Giorgia Ohanesian Nardin | Di orientamenti, energia e nuove grammatiche in Գիշեր | gisher

Giorgia Ohanesian Nardin | Di orientamenti, energia e nuove grammatiche in Գիշեր | gisher


Գիշեր | gisher è il nuovo lavoro dell’artista, ricercator_ indipendente e agitator_ queer di discendenza Armena Giorgia Ohanesian Nardin, in scena l’8 e il 9 Settembre a La Pelanda (Roma) in occasione della edizione 2020 del festival di arti performative Short Theatre.

Nato da un periodo di ricerca durato circa due anni, Գիշեր | gisher tesse dialoghi che si innescano e agiscono su molteplici livelli, da quello visuale, a quello semantico, a quello drammaturgico, a quello di indagine e di ricerca dentro e fuori dal sé. Գիշեր | gisher è l’azione dell’alimentare, del tenere acceso, del bruciare, un’azione che attraverso la sua esperienza e la sua pratica, Giorgia Ohanesian Nardin abbraccia, informa e performa, ed apre ad altri ed altre facendol_ entrare, dialogare, rispondere ai molti input lanciati.

Movimento, video, testi, coreografia, suono e raduni sono le forme in cui si esplica il lavoro creativo di Giorgia Ohanesian Nardin che, educat_ nell’ambito della danza, da anni studia e lavora con narrazioni che gravitano attorno a ostilità, riposo, attrito, sensualità e cura. Interrogandosi sulla relazione con il proprio corpo e con la fruibilità di esso dall’esterno, con l’essere guardat_ danzare e con l’influenza delle forme, dei paradigmi e del senso estetico legato al movimento assimilato attraverso un training accademico tradizionale occidentale, da anni Giorgia sceglie di non essere fisicamente presente nei suoi lavori cercando invece di dare un contesto al proprio corpo attraverso le parole. Di fatti, oltre a Գիշեր | gisher, che si inserisce in questa cornice, negli ultimi anni Giorgia non ha svolto lavori dal vivo, ma ha creato e curato Pleasure Body, uno spazio di ascolto e di formazione collettiva e di condivisione dei corpi, per corpi queer, trans, non-binary, razzializzat_.

In una lunga e stimolante video conversazione, Giorgia si è apert_ con noi ripercorrendo le idee e i punti di vista che informano Գիշեր | gisher e il suo lavoro artistico, l’importanza delle parole e la violenza del linguaggio, la fragilità del sistema culturale.

GRIOT: I luoghi e gli spazi, di cui spesso evochi solo alcuni minuscoli dettagli, hanno un forte peso, tra immagini ferme e in movimento ma anche colori, trame naturali e scene più saturate, quasi fluorescenti. Quando hai filmato queste immagini? Che cosa mi racconti di questi luoghi? Che importanza hanno per te e perché hai deciso di raccontarli così?

Giorgia Ohanesian Nardin: Abbiamo fatto un lavoro bellissimo con F. De Isabella che si è occupato di quasi tutto il girato, tranne alcune riprese del mio corpo, che ho filmato io. Giravamo per strada con la videocamera, ma non abbiamo mai deciso che cosa filmare, non abbiamo fatto colour correction, la luce è quella che c’era, i colori sono quelli che c’erano. Lo sguardo di F. è stato molto importante, come anche parlare di come avrebbe girato le immagini in questo senso, quindi senza mai mostrare il luogo come il sito di qualcosa ma cercando, tramite questi accostamenti e assembramenti visivi di cose che si sovrappongono, di accordare complessità a queste immagini, sia dal punto di vista visivo che della riconoscibilità. Per me c’è anche uno sguardo molto forte sugli elementi acqua, aria, fuoco, terra, i quali sono diventati elementi ricorrenti sia nella scrittura che nelle riprese, senza che ce lo dicessimo dichiaratamente.

Avviene una sorta di dialogo invisibile mentre si vive l’esperienza di Գիշեր | gisher. Un vero e proprio trasferimento di energia tra una scena e l’altra, nella relazione tra te, la tua voce, il tuo corpo, la tua presenza e chi ti guarda; e poi con gli artisti e le artiste che coinvolgi nella parte finale. Parlando del pendolo, oggetto che mostri e utilizzi nella performance, dici: “Il pendolo al posto della bussola. Nel tentativo di mischiare gli orientamenti, le oscillazioni, le trame circolari/diagonali/lineari diventano grammatica.”
In che modo usi questo oggetto? È un elemento ricorrente nella tua pratica artistica?

Il pendolo è un oggetto che ho iniziato a usare circa un anno fa e che mi ha attratt_ moltissimo, perché rispetto ad altre forme di divinazione — io faccio anche i tarocchi, per esempio, che hanno una matrice di lettura molto diversa perché sono molto simbolici, hanno a che vedere con le associazioni di immagine, hanno una narrazione complessa, e se vuoi un po’ controversa — il pendolo per me è quell’oggetto di manifestazione visiva delle energie perché si muove in risposta. E quando l’ho portato in Armenia e lo usavo lì, in qualche modo faceva le veci della bussola.

L’inizio di questo lavoro, prima di partire per l’Armenia, è stato anche alimentato dalla lettura di Queer Phenomenology di Sara Ahmed, in cui lei parla della parola ‘orientamento’ che in sé stessa contiene la parola ‘Oriente’ quindi ‘sguardo verso sinistra’. Lei fa un discorso bellissimo rispetto a come l’indottrinamento eurocentrico coloniale pone come sguardo dominante — e dunque vero, deciso — quello che parte dal meridiano di Greenwich, dal centro dell’Europa. Di conseguenza, tutto è collocato a sinistra o a destra di questo punto, sia geograficamente, sia nel corpo. Ad esempio, la parte sinistra del corpo è quella legata al diavolo nella tradizione cattolica. Tutto quello che sta a sinistra, tutto il processo coloniale legato all’Oriente e quindi alla sinistra del mondo, si insedia in un paradigma di iper-sensualizzazione; l’orientalismo e l’esoticismo si basano su questo. È anche un assunto di base che parte da un’idea di paesaggio che è molto orizzontale, se un_ pensa all’Oriente nell’immaginario europeo vengono subito in mente le odalische, il caldo, le palme, l’harem. Tutti questi luoghi legati, nell’immaginario coloniale, al sogno, al desiderio, all’ozio e al riposo, alla non-produttività (da un punto di vista eurocentrico/bianco/coloniale), e di conseguenza luoghi da “raddrizzare”, da “allineare al progresso”, e quindi da colonizzare e saccheggiare. Andare in quella che adesso è l’Armenia geografica per me non significa andare nei luoghi da cui proviene la mia famiglia, che sono prevalentemente di dominio turco. Quello che mi interessava del pendolo era vedere la manifestazione visiva di tensioni legate all’energia. A me piace molto registrare la mia voce o annotare delle parole che il mio corpo mi propone nel momento in cui lo uso. È uno strumento che si utilizzava anche nell’ipnosi, che sposta il piano della percezione e risponde al corpo in maniera molto precisa, perciò anche molti testi sono venuti dall’utilizzo del pendolo.

Fermoimmagine tratto da Գիշեր | gisher, di Giorgia Ohanesian Nardin

Come hai scritto i testi? È stato un processo impulsivo — pensieri in libertà raccolti in momenti diversi — o più metodico, in cui ti sei sedut_ e hai detto: OK, adesso penso a questo e scrivo?

È dipeso molto. Sono testi che ho scritto nell’arco di un anno, quindi sia prima che dopo essere stat_ in Armenia. Alcuni sono appunti sul telefono che mi sono segnat_, mentre altri sono nati in giorni in cui mi sono sedut_ e ho detto: OK, adesso guardo questa cosa e scrivo. Con questo lavoro c’era un rischio molto forte di entrare in una dinamica documentaristica, sia nella scrittura che nel video, dal quale mi volevo molto smarcare e allontanare, perché ovviamente il lavoro viene principalmente fruito in Occidente, dal circuito in cui siamo, ed è molto immediato per lo sguardo occidentale appoggiarsi alla visione di paesaggi e panorami legati all’Oriente con un approccio di scoperta. Per me non era assolutamente questo.

Il coraggio è un tema ricorrente in Գիշեր | gisher, o meglio il rifiuto di esso, della consapevolezza o inconsapevolezza della propria fragilità, conscia o subconscia. Infatti nel testo affermi che tu non sei coraggios_ e non vuoi esserlo. Ci situazioni in cui invece ti senti di volerlo o di doverlo essere? Se sì, quali sono?

‘Coraggio’ è una parola che mi viene spesso appoggiata addosso da altri e da altre e che implica la possibilità di reggere o tenere altri o altre. Il mio problema con questa parola è che il coraggio e l’intenzione sono due cose diverse e io non faccio le cose che faccio perché sono coraggios_ o perché ho una forza innata data dagli allineamenti che mi appartengono. Io faccio le cose che faccio perché non potrei fare altrimenti, perché se non le facessi scomparirei nel grande e complessissimo bacino dell’assimilazione, che è privilegio e trauma allo stesso tempo. Scomparirei nelle letture che vengono appoggiate addosso al mio corpo.

A volte sento che questa parola arriva sempre come un complimento positivo, però è come se ci fosse una sorta di consegna, per questo è molto complessa. Quindi ho cercato di spacchettarla, anche perché si porta dentro una forma — mi viene da dire — un po’ gerarchica legata al fare le cose in un certo modo, e non voglio che passi quella narrazione del ‘A prescindere da tutto, Giorgia è coraggios_ e quindi può.’ No, io ho paura tendenzialmente. Voglio avere molta cura di questa paura, e voglio che comincino ad emergere delle narrazioni in cui i corpi non conformi — dal punto di vista del genere, del posizionamento etnico ecc. — non debbano essere prestanti, perché c’è anche una questione legata alla prestanza dei corpi non conformi molto violenta, per quanto mi riguarda, che è molto appoggiata addosso, ma in mezzo c’è il trauma, il dolore, la sofferenza e la parola coraggio non tiene dentro tutto questo. 

Il lavoro che sto cercando di fare con le parole è quello di trovare la possibilità che il linguaggio non sia devastante  e incompleto come lo è adesso. Questo è un fatto. Oppure che nel momento in cui usiamo il linguaggio manchi il punto di vista, perciò spesso usiamo le stesse parole pensando di intendere la stessa cosa, anche se non è così. Quindi — probabilmente anche un po’ per mio fetish personale — voglio stare a guardare la complessità di come usiamo le parole per parlare e di come la lingua si formi e si plasmi sulla base di chi la usa e di chi la domina. Di chi è questa lingua che stiamo usando e perché la stiamo usando in questo modo? E in che modo si può plasmare affinché mi permetta di essere presente nelle parole? È possibile?

Fermoimmagine tratto da Գիշեր | gisher di Giorgia Ohanesian Nardin

La parola ‘gisher’ significa ‘notte’ in Armeno, ma la notte non compare mai, almeno non fino alla fine. Perché hai scelto questo titolo?

Questa è una cosa su cui io non mi ero fermat_ a riflettere ma alla quale Ilenia Caleo, che è una ricercatrice e artista italiana con base a Roma che ha curato alcune parti drammaturgiche di Գիշեր | gisher, e con cui mi sono confrontat_ molto, mi ha fatto pensare che è molto indicativo del modo in cui si sta nei luoghi e si padroneggia lo spazio. Uscire in uno spazio pubblico di notte implica — soprattutto per alcuni corpi piuttosto che per altri — un livello non solo di comfort, ma anche di conoscenza di quello spazio che è diverso dallo spazio diurno. Lei dice che è molto indicativo che tutto il lavoro sia girato in diurno, perché trasmette in maniera molto chiara la mia relazione con quel luogo, e mi ha fatto notare che è un segno forte del lavoro. Infatti con la persona che ha curato il design della zine, Flo Low, che è armeno della diaspora londinese, abbiamo cercato di lavorare su un passaggio progressivo in senso cromatico dal giorno verso la notte.

Io non parlo l’armeno, lo capisco pochissimo e faccio molta fatica a trattenere le parole. ‘Gisher’ è una delle parole che mi è rimasta di più, che mi ricordo meglio oltre alle parole di conversazione base. Forse sono anche molto affascinata dal pensare alla notte in questo senso, di pensarla come una dimensione di pensiero che mi è più vicina in qualche modo.

In Գիշեր | gisher un altro dei temi che emerge è quello della fragilità, e attraverso il dialogo con gli artisti e le artiste che hai incluso il discorso si sviluppa ulteriormente a seconda dei punti di vista e delle inclinazioni. Nel mondo della cultura e dell’arte, la crisi sanitaria globale che abbiamo vissuto e stiamo ancora affrontando ci ha reso più che mai consapevol_ della nostra fragilità e di quella del sistema culturale. Che cosa ha significato per te questo lockdown? Che impatto ha avuto sul tuo lavoro, sul tuo pensiero e lavoro di ricerca?

In questo momento, non riesco a pensare a un prima e un dopo perché sento che sono ancora talmente dentro a quello che sta succedendo, che sta informando, plasmando e formando il mio lavoro, la mia pratica, il mio modo di stare nelle cose. Ero in una dinamica di rallentamento, di interrogazione dei sistemi già da un po’, per quanto mi riguarda, e questo momento ha alimentato tutto questo. Non ho risposte, ma la cosa che mi viene da pensare è che c’è qualcosa di fondamentale che sta succedendo e che necessariamente impatta e modifica anche il modo in cui le istituzioni culturali si relazionano con le artiste e gli artisti in generale, ma nello specifico con le artiste e gli artisti razzializzat_, queer, trans, non-binary ++ eccetera. E sono molto in ascolto e in attesa di capire cosa significa questo sguardo, un po’ lo temo, ma voglio essere positiv_. E penso che sia il momento non solo di farsi le domande, ma di rivedere le posture e le posizioni — penso che fosse tempo da mo’ — e nutro anche un po’ di timore rispetto a questo risveglio collettivo nel quale si intrecciano piani molteplici perché, come spesso è successo, temo la tokenizzazione di questo momento. 

Ho fatto una parabola lunga per dirti che non so rispondere, però il lavoro che facevo prima lo faccio anche adesso e le domande sono sempre le stesse. Per me non c’è stato un momento epifanico, ma è come se adesso ci fosse veramente bisogno di guardare a queste domande e a queste posture più che mai, perché di fatto il problema è sempre esistito, la violenza c’è sempre stata in questo rapporto tra le istituzioni e le artiste e gli artisti.

Գիշեր | gisher
Martedì 8 settembre | 21:00 
Mercoledì 9 settembre | 21:30
La Pelanda – Studio 2
performance video

GRIOT è media partner di Short Theatre. Scopri il programma completo del Festival.

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Immagine di copertina | Per gentile concessione di Giorgia Ohanesian Nardin

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Celine Angbeletchy

Celine Angbeletchy

Sono una persona molto eclettica con un’ossessione per la musica e la sociologia. Nata e cresciuta in Italia, Londra è diventata la mia casa. Qui creo beat, ballo, canto, suono, scrivo, cucino e insegno in una scuola internazionale.