Epoque: “In ‘Petite’ parlo a nome di tutte le donne che hanno vissuto rapporti tossici”

Epoque: “In ‘Petite’ parlo a nome di tutte le donne che hanno vissuto rapporti tossici”


Nella scena urban italiana si parla da qualche tempo di Epoque, nome d’arte francese dietro al quale si cela l’artista Janine Tshela Nzua, italiana di origini congolesi, nata e cresciuta a Torino. Insieme al produttore Di Gek, appassionato di musica afro, hip hop e house, la cantante e rapper ha trovato una cifra stilistica originale e distintiva, sperimentando una via italiana all’afro-trap.

Da poche settimane è uscito il nuovo singolo, Petite, accompagnato da un video che ha subito raccolto consensi sul web e sui social.

GRIOT: Il testo di Petite sembra esprimere uno sfogo personale, ma è un personale che diventa generale, quasi politico in senso lato. Volevi trasmettere un duplice messaggio?

Epoque: Ho scritto il testo di Petite come sfogo personale, volevo comunicare la mia rabbia nei confronti di una relazione dannosa dalla quale sono faticosamente uscita, ma poi, condividendo questo tema con amici, conoscenti e persone che mi seguono, mi sono resa conto che è un’esperienza comune a tanti. Perciò è vero che non parlo soltanto a nome mio, ma a parlo anche a nome di tutte le donne e le ragazze che hanno vissuto rapporti tossici, soffocanti, che si sono sentite giudicate perché magari “non conformi” per la religione, la taglia, il colore della pelle o qualsiasi altro motivo. Quella che pensavo fosse solo una mia esperienza, è invece l’esperienza di molte persone, tant’è vero che l’impatto del pezzo ha superato le aspettative. Sono felice se posso dare voce alle donne, non solo a quelle afroitaliane.

Ma pensi che gli spazi di espressione e rappresentanza per le donne afroitaliane siano ridotti?

Negli ultimi tempi sta nascendo un bel movimento di donne afroitaliane, mentre quando ero più piccola non avevo molti punti di riferimento. Prendevo spunto e ispirazione all’estero, da ragazze afroamericane o afrofrancesi, visto che trascorrevo le mie vacanze in Francia e in Belgio con la mia famiglia. Per fortuna la situazione sta cambiando, ci sono tantissime ragazze afroitaliane piene di talento ed è ora che si prendano lo spazio che si meritano. Per quanto mi riguarda, pensare che alcune ragazze afroitaliane si sentano rappresentate da questo progetto musicale, mi rende felice e mi spinge a fare meglio.

Parlando di trap, quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Il genere degli artisti non ha mai condizionato il mio ascolto e anche nella trap mi sono semplicemente lasciata ispirare da quello che mi piaceva. Sicuramente all’estero ci sono più artiste che propongono cose affini alle mie, per esempio mi piace molto Aya Nakamura. Dal momento che che quello che faccio è nuovo—non sconosciuto ma nuovo—non trovo altri progetti simili in Italia. D’altronde, la trap stessa ha visto molte resistenze all’inizio nel nostro Paese.

Proponendo un genere nuovo in Italia come l’afro-trap, quali difficoltà hai incontrato?

Non è esatto dire che l’afro-trap sia un genere totalmente nuovo, ma quello che facciamo Di Gek e io è tentare di sperimentare e innovare ancora di più. Forse per questo motivo all’inizio non abbiamo avuto nessun supporto, e soltanto recentemente abbiamo finalmente trovato un appoggio al nostro progetto. In questa situazione di incertezza è stato difficile capire se stavo percorrendo la strada giusta e se stavo davvero rappresentando me stessa in maniera autentica. Date le mie origini congolesi, certi ritmi e certe sonorità della musica africana, che è alla base del nostro progetto, per me erano assolutamente familiari, ma la mancanza di appigli e riferimenti non mi aiutava a capire quale seguito avremmo potuto avere in Italia. Rendere contemporanee certe influenze è stata la sfida maggiore: guardare all’estero, alla Francia in particolare, ci ha aiutato molto.

Come nascono i tuoi pezzi?

Solitamente è un processo molto spontaneo, non saprei nemmeno descriverlo con precisione. Il mio produttore è uno che lavora sempre sodo, tutto il giorno, un cultore della musica afro. Per noi ascoltare tanta musica è fondamentale, facciamo ricerca, prendiamo spunto da artisti del passato e ci facciamo ispirare, modernizziamo alcune cose vecchie e le mescoliamo con le nuove, è un processo fluido. Ogni giorno ci troviamo in studio e facciamo prove ed esperimenti, è uno studio continuo.

E invece i tuoi testi?

Ho sempre scritto e tenuto un diario, sono abituata a scrivere. Alcune cose mi vengono di getto, molto velocemente, altre meno. È facile esprimere a parole quello che sento, ma è meno facile incastrarlo su una base, soprattutto in lingua italiana, motivo per cui ho scelto di mescolarla con il francese e il lingala, che è il dialetto congolese, per rendere le mie canzoni ancora più moderne e cercare di esprimermi meglio. Essendo una persona timida e riservata, non è sempre facile raccontarmi così intimamente, ma lavorare a livello professionale mi costringe ad avere un metodo più rigosoroso. Soprattutto, sono i feedback delle persone che mi seguono a spronarmi, la consapevolezza di poter dare una voce anche ad altre ragazze che ancora non ce l’hanno. Cerco di dire cose più serie, oserei dire che ci vado coi piedi di piombo, prima di scrivere una cosa ci penso più di una volta. Avere un seguito ti dà forza e coraggio per esporti, ma voglio farlo bene.

La stessa mescolanza di culture che caratterizza il tuo sound e il tuo linguaggio, si ritrova anche nel tuo look e nei tuoi video. Sono aspetti che curi personalmente?

Sì, per il momento la parte estetica e visiva del progetto è farina del nostro sacco, ce ne occupiamo Di Gek e io. Nel video di Petite, che è diretto da noi, abbiamo cercato di raccontare visivamente la desolazione e il desiderio di fuga da una situazione dannosa, da quella relazione tossica che mi ha fatto sentire in trappola, imprigionata. Insieme a me c’è una mia amica: stare con lei lontano da tutti, cantare e ballare in mezzo al nulla rappresenta la possibilità di fare quello che mi fa stare bene, la libertà. Abbiamo utilizzato tessuti africani per creare un’atmosfera afro-gipsy e sono contenta di come sia venuta. Anche il mio look è un mezzo per rappresentare me stessa in maniera autentica: sono italiana di origine congolese e, come ho visto fare da altri artisti all’estero, ho voluto mescolare le mie origini anche nel mio modo di vestire. Sono afroitaliana e voglio che si veda.

Anche in un altro video, quello di Zela, tu e le ballerine indossate elementi afro e di ispirazione tradizionale in un look urban, metropolitano.

Noi ragazze afroitaliane siamo abituate a considerare certi tessuti come tradizionali, vecchi, ma molte di noi inseriscono alcuni elementi della tradizione o alcuni dettagli in un look più moderno e occidentale. Trovo che sia una cosa bella, che rende visivamente l’idea della mescolanza culturale che viviamo. Da piccola rifiutavo gli abiti tradizionali, perché li trovavo scomodi, mi rendevano impacciata ed erano molto larghi, non mi sentivo valorizzata. Oggi invece sono felice di poterli utilizzare in chiave contemporanea e urban. È un modo per introdurre elementi della cultura africana nella quotidianità italiana.

Sei nata a Torino e tuttora vivi lì. Ma cosa hai imparato viaggiando in Francia e Belgio fin da piccola?

Il fatto che parte della mia famiglia fosse dislocata in Francia e Belgio mi ha portata a trascorrere tutte le mie vacanze in diverse città di questi Paesi. Oltre ad aver imparato il francese, ho assimilato anche tante cose della mia cultura d’origine, alcuni aspetti che in Italia i miei familiari tendevano a silenziare. Nel nostro Paese puoi essere africano in casa, ma devi essere italiano fuori casa, mentre in Francia i miei cugini sono stati educati in maniera strettamente “afro”. Diciamo che l’afroitalianità è ancora un grosso punto interrogativo.

Ho sempre amato viaggiare, proprio per la possibilità di imparare e vedere cose nuove, ma a Torino sto bene, ci sono la mia famiglia e i miei amici, è una città che mi piace molto perché è multiculturale, ci sono tantissime cose da fare e offre continui spunti.

L’emergenza COVID degli ultimi mesi ha svelato le fragilità del sistema musica e del settore degli spettacoli. Insieme al tuo produttore Di Gek ti sei posta degli obiettivi a breve termine?

Dato il periodo e tutte le difficoltà che stiamo vivendo, per ora il nostro obiettivo è fare buona musica e contribuire a fare crescere la scena. Purtroppo, prima che scoppiasse l’emergenza non avevo ancora cominciato a fare concerti, quindi la prima sfida da affrontare, appena saremo usciti da questa drammatica situazione, sarà proprio quella delle esibizioni dal vivo.

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Claudia Galal

Claudia Galal

Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.