il mio viaggio in questo salone di capelli nel centro di Durban è stato una specie di miscuglio multietnico di diversi strati della diaspora africana, riunita in uno spazio semi-deserto in cui i capelli ricci facevano da conciliatori in uno spazio intimo semi-pubblico. Le parrucchiere corrono rischi di stile con le istruzioni delle loro clienti, diffondendo sicurezza laddove non ce n’era.

Testo di Edna Bonhomme

Edna Bonhomme è una storica e scrittrice haitiana-americana di base a Berlino. Il suo lavoro è guidato da futurismi diasporici, cura a base di erbe, esseri bionici. Tra i suoi hobby: dire le cose nude e crude e tenerle vive.

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Immagine di copertina | An informal hair saloon (2015) – Foto di Guinivere Pedro, via wikimedia commons

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