A tu per tu con Enfant Précoce | Dai musei parigini, alla danza, all’arte del tatuaggio

A tu per tu con Enfant Précoce | Dai musei parigini, alla danza, all’arte del tatuaggio


Aveva 24 anni quando ha iniziato a dipingere. Si chiama Francis Essoua Kalu, ma la gente probabilmente lo ricorderà come Enfant Précoce. Nipote dell’artista plastico camerunense Malam (Isaac Essoua Essoua), si è fatto conoscere attraverso i social media pubblicando foto di lui seduto insieme alle sue creazioni di fronte a famosi musei parigini. Da allora, ha esposto in diverse gallerie, tra le quali Galerie Fauve Paris, La Mongolfière, Institut Français de la Mode e Art Sens, e i suoi lavori sono stati esposti alla biennale d’arte Dak’Art (Dakar, Senegal) nel 2018.

Descrivendo i suoi dipinti come un viaggio nel mondo onirico dell’infanzia e dei ricordi, il suo lavoro è vivido, sensuale e sensibile. Ambasciatore del marchio Walk in Paris, l’autodidatta camerunense è anche un danzatore di talento, mi ha rivelato. Siamo andati a trovarlo nella sua casa/studio per farci raccontare la sua storia e a che punto si trova oggi.

griot mag Enfant Précoce interview intervista italia

Enfant Précoce sul Viale degli Champs-Élysées (2019), via facebook

GRIOT: Il tuo nome è Francis Essoua Kalu, ma il tuo pseudonimo è Enfant Précoce. Perché questa scelta?

ENFANT PRÉCOCE
: Ho scelto questo nome per via della mia infanzia. Da bambino saltai un anno a scuola, ma curiosamente dovetti ripeterlo più tardi; “Enfant Précoce”, perché lo stile delle mie linee attinge dal mondo immaginario dei bambini, e perché, come mi piace dire, disegno come un bambino. Infine, perché sono un autodidatta.

Quando hai iniziato a disegnare?

Ero molto bravo a disegnare da bambino, soprattutto al liceo. Facevo i compiti artistici dei miei compagni, che grazie a me prendevano buoni voti. Ovviamente, l’insegnante non approvava e per darmi una lezione mi metteva brutti voti. Beh, forse non erano poi così male, ma erano certamente meno di quello che meritassi. Era il suo modo per farmi capire che stavo impedendo ai miei amici di imparare e fare progressi da soli.

Hai sempre sognato di diventare un pittore?

No. Inizialmente volevo diventare un danzatore e per questo motivo non ho mai preso la pittura troppo sul serio, fino all’età di 24 anni. È solo allora che ho iniziato a capire che potevo fare qualcosa con i miei quadri.

Danzi ancora?

Sì! L’anno scorso mi sono unito a una compagnia chiamata “La Marche Bleu”. È una compagnia composta da dieci ballerini provenienti da contesti artistici di ogni genere (elettro, contemporaneo, classico, hip-hop, sperimentale, eccetera). Avremmo dovuto fare il nostro debutto lo scorso aprile, ma a causa dello scoppio della pandemia Covid-19 è stato posticipato. Spero che con le nuove misure saremo presto in grado di andare in scena.


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La danza influenza il tuo processo creativo quando dipingi?

Non so se posso dire che la danza influenzi direttamente il mio lavoro, ma quando dipingo spesso ascolto musica e danzo, specialmente quando sono interessato a qualcosa. Mi perdo ascoltando melodie africane, spagnole o addirittura portoghesi, classiche o hip-hop, lascio che la musica mi attraversi e mi ispiri.

È ampiamente risaputo che sei un autodidatta che ha costruito il suo stile attraverso l’immaginazione e i ricordi d’infanzia. Non hai mai studiato arte in modo accademico o convenzionale, tuttavia le tue produzioni sono estremamente potenti ed espressive. Sei mai stato penalizzato per non aver frequentato la scuola d’arte?

È sempre difficile entrare nel mondo dell’arte quando sei un autodidatta, perché non hai quasi una rete e le scuole d’arte sono i luoghi in cui incontrare persone, intenditori, artisti e gestori di gallerie. Quando sei un estraneo, può essere davvero impegnativo, soprattutto a Parigi, dove la prima domanda che ti viene posta è: “A quale scuola d’arte sei andato?” L’ambiente artistico parigino è un mondo chiuso, ma immagino stia cambiando attraverso i social media. Sempre più artisti giovani come me attirano l’attenzione dei galleristi attraverso queste piattaforme.

Pensi che solo in Francia gli artisti autodidatti abbiano difficoltà  a vedere i propri lavori esposti?

Non so davvero come funzioni all’estero, ma da quello che ho sentito, sembra più facile ottenere riconoscimento in altri paesi. Alcuni miei amici spesso mi hanno detto, ‘Se solo tu andassi a Londra’… oppure ‘la tua arte funzionerebbe davvero a Berlino, a New York sarebbe sicuramente di successo…” Le persone dicono sempre che l’erba del vicino è sempre più verde, ma fino a quando non lo vedi da solo è difficile da credere. E a dire il vero, senza una solida rete può essere difficile esportare la tua arte all’estero. Ma sono aperto a viaggiare e vedere come funziona fuori dalla Francia.

E per quanto riguarda il trovare spazio per la tua arte in Africa? Credi ci siano più opportunità?

Penso che ci siano davvero molte opportunità. Ad esempio, ho avuto la possibilità di esporre le mie opere a Dak’Art, nel 2018. Ma oltre a ciò, ho notato che ci sono sempre più mostre d’arte e fiere in tutta l’Africa, in particolare in Marocco, Senegal e Ghana. So anche che ci sono due importanti centri artistici a Douala, in Camerun, ma attualmente gli artisti che vanno per la maggiore sono i ghanesi, che sono molto apprezzati dagli inglesi e dagli americani per il loro stile fotografico. Creano i loro quadri dalle immagini, e mettono il maggior numero possibile di dettagli per mostrare che è una vera fotografia. È molto figurativa, e in qualche modo inquietante, ma penso che mi sto lentamente muovendo verso questo stile, anche se è piuttosto ambizioso.

Per farti notare dal mondo dell’arte parigino hai messo in piedi questo stratagemma intelligente che consisteva nel posare con le tue opere di fronte a famosi musei francesi, accompagnato da un cartello che diceva “Esibiscimi”. Come ti è venuta in mente l’idea?

In realtà stavo tornando a Parigi dopo la Biennale di Dakar e dopo un lungo soggiorno a Oslo, e dopo aver perso il mio appartamento e i miei punti di riferimento avevo bisogno di ricostruire la mia vita parigina e trovare un luogo dove poter dipingere. Alcuni amici per i quali lavoro come ambasciatore del loro marchio mi offrirono uno spazio, e per sei mesi mi sono lasciato andare alla mia passione. Alla fine ai miei amici regalai uno dei miei quadri, per ringraziarli, ma uno di loro invece suggerì di uscire e fare una foto a Place de la République—che non era lontana—mentre indossavo alcuni pezzi di abbigliamento della loro nuova collezione. Così mi sedetti su uno sgabello con il mio dipinto al mio fianco e l’enorme statua di Marianne dietro di me. Quando pubblicammo l’immagine sui social media iniziai subito a ricevere un sacco di commenti positivi. Penso che sia stata la prima volta che uno dei miei post di pittura ricevesse così tanto supporto. Mi fece capire che presentare il mio lavoro in quel modo forse era la maniera giusta di mostrare il mio lavoro alle persone. È così che è nata l’idea.

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Enfant Précoce cammina verso il suo prossimo spazio dove esporre le sue opere (2019) – via facebook

Qualche tempo dopo incontrai una persona che stava facendo uno stage in un’enorme struttura sportiva, composta da una luminosa mansarda e una zona caffè da coworking al piano terra. I proprietari a volte ci organizzavano mostre, e dopo aver visto i miei quadri, la stagista riuscì a far interessare il suo capo al mio lavoro. Una cosa chiama l’altra: invitai i proprietari a vedermi dipingere e concordammo una data per una mostra. Con i miei amici poi decidemmo di trasformare la nostra idea in un film promozionale. E così iniziai a sedermi sullo sgabello di fronte ai famosi musei parigini con il cartello ‘Esibiscimi’.

Questa mostra ti ha aperto le porte?

Sì, assolutamente. Mi ha aiutato a ottenere maggiore visibilità ed a catturare l’interesse delle gallerie d’arte contemporanea. Ho avuto la possibilità di essere visto da André Magnin, che è un pioniere nella promozione dei talenti africani in Europa. Seguo la sua galleria sui social media, quindi è stato un onore per me vedere che qualcuno come lui apprezzi il mio lavoro.

Quando ti trovi di fronte a una tela bianca, cosa ti spinge a voler dipingere?

Dipende, davvero. Ci sono dipinti per i quali ho già in mente lo schizzo esatto, ma a volte ho bisogno di mettere tutto su carta, prima di gettarmi nella pittura.

Cosa vorresti raggiungere con il tuo lavoro?

Tutti sono stati bambini una volta e talvolta tendiamo a dimenticarlo. Ma credo che sia parte del nostro viaggio personale mantenere vivo il bambino che è in noi mentre passiamo all’età adulta, e questo è ciò che desidero comunicare attraverso i miei quadri. Voglio riportare le persone in questo momento dell’infanzia, quando guardavamo tutto con stupore e fascino.

Sei stato descritto come il Jean-Michel Basquiat franco-camerunese. Chi sono gli artisti che hanno lasciato un segno come giovane artista?

Devo confessare che questo confronto era più rilevante quando ho debuttato, perché all’epoca dipingevo facce con molte linee nere accostate piene di colori. Il risultato sembrava una sorta di scarabocchio, che capisco potrebbe ricordare il lavoro di Basquiat. Oggi ho rinunciato a usare queste tre o quattro linee per disegnare una faccia, e ho invece una linea che seguo per creare belle curve. Ero davvero lusingato di essere paragonato a un artista come Jean-Michel Basquiat, ma penso che il mio stile di adesso sia piuttosto distante da quello che era solito produrre. Ora sono più influenzato dal lavoro di artisti come Hockney, Matisse o Picasso. Ammiro particolarmente lo stile di David Hockney, il suo lavoro sul colore mi ha davvero lasciato un segno.

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Qual è la tua era pittorica preferita?

Adoro il periodo in cui viviamo, ci stiamo divertendo! Siamo liberi di sperimentare al di fuori di percorsi specifici e rigidi vincoli accademici.

Si dice che la spiritualità modelli il tuo lavoro. Che forma assume nei tuoi lavori?

Non uso l’etichetta spirituale come statement, e non associo etichette evidenti sui miei quadri. Personalmente, considero la spiritualità come il credere in determinati valori, come l’amore e il perdono. È una comunione intima con il tuo Dio (Dii) e un viaggio personale. Nel mio lavoro, provo a trasmettere vibrazioni positive e i valori che ho ereditato da mia nonna, che era una semplice religiosa. Non c’è misticismo nei miei quadri. Tuttavia, devo ammettere che a volte quando dipingo, anche se so cosa voglio dire e realizzare, non è abbastanza potente. Ma poi ci sono momenti in cui dipingo senza sapere davvero dove sto andando, ed è potente, mi sento come se una forza soprannaturale mi stesse guidando la mano. Questi sono i momenti in cui mi sento connesso al mio essere spirituale, e quando finalmente ho finito, dentro di me so che ne valeva la pena.

Oltre alla danza e alla pittura, hai altre passioni artistiche?

Sicuro! Ci sono molte persone che apprezzano il mio lavoro ma non hanno i mezzi per acquistare tele, quindi mi offro di tatuargli i miei disegni. Attualmente sto lavorando a un nuovo progetto e spero di poterlo presentare presto.

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Immagine di copertina | Enfant Précoce – via facebook

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Anaïs N'Déko

Anaïs N'Déko

Scrittrice, regista e sceneggiatrice appassionata di Storia dell'Arte, dell'Opera e di Pedro Almodóvar, sono un'amante della poesia che trova ispirazione nei sogni, nella fantasia e nella musica.