Road to Justice al MAXXI | 9 artisti e 11 opere su postcolonialismo, memoria e identità

Road to Justice al MAXXI | 9 artisti e 11 opere su postcolonialismo, memoria e identità


Nella storia del continente africano, la deportazione di intere popolazioni e la colonizzazione hanno progressivamente distrutto le culture esistenti, alterato equilibri politici, religiosi e sociali; le popolazioni autoctone sono state catapultate in una realtà culturale e politica fabbricata dall’esterno, che ne ha causato la progressiva e violenta marginalizzazione. Mettendo in dialogo opere della collezione permanente del MAXXI con altre scelte per questa occasione, Road to Justice, curata da Anne Palopoli, offre un’ulteriore riflessione sui temi del postcolonialismo, della memoria e dell’identità.

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It’s a pleasure () di Sue Williamson – still video

In mostra 11 lavori di 9 artisti, John Akomfrah, Marlene Dumas, Kendell Geers, Bouchra Khalili, Moshekwa Langa, Wangechi Mutu, Malik Nejmi, Michael Tsegaye e Sue Williamson: video, dipinti, fotografie, installazioni che si articolano in tre aree cronologiche, riferite al passato, al presente e al futuro, alternando visioni personali e tradizioni fuse con esiti di intensa espressività.

In uno scenario passato, le opere Peripeteia (2012), di John Akomfrah, e Black Jesus Man (1994) di Marlene Dumasaffrontano i temi della schiavitù, del capitalismo, della segregazione, con riferimenti agli stereotipi della rappresentazione di persone di etnia africana nell’arte figurativa occidentale. Nei lavori Foreign Office (2015), di Bouchra Khalili, T.W. Batons, (Circle) (1994) di Kendell Geerse nelle mappe rielaborate di Moshekwa Lang, emergono aspetti legati anche al presente: l’apartheid, i movimenti di liberazione, il tema della migrazione e il recupero da traumi di cui siamo ancora oggi testimoni.

Una selezione di fotografie di Michael Tsegaye e il video 4160 (2014) di Malik Nejmi, offrono invece immagini intime, introspettive, capaci  tuttavia di denunciare stati di abbandono sociale e sradicamento culturale.

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Michael Tsegaye

La proiezione sul futuro presenta diverse riflessioni: dalla visione apocalittica del nostro pianeta nel video The End of eating Everything (2013), di Wangechi Mutualla speranza che si manifesta attraverso l’esaltazione del perdono come forza liberatrice nell’opera It’s a Pleasure to Meet You (2016), di Sue Williamson, quello stesso perdono che Nelson Mandela sosteneva dovesse essere la principale risposta ai crimini dell’Apartheid, per poter intraprendere un percorso di riconciliazione nazionale. Per tutti gli artisti il tema della memoria è fondamentale, sia per la sua carica distruttiva che per la sua straordinaria capacità di guarire e riconciliare. La memoria viene utilizzata come strumento che aumenta la consapevolezza, aiuta a rimarginare le ferite e a ristabilire la dignità, nel tentativo di comprendere il passato e di indirizzare il futuro in un contesto interculturale.

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Foreign Office (2015), di Bouchra Khalili, still video

Road to Justice vuole promuovere la connessione fra temi, idee, persone ed eventi, proponendo una lettura del complesso continente africano, capace di mettere in relazione prospettive diverse, nuove interpretazioni, connessioni inedite, per contribuire ad ampliare le nostre vedute.

Insieme ad African Metropolis. Una Città Immaginaria (22 giugno- 4 novembre 2018), la mostra Road to Justice, mostra la vitalità della scena artistica del continente africano, in costante crescita tra contraddizioni e ferite aperte, ed è parte di una linea di ricerca del museo che vede nell’arte e nella cultura strumenti di dialogo e diplomazia culturale.

Qui trovate il calendario degli appuntamenti da non perdere (danza, scrittura, architettura, musica e molto altro).

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Fonte  | MAXXI

Immagine in evidenza | The End of eating Everything (2013), di Wangechi Mutu Tutte le immagini | Per gentile concessione del MAXXI e degli artisti

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