Perché rivedere oggi ‘L’Avventura’ di Michelangelo Antonioni

Perché rivedere oggi ‘L’Avventura’ di Michelangelo Antonioni


Tutto sta diventando maledettamente facile: perfino privarsi di un dolore
Claudia ne L’avventura, Michelangelo Antonioni, 1960

Per comprendere i nostri giorni, bisognerebbe sempre gettare uno sguardo non solo sulla storia ma anche sulla produzione artistica del passato. Oggi consiglio di recuperare il cinema d’autore italiano, nostro, che non ha niente da invidiare a quello estero o ai prodotti odierni mercificati, pensati per il consumo veloce e di cui Netflix porta lo stendardo. Come non introdurre allora un regista che già negli anni Sessanta aveva intuito il vuoto che il benessere economico con la sua spinta al consumo indicava confusamente? Michelangelo Antonioni è il narratore poeta dei tempi moderni e la sua “trilogia dell’incomunicabilità” (L’avventura, La notte, L’eclisse), andrebbe visionata oggi, subito–ma non fagocitata come veniamo costretti a fare con le ultime serie televisive in uscita–, assaporata e meditata.

L’avventura, primo capitolo della trilogia, è un film disturbante che grazie alla sua asettica rappresentazione della morte delle passioni può essere quanto mai attuale oggi. Uscito nel 1960, in pieno boom economico, pone al suo centro la cara borghesia, classe in ascesa economicamente quanto in discesa umanamente (dell’altra classe sociale, quella operaia, si occuperà invece Pasolini negli stessi anni).

L’avventura può essere considerato un manifesto della modernità incombente sugli anni Sessanta italiani e una sorta di preludio dei nostri tempi contemporanei. Il regista ferrarese, maestro di incomunicabilità, riesce a costruire un film della durata di più di due ore sull’improvvisa sparizione della bella Anna (Lea Massari), giovane irrequieta, incapace di adeguarsi all’appianamento emotivo. La ragazza romana scompare durante una gita in barca con gruppo di amici più compagno–che non ama più. Dal modo in cui la macchina da presa si sofferma sulle acque turbolente delle desertiche isole Eolie, la donna sembra semplicemente scivolata in mare e annegata–forse intenzionalmente. Invece incomincia una ricerca dilatata ed incerta, quasi disinteressata con ricostruzione di ipotetici e segreti passaggi di contrabbandieri di sigarette, avvistamenti in paesi limitrofi, soffiate di paesani che riferiscono di averla vista transitare.

Nonostante il presupposto sia il racconto giallo–mancato–, l’argomento principale del film diventano le ore trascorse dal gruppo sullo scoglio di Lisca Bianca, sul quale più che una vera e propria indagine per risolvere la misteriosa scomparsa, viene condotta una quete sulle reazioni dei compagni davanti a quello che pare essere verosimilmente un lutto. Reazioni perlopiù di indifferenza, tra le quali spiccano quella eccezionale, drammatica, di Claudia (Monica Vitti), l’amica più vicina, contrapposta all’aridità del fidanzato di Anna, l’architetto benestante Sandro, che procede nella ricerca pro forma, quasi sollevato dall’essersi liberato di una donna indomabile ed esigente. L’uomo non si fa scrupoli nel dedicare precoci attenzioni para sentimentali alla bella e bionda Claudia. I due, inaspettatamente, si ritrovano invischiati in un terribile e reciproco interesse: serpeggia silenzioso tra loro come una malattia velenosa, già stanco, già vuoto, già pretenzioso, tanto da allontanare presto il ricordo di Anna. L’impressione è che solo lo spettatore continui ad avere memoria di lei, come se la storia nascente tra i due venisse sottoposta ad una sorta di morale fantasma, riscontrabile in certe inquadrature intrusive e interrogative (Anna è ancora viva? Li sta osservando?).

La scomparsa di Anna quindi, patinato leitmotiv del film, serve da pretesto per raccontare un ben più evidente disastro: la dissoluzione dei sentimenti umani e il trionfo della mediocrità. Mediocrità e noia consumati nei festini dei ricchi, ingabbiati nei loro matrimoni corrotti, nei quali sembra essere scomparsa ogni traccia di morale (in una scena l’infantile Giulia, scontenta, si lascia sedurre, seducendo a sua volta, dall’irruente e giovane pittore sotto gli occhi rassegnati di Claudia). È soltanto Claudia infatti che ad un certo punto presagisce la tragedia in cui essa stessa è immersa ed è lì che la si sente pronunciare alla cinica Patrizia: “Tutto sta diventando maledettamente facile: perfino privarsi di un dolore”. Lei, Claudia, forse conserva ancora un po’ di umanità.

La gravità dello stato di profonda alienazione in cui si muovono i personaggi–hanno tutti smarrito la passione per il raggiungimento di un benessere economico o di una discreta posizione sociale–ci viene comunicata dall’attenzione che ognuno di loro pone nel soddisfare immediatamente una pulsione, un desiderio, un capriccio, come se ci si fosse allontanati dalla possibilità di maturare ed elaborare la realtà. Ancora è Claudia a farsi carico della propria e altrui miseria: non le resta che accarezzare il capo di chi l’ha tradita, poiché in fondo anche lei è una che ha tradito. Ma anche parlare di tradimento, in assenza di sentimenti profondi, è poco consono: bisognerebbe parlare di sostituzione ed eterno presente. Ci si predispone sempre ad una nuova avventura da afferrare al volo, lì dove nulla può più radicarsi, dove il sospetto dell’assenza di sentimento, della vacuità dei legami, si fa grave ma deve essere accettato.

La riflessione che emerge è amara: si va avanti consenzienti, o si perisce, molto spesso forse ci si autoelimina, incapaci di scendere ai compromessi dei nostri tempi o semplicemente di sopportare l’incredibile niente.

Indimenticabile la desolazione delle ambientazioni sicule, le religiose inquadrature sul mare sempre in tempesta, i paesotti della costa orientale dell’isola, abitati dagli sguardi opprimenti del maschio sul corpo della donna. La Sicilia anche è un po’ protagonista: un paesaggio che somiglia molto ai personaggi, spogli interiormente ma con un ruggito intimo, dimenticato nel tempo, imploso.

Tutto il film ci restituisce un’interrogazione senza soluzione sulla condizione umana presente. In un mondo iper-veloce, iper-connesso, iper-stimolante, iper-bidimensionale: si smette di esistere quando non si è più visibili e si cessa di venire consumati dall’altro? Cosa ne è delle relazioni quando si diventa incapaci di aderire al vero se per inseguire il benessere suggerito dalla società dei consumi? Se negli anni Sessanta Antonioni accendeva questa miccia: oggi come siamo diventati?

Anna: “Sto malissimo. L’idea di perderti mi fa morire. E pure… non ti sento più”. – Sandro: “Anche ieri a casa mia non mi sentivi più?” – Anna: “Tu devi sempre sporcare tutto”.

Dello stesso autore recuperare anche: La notte (1961) e L’eclisse (1962)

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Immagine di copertina |  via Cinematografo

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Eleonora Chigbolu

Eleonora Chigbolu

Romana, italo-nigeriana, laureanda in Studi culturali Italiani, scrivo da sempre e ho molti amori tra cui la letteratura, la musica, le arti, la natura e la cucina creativa. Mossa da un profondo interesse per le questioni identitarie, da anni mi muovo nella promozione culturale e nella difesa delle cose umane. Colleziono cartoline.