‘Non respiro’ | Amir Issaa su Floyd, errori degli afroitaliani, mancanza di genere, indifferenza dell’industria musicale

‘Non respiro’ | Amir Issaa su Floyd, errori degli afroitaliani, mancanza di genere, indifferenza dell’industria musicale


Amir Issaa è un nome ben cementato nella scena rap italiana, sopratutto quella underground. Figlio degli anni dei graffiti, dei walk-man e delle prime circumnavigazioni di artisti romani di un genere importato dagli Stati Uniti, Amir è un artista che indossa tanti cappelli, e oggi definirlo esclusivamente rapper rischierebbe di appannare le altre estensioni che completano la sua identità: produttore, scrittore, educatore.

Dagli anni ’90 ai nostri venti di strada ne ha fatta: 10 studio album, 2 ep e diversi mixtape, una nomination ai David di Donatello per la colonna sonora del film Scialla, e numerosi riconoscimenti per la sua produzione artistica. E poi un libro, Vivo per questo (2017), autobiografia rituale di un artista che nella e dalla borgata romana di Tor Pignattara ha assorbito e vivisezionato discriminazioni (la madre per proteggerlo aveva italianizzato il suo nome in Massimo per evitargli problemi, processi che per Cremonini rappresentano un allegro siparietto da mettere su), disagi familiari (il padre per questioni di delinquenza e tossicodipendenza passò diverso tempo nella casa circondariale di Regina Coeli), e la complessità di una società italiana che rende ancora tristemente attuali le sue potenti rime.

Di madre italiana e padre egiziano, negli ultimi quattro anni ha fatto la spola con gli Stati Uniti, organizzando laboratori didattici in università americane che puntano a insegnare e mostrare agli studenti d’oltreoceano il volto contemporaneo dell’Italia; e poi la sua Guerra di parole, progetto che atterra nelle carceri romane, in cui detenuti e studenti si sfidano a colpi di free style su un tema scelto da una giuria.

Dopo la morte dell’afroamericano George Floyd, ucciso da un poliziotto bianco, e le conseguenti ondate di proteste che hanno attraversato buona parte d’Europa e degli Stati Uniti, Amir Issaa insieme alla voce unica di David Blank, nelle parti cantate da Milano, e le rime e la produzione di Davide Shorty da Londra, hanno realizzato questo nuovo singolo, Non respiro. Il pezzo è in onore di Floyd e delle tante vittime di violenza della polizia, come Stefano Cucchi, ma anche e soprattutto orientato a porre enfasi sulla condizione di apnea che vivono molti italiani con altre origini. L’ho raggiunto nel suo studio mentre il video era in fase di realizzazione, e in questi giorni abbiamo approfondito la nostra conversazione sulla bianchezza del sistema musicale italiano mainstream, sul perseverante silenzio degli artisti e dell’industria musicale italiana rispetto al razzismo, sul perché secondo lui la scena rap afroitaliana non sia ancora riuscita ad emergere come in altri paesi europei, e la scarsa rappresentazione di donne italiane afrodiscendenti nella scena.

GRIOT: È uscito il tuo nuovo singolo, Non Respiro, pezzo che vede la partecipazione di David Blank e Davide Shorty. Raccontami come è nata la collaborazione.

AMIR ISSAA: Quando ho visto le immagini dell’omicidio di George Floyd sono stato tanto male e per qualche giorno sono rimasto in silenzio, bloccato da tutta quella violenza, fino a quando una mattina ho preso carta e penna e di getto ho buttato giù un freestyle per sfogarmi. Tutto nella norma per un rapper come me, che ha dedicato gran parte della sua discografia a tematiche sociali come razzismo e discriminazioni, mettendoci sempre la faccia.

Dopo averlo pubblicato mi ha contattato Davide Shorty per propormi una collaborazione, e l’ho apprezzato subito, visto che già lo seguivo come artista e ho sempre riconosciuto in lui uno spessore indiscutibile. Ci tengo a sottolineare che è nato tutto per un rispetto reciproco e non perché abbiamo delle origini in comune. Di certo fa pensare che l’unico rapper che mi ha chiesto di fare una canzone assieme, in un momento così particolare, sia un italiano senza origini straniere. Davide mi ha inviato una bozza della base e la sera stessa io avevo la mia strofa pronta, a cui si è aggiunto lui, con la sua parte che è veramente un esempio di “cinema in rima”.

La ciliegina sulla torta è la voce nel ritornello di David Blank, che ogni volta che la ascolto mi fa piangere, perché percepisco le sue emozioni, ed è un onore per me essere insieme nello stesso brano. Le parole della mia strofa le ho scelte con cura ed erano già dentro di me, e questa è stata la giusta occasione per tirarle fuori. Come potete ascoltare dall’attacco del mio verso, ho citato George Floyd in modo subliminale ‘Mamma non respiro se ho un ginocchio sulla faccia’, per passare successivamente a menzionare Abba [Abdul Salam Guibre], e Soumaila Sacko, anche per contestualizzare il tutto nel nostro paese.

Quando ero piccolo ho approfondito la mia conoscenza dei grandi personaggi storici come Malcolm X e Martin Luther King, ascoltando rapper americani, e ho pensato che oggi la mia musica in Italia possa assolvere alla stessa funzione.

Mi auguro che ci saranno dei ragazzi più giovani di me che ascolteranno quel brano e si andranno ad informare, scoprendo chi erano questi due uomini [Abba e Soumaila Sacko], che sono morti in Italia per colpa della violenza razziale, e a quel punto avrò compiuto la mia missione. Oltre a noi tre che abbiamo cantato, abbiamo avuto il contributo di Davde Savarese alla batteria, Cyrus Mackey da Chicago che ha suonato la tromba, e Rosetta Carr, dalla Svezia, che ha suonato il basso.

Ci sono molti volti diversi nel videoclip. Come è stato il processo di selezione e come hanno risposto alla tua chiamata?

Quando abbiamo pensato ad un videoclip la mia scelta è stata mirata e ho contattato subito Baburka production, una crew di filmaker indipendenti che si trova a Torpignattara, nel quartiere dove sono cresciuto, e il casting lo abbiamo organizzato contattando amici che vivono in quella zona e altri a cui sono legato da tempo. Non è casuale la scelta di non far vedere le nostre facce e lasciare ad altri l’interpretazione delle parole che abbiamo scritto. Era inevitabile che questa decisione ricadesse su delle persone che oltre ad avere il piacere di mettersi in gioco erano coinvolte anche a livello emotivo. Abbiamo dato spazio a varie tipologie di volti, sia a livello anagrafico che di provenienza geografica, per allargare il più possibile questo discorso a tutte le minoranze. Tra i vari partecipanti c’è Ibrahim Keshk, un attore emergente di origine egiziana che è nel cast della serie Skam, attualmente in rotazione su Netflix, Claudio Gnessi, attivista e manager culturale del comitato di quartiere Torpignattara e presidente dell’ecomuseo Casilino, e dei rapper emergenti di seconda generazione come Raheem, Smile e Rosa White.

Come hai percepito la reazione del mondo della musica in generale e del rap in particolare rispetto alla questione Floyd? Ti aspettavi di più o di meno? Cosa è mancato, se è mancato qualcosa?

Bisogna partire da un presupposto per inquadrare la situazione della scena italiana. La maggioranza dei rapper italiani ha un background familiare e di vita che è lontano anni luce da quello degli altri artisti che vivono in città europee come Londra o Parigi, per non parlare degli Stati Uniti, e non essendo neri si sono sentiti poco coinvolti dalla questione Floyd e Black Lives Matter, ma a mio avviso è un errore. Penso che se ti appropri di un genere musicale che fa parte di un movimento culturale che è nato dalle minoranze, oggi dovresti dare il tuo contributo a questa causa, a prescindere dalle tue origini; e non serve essere neri per capire che stanno lottando contro oppressione, discriminazioni e ingiustizie.

Nelle mie canzoni ho sempre parlato di tematiche sociali perché ho una coscienza, e non perché c’è da svoltare qualcosa. Sono fiero di appartenere al movimento Hip Hop e le persone che negli Stati Uniti sono scesi in piazza o per le strade a protestare per un mondo più giusto sono i miei fratelli.
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Recentemente, mi è capitato in alcuni interventi di fare delle riflessioni sul razzismo sistemico e strutturale presenti in questo paese e la posizione del mondo culturale, artistico. E il mondo del rap mi sembra assente. Cioè, l’industria mainstream del rap in Italia è talmente indifferente a certe tematiche che persino un genere nato da gruppi reietti, razzializzati, oppressi, qui da noi è più bianco che bianco non si può. Non credi che l’industria si sia sempre sentita e si senta deresponsabilizzata nelle reiterazione di certe dinamiche, a un livello tale da non interessarsi ad attivare delle misure che invertano questo triste trend?

Penso che se oggi ci troviamo in questa situazione paradossale la responsabilità non è solamente dell’industria musicale, che ovviamente pensa esclusivamente a fare soldi, e poco gli interessa delle questioni sociali, ma anche di molti artisti di seconda generazione che nel momento in cui hanno avuto la possibilità di provare a cambiare le cose, o di lanciare un messaggio importante, non lo hanno fatto. Penso che molti di loro vivano un complesso di inferiorità dovuto dal fatto che vengono ostacolati, e invece di consolidare una scena parallela, collaborando tra loro, puntano a fare il singolo con Guè Pequeno o Fabri Fibra. Non dico di dare vita ad un progetto che includa esclusivamente artisti italiani con origini straniere, ma almeno provare a darsi un aiuto, cosa che vedo poco, essendo una scena molto frammentata.

Tanti di loro mi hanno confessato che da piccoli mi ascoltavano, quando giravo in televisione su Mtv e loro facevano merenda dopo essere usciti da scuola, ma nel momento in cui hanno firmato con delle etichette non mi hanno mai coinvolto perché oggi non faccio numeri grandi come altri. Da qui ho riflettuto molto e sinceramente posso dire con tranquillità che non mi sento parte di una scena rap afroitaliana, soprattutto perché la mia gavetta parte dagli anni ’90, e prima di fare i conti con la mia identità, parlandone in brani ormai storici come Straniero nella mia nazione, avevo fatto i conti con la cultura Hip Hop, e a tredici anni già calcavo i palchi di mezza Italia, insieme a gruppi leggendari come Colle Der Fomento e Cor Veleno, e non farò mai una collaborazione con un rapper mediocre solamente perché è di seconda generazione.

Sei infatti un veterano. Se è vero che l’industria è profondamente cambiata, a causa anche della schiacciante potenza delle piattaforme streaming, è vero anche che le major sono sempre più votate al profitto e fanno pochi investimenti nella ricerca e identità creativa di nuove leve. C’è una fortissima assenza di pluralità, anche di genere, le donne rapper italiane nere, o con altre origini, non figurano ma esistono, ci sono, e prendendo come riferimento altre classi generazionali, in particolare due rapper che abbiamo ospitato in un evento GRIOT curato due anni fa (Sangue Misto. Sound, Identità, Rappresentazione), Tommy Kuti, che aveva firmato per Universal, e Mudimbi per Warner, non mi sembra che le due case abbiano investito molto sul percorso artistico di questi due artisti, finendo per lasciarli nell’ombra. Come ti spieghi questo atteggiamento, tu che sei sempre quasi stato indipendente e nel mondo underground sei un nome granitico?

La mia risposta è in parte racchiusa nel discorso che ti facevo, e penso che la situazione possa cambiare solamente se questi artisti troveranno il coraggio di imporsi a livello indipendente, e non con una major, e Ghali è un esempio. Oltre a lui, tutti quelli che hanno firmato con una major, sperando nella svolta della loro vita, purtroppo non sono stati lavorati bene a mio avviso. Se chi decide il percorso del tuo album non ha mai vissuto minimamente il tuo disagio come pensi possa avere il coraggio di investire sui tuoi sogni? Ci sono passato, e nel 2006 quando firmai con la Virgin records il mio progetto era qualcosa di nuovo in Italia, venivo visto ancora con una curiosità esoticizzante.

Sono passati più di dieci anni e il mio è un “case study” che può essere preso come esempio da altri rapper di seconda generazione, per capire alcune dinamiche a livello mediatico e discografico. Sinceramente mi aspettavo una crescita maggiore a livello di consapevolezza da parte dei rapper di seconda generazione, che invece di creare una loro realtà indipendente stanno “elemosinando” un contratto da una major, tra le altre cose facendosi trattare spesso come l’ultima ruota del carro, e questo mi fa tristezza. Se guardo alla Francia, dove la maggioranza dei rapper con origini straniere è riuscita a creare la propria realtà indipendente, e che ha contratti con le major solamente per la distribuzione, penso che abbiamo ancora tanto da imparare, ma sono fiducioso e vedo questi artisti come dei fratelli minori che hanno ancora strada da fare. Gli auguro il meglio.

Per quanto riguarda le donne Nere nella scena rap italiana posso dire che ci sono e spaccano tanto, ma faticano ad emergere perché sono viste come un fenomeno passeggero, e non hanno ancora il rispetto che meritano. Qui il discorso si potrebbe allargare a vari settori della cultura in Italia. Nella letteratura una scrittrice Nera probabilmente verrà coinvolta da una casa editrice per raccontare la sofferenza del suo sentirsi emarginata, mettendo sempre in relazione il corpo Nero con il dolore e la sofferenza, con una curiosità morbosa su queste origini. La stessa cosa avviene nell’industria musicale. Da un po’ di tempo ho scoperto una rapper di Bologna che ha origini egiziane e si chiama Menna Elsayed. È una bella tosta che consiglio di seguire. C’è poi la mia amica Karima 2g, che è di origine liberiana e canta in inglese pidgin. Non fa rap, è più un mix di musica elettronica e rap. Molto interessante.

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Tutte le immagini | Foto di Jessica Lourenzo

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Arti visive e performative, cultura, musica, viaggi: vivrei solo di questo. Culture curator, la curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto... potrei anche mordere.