‘Liminal Spaces’ | 14 artiste della Guyana riflettono attraverso gli spazi liminali della migrazione

‘Liminal Spaces’ | 14 artiste della Guyana riflettono attraverso gli spazi liminali della migrazione


La madre di Keisha Scarville lasciò il paese sudamericano della Guyana per gli Stati Uniti nel 1967. Crescendo, per Scarville la Guyana era in parte memoria e in parte immaginazione, “cucita come se fosse un patchwork di ciò che i miei genitori si portarono dietro e ricostruirono qui in America, e le mie esperienze durante le brevi visite che facevo per vedere la famiglia.” Man mano che le visite si sono ridotte nel corso degli anni, il paese è diventato un mito, “una forma di casa e madrepatria”. Quando nel 2015 la madre di Scarville è morta, l’artista si è fotografata con indosso i vestiti di sua madre, come parte di un lungo processo di lutto. Nelle fotografie, l’assemblaggio di abiti pende come “una pelle surrogata residua” dando vita a complessi ritratti di una “madre (terra)”.

Keisha Scarville, Untitled #1 – dalla serie Mama’s Clothes, 2015. Courtesy dell’artista

Scarville è una delle quattordici artiste di discendenza guyanese che raccontano le loro storie in Liminal Spaces, un nuovo libro curato dalla curatrice e assistente professoressa della NYU-Tisch Grace Aneiza Ali. Il libro, che esplora la Migrazione e le donne della diaspora della Guyana—sottotitolo del volume—è uno degli affreschi più completi sulla diaspora della Guyana mai pubblicati. Essendo l’unica nazione sudamericana in cui l’inglese è la lingua ufficiale, la Guyana è considerata parte dei Caraibi anglofoni e molti Guyanesi emigrano in Nord America. La maggior parte della popolazione, tuttavia, parla il creolo della Guyana come prima lingua. Le fotografie, le lettere, le installazioni, i fotogrammi video e i collage digitali intervallati dai racconti consentono uno sguardo sulle biografie e sulla pratica artistica, fornendo informazioni cruciali sui percorsi di vita delle donne della Guyana di diverse generazioni.

“Quello che lei ricorda è quello che ricordo io”, scrive Erika DeFreitas, un’altra autrice del volume, sui ricordi della Guyana di sua madre . “È tutto frammentato e disarticolato, e messo insieme in modi che possono o non possono avere senso”. La madre di Erika, Cita, ha lasciato la Guyana per Toronto nel luglio 1970 e non è più tornata dalla morte di sua madre Angela nel 1980: “non vuole vedere come tutto sia cambiato”. Sia Cita che sua madre erano pasticcere e le lettere e le fotografie a cui Erika fa riferimento nel suo lavoro artistico spesso contengono torte. “Sto lavorando a una torta nuziale per sabato” scrive Angela in una lettera non datata a sua figlia Cita, inviata tra il 1973 e il 1975. Nel dittico di Erica The Impossible Speech Act (2007), l’artista e la madre sono fotografate mentre indossano maschere che coprono totalmente i loro volti. Le maschere sono fatte di glassa verde, gialla e viola, che l’artista e sua madre realizzano a mano sulla base degli insegnamenti di Angela. Il processo di glassatura per Erica è ambivalente, perché non è in grado di connettersi alla memoria di sua nonna con la stessa facilità con la quale riesce a fare sua madre.

Erika DeFreitas, The Impossible Speech Act (detail), 2007 – Courtesy dell’artista

La famiglia di Suchitra Mattai, come tante altre famiglie, arrivò in Guyana come servi a contratto. Di conseguenza, il suo lavoro indaga l’idea di una patria inventata, utilizzando oggetti domestici: mobili, macramè, fotografie trovate, filo e stoviglie. In Promised Land (2016) un video del viaggio in nave di Mattai attraverso l’Atlantico—viaggio fatto per ripercorrere le tracce della sua famiglia indiana—viene proiettato su un portale di forma ovale posato su un pilastro. Si vedono l’oceano e il cielo, vaste sfumature di blu che richiamano l’idea del patrimonio addomesticato con la forza. Per l’artista, il lavoro trasmette sia schiavitù che libertà, perché parla simultaneamente alle case passate, presenti e future.

Suchitra Mattai, Promised Land, 2016, videoproiezione – Courtesy dell’artista

Nel video di 4 minuti Memories from Yonder (2015) di Christie Neptune, l’artista intervista delle anziane donne immigrate della Guyana per scoprire cosa succede quando le proprie basi culturali si sono spostate a causa di un nuovo panorama culturale. Tesse la sua narrativa familiare con la storia della novantenne Eubora Calder, che lavora all’uncinetto un gomitolo di lana rossa, mentre parla della sua esperienza di immigrata negli Stati Uniti. Il suo ricordo più caro, ricorda, era fare l’uncinetto vicino alla finestra mentre guardava cadere la neve. Vissuta come attività ricreativa popolare tra le donne della Guyana, l’uncinetto per Neptune assume un significato simbolico. È un modo di mantenere la casa, un modo per riaffermare più e più volte che un luogo è casa, così tanto che l’atto stesso diventa una casa.

Christie Neptune, video still da Memories from Yonder, 2015 – Courtesy dell’artista

Concepita come una mostra visiva su carta, Liminal Spaces porta in primo piano intuizioni incredibilmente tempestive sulla diaspora della Guyana. Attraverso le opere d’arte è in grado di coprire più terreni di quanto lo saprebbe fare una classica analisi accademica, rendendoli accessibili a un pubblico diverso. Essendo uno degli unici contributi nel suo genere, la sua importanza non può essere sottovalutata.

Leggi Liminal Spaces qui.

Segui GRIOT Italia su Facebook e @griotmagitalia su Instagram | Iscriviti alla nostra newsletter

Segui Eric su GRIOT e Instagram

Immagine di copertina | Christie Neptune, video still da Memories from Yonder, 2015 – Courtesy dell’artista

The following two tabs change content below.
Eric Otieno

Eric Otieno

Sono uno studioso decoloniale e lavoro all’interno dell’intersezione tra i diritti civili, la giustizia sociale, la politica, l'economia e l'arte. Scrivo recensioni di arte politica perché l'arte è politica (il contrario non è ovviamente vero). Quando mi sento, scrivo articoli. Mi piace leggere, ballare, andare in bicicletta e adoro cappuccino senza zucchero.