Àsìkò e la rappresentazione visiva delle emozioni: il personale diventa universale

Àsìkò e la rappresentazione visiva delle emozioni: il personale diventa universale


Dietro il nome d’arte di Àsìkò si cela Ade Okelarin, fotografo e artista anglo-nigeriano nato a Londra, cresciuto a Lagos e rientrato nella capitale britannica negli anni dell’adolescenza per completare gli studi. Le sue opere, realizzate attraverso fotografia, mixed media e immagine filmica, esplorano temi complessi e multidimensionali, come identità e cultura, memoria ed eredità, partendo da emozioni ed esperienze personali. Allo stesso modo affrontano le questioni di genere e il ruolo della donna nella società – tradizionale e contemporanea, africana e occidentale – per contrastare la rigidità di un sistema patriarcale diffuso a tutte le latitudini e basato sulla violenza, fisica o psicologica. Àsìkò crea immagini di grande impatto, spesso trasformando trucchi e ornamenti femminili per svelare il paradosso degli stereotipi di genere.

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Àsìkò, Agbara, 2016, dalla serie Ase

GRIOT: Qual è stato il tuo percorso artistico e professionale?

Àsìkò: Sono un artista visivo autodidatta e utilizzo fotografia, mixed media e film. Il mio viaggio nel mondo della creatività è cominciato nel 2010, quando ho cominciato da dilettante a fotografare tutto quello che potevo, finché ho avuto la capacità di sviluppare le mie idee e i miei concetti creativi, guidato dal mezzo fotografico. Tra il 2012 e il 2013, mentre vivevo e lavoravo ad Anversa, in Belgio, mi resi conto che le mie fotografie si erano sviluppate in senso artistico. Così, al mio ritorno a Londra nel 2014, decisi di provare a intraprendere una carriera come artista e fotografo, abbandonando la mia vecchia professione di data architect nell’industria farmaceutica. La mia attività lavorativa non era cominciata originariamente nel mondo dell’arte, ma ho sempre avuto l’arte nel cuore. Sono sempre stato circondato dall’arte africana ed ero affascinato dall’opera dei pittori e scultori rinascimentali ancora prima di prendere in mano la macchina fotografica, il bisogno di creare e immergermi nell’arte è sempre esistito dentro di me, nella mia psiche. Per me creare è essenziale, è nutrimento per la mia anima, mi permette di esprimermi e mi fornisce una strada per avere un dialogo interiore, che posso rappresentare visivamente attraverso le fotografie.

Il tuo lavoro è concentrato su Nerezza, condizione femminile e cultura africana. Come artista africano, hai percepito dei cambiamenti importanti nella rappresentazione di questi elementi concettuali, dall’inizio della tua carriera?

Percepisco ogni anno un progressivo cambiamento in questi elementi, forse il mondo sta diventando consapevole e forse l’evoluzione delle nostre società ci sta offrendo una comprensione più profonda di Nerezza, condizione femminile e cultura africana.

Se guardiamo a quello che sta succedendo negli Stati Uniti e a livello internazionale, è in corso il più grande dibattito di tutti i tempi per identificare il razzismo e per capire che cosa significhi essere Neri all’interno di società diasporiche. Il mondo sta imparando quanto sia complicato parlare di razza Nera e razzismo sistematico nella società e nella politica.

Àsìkò, òṣèré, dalla serie Ase

Àsìkò, òṣèré, 2016, dalla serie Ase

Di conseguenza, si aprono anche conversazioni sulla cultura africana, che così prende spazio su un palcoscenico globale. Per troppo tempo la cultura africana è stata trattata e descritta come primitiva, tribale e grezza, ma quella narrativa derivava dall’indottrinazione della società da parte di un’ideologia colonialista che oggi il mondo sta iniziando a sfidare. Questo è un passo avanti, ma bisogna fare ancora molto per abbattere le strutture colonialiste.

La condizione femminile è sempre stato un tema in continua evoluzione nelle società occidentali e africane, ci sono stati alcuni progressi, ma persiste la sensazione che molto debba ancora essere fatto, quando insorgono importanti problemi di disuguaglianza di genere.

Perché hai scelto fotografia, mixed media e film come mezzi di espressione? In che senso questi strumenti sono adatti a veicolare il tuo messaggio?

Questa è una buona domanda, ma la risposta potrebbe non essere soddisfacente. Essenzialmente da quando ho avvertito una sensazione più viscerale, la macchina fotografica mi sembrava giusta per la mia mano e, guardando attraverso l’obiettivo, mi sentivo a casa. Non riesco a spiegare meglio di così. Il mezzo filmico è arrivato di conseguenza, mi è sembrato naturale raccontare storie attraverso fotografie in movimento. L’utilizzo di altri materiali è venuto come risultato della mia esigenza di usare le mie mani sulle fotografie fisiche per costruire narrazioni verticali. In pochi anni questa condizione potrebbe cambiare, poiché sto iniziando a sperimentare anche con pittura e scultura, ma sento che la fotografia sarà sempre presente nella mia pratica artistica e costituisce la base fondamentale per il mio lavoro.

Le tue opere esplorano emozioni e sentimenti, ma anche l’intersezione tra identità e cultura: possiamo affermare che siano allo stesso tempo sia personali/individuali sia sociali/universali?

Credo fondamentalmente che il mio lavoro sia personale e che io stia esplorando la mia psiche e il mio modo di esistere nel mondo creato intorno a me. Le mie opere sono una reazione alle mie esperienze e il mio processo creativo implica il guardarmi dentro. Queste reazioni possono essere correlate a tematiche universali, perché tutti affrontiamo un viaggio di auto-scoperta, che ne siamo consapevoli o meno. Tutti siamo in battaglia con le questioni di identità e appartenenza. Tutti reagiamo al mondo che ci circonda, in modo giusto o sbagliato. La storia dell’umanità è universale.

Àsìkò, Erin, dalla serie The woman code

Àsìkò, Erin, 2018, dalla serie The woman code

Àsìkò, ọ̀rẹ́ mẹ́rin, dalla serie The woman code

Àsìkò, ọ̀rẹ́ mẹ́rin, 2018, dalla serie The woman code

Pensi che all’arte sia sempre richiesto di avere un ruolo sociale?

Onestamente penso di no, non tutta l’arte ha bisogno di avere un ruolo sociale. L’arte riguarda l’espressione per definizione e, secondo questa visione, può assumere diversi ruoli a seconda del suo autore. A volte può avere una funzione di conforto e cura dell’anima, alcune volte ha una funzione puramente estetica, altre volte serve a documentare, e così via. Qualunque sia il suo ruolo, l’arte è importante perché ci spinge a pensare e promuove il confronto.

Credo che l’arte abbia un importante ruolo sociale nel campo dell’attivismo e questo è cruciale nella società di oggi. Un esempio di grande ispirazione della funzione sociale dell’arte è rappresentato da quanto è successo a Bristol, in Gran Bretagna. La statua del mercante di schiavi Edward Colston è stata abbattuta e rimpiazzata con quella della manifestante del movimento Black Lives Matter Jen Reid. La nuova scultura, creata da Marc Quinn, è una dichiarazione e una presa di posizione a favore dell’istanza Black Power e il pugno alzato in segno di sfida è una trionfale chiamata all’azione.

Àsìkò, ìjàpá, dalla serie The Woman Code

Àsìkò, ìjàpá, 2018, dalla serie The woman code

Guardando alle tue opere, per esempio alla serie delle stampe metalliche, è come se elementi contemporanei e tradizionali fossero fusi in maniera organica. Quali aspetti di queste opere sono maggiormente influenzati dalla cultura nigeriana o africana in generale?

Credo che sia stata una parte essenziale del mio viaggio come artista, mi sono tuffato nella storia nigeriana e africana per saperne di più su chi sono e da dove vengo, ma in questo percorso sto elaborando alcuni aspetti di quella cultura rispetto alla mia esistenza contemporanea. In modo simile è in corso dentro di me una sorta di ibridazione che mescola la mia eredità africana e la mia attuale cultura inglese. Tutti questi elementi contribuiscono a formare la persona che sono e confluiscono nel mio lavoro creativo. La mia cultura nigeriana funge sicuramente da scintilla e catalizzatore per le immagini e le opere delle serie Adorned, Ase, Woman Code e Conversations.

Mi ha colpito molto la serie Conversations. Temi come la violenza contro le donne e l’impatto del patriarcato sono delicati e controversi: qual è stato il tuo punto di partenza e come hai sviluppato il lavoro concettuale?

Questo lavoro è nato da una reazione viscerale al racconto di una collega somala sulla sua esperienza con la mutilazione genitale femminile. Mi descrisse come fu presa e trattenuta nel giorno del suo tredicesimo compleanno, affinché potesse subire la pratica, radicata nella sua cultura, della mutilazione genitale. Sinceramente non ne avevo mai sentito parlare fino a quel giorno e mi sono sentito in dovere di fare ricerca e approfondire la comprensione di questa pratica culturalmente radicata. Scoprire questo tema mi ha aperto gli occhi su un nuovo mondo legato alla violenza di genere, istigata da strutture culturali patriarcali. La mia ricerca mi ha costretto a confrontarmi con diversi tipi di violenza di genere, come lo stiramento del seno, il fenomeno delle spose bambine, la violenza sessuale eccetera. Ho parlato con donne in Regno Unito che avevano fatto esperienza di alcune di queste pratiche e mi hanno spiegato come e quanto fossero rimaste segnate sia fisicamente sia psicologicamente, obbligate a vivere con traumi incancellabili. Le conversazioni che ho avuto con le donne e le conversazioni che dovremmo avere come società su queste pratiche culturali radicate nel patriarcato, hanno fornito la base per il corpo del progetto Conversations.

Àsìkò, Stolen identites, 2018

Àsìkò, Stolen identites, 2018

Gli stati psicologici e le sensazioni fisiche delle donne con le quali ho parlato, hanno alimentato l’ideazione e lo sviluppo concettuale di questo lavoro. L’impostazione delle immagini è stata attentamente studiata per trasmettere le emozioni delle donne che hanno subito il trauma della violenza di genere.

L’opera è stata esposta alla mia prima mostra personale a Londra, alla Gallery of African Art. Una delle mie speranze era favorire una discussione e così, nel corso della mostra, ha avuto luogo anche un dibattito aperto al pubblico per parlare di violenza di genere, di come questo fenomeno affligge le nostre donne e le nostre comunità, e che cosa possiamo fare come individui per rendere la società maggiormente consapevole.

Àsìkò, Eshausting, 2018

Àsìkò, Exhausting, 2018

I concetti di identità, cultura e diversità costituiscono la base per i tuoi poster Black Panther with kids, cioè la ricreazione delle locandine del film Marvel con bambini e bambine al posto degli attori. È palese che ci sia un problema di rappresentazione della diversità nei media mainstream, ma che cosa possono fare gli artisti per promuovere il cambiamento in questo senso?

Come artisti e creativi abbiamo una piattaforma per sviluppare idee e nuovi modi di pensare, quello che facciamo solleva dibattiti e il nostro contributo al cambiamento sociale e globale può avere un impatto. Il mondo dell’arte deve dare forma a paesaggi più diversificati e inclusivi, bisogna mostrare che la rappresentazione conta. Quando lo facciamo, le generazioni più giovani possono cominciare a farsi l’idea di poter diventare artisti, registi, fotografi eccetera, senza essere confinati nelle norme sociali che li vorrebbero dottori o avvocati.

Per quanto mi riguarda, è importante mettere il “tema africano e nero” sul tavolo e illuminare la nostra storia in tutta la sua bellezza e complessità. Quello che faccio non è soltanto per me, ma è anche per i miei figli e per le generazioni future, per lasciare loro un’eredità e un patrimonio della loro origine. È fondamentale che raccontiamo le nostre storie.

Àsìkò, Iro, dalla serie Adorned

Àsìkò, Iro, dalla serie Adorned

Àsìkò, Gbe, dalla serie Adorned

Àsìkò, Gbe, dalla serie Adorned

Àsìkò, Gbe, dalla serie Adorned

Àsìkò, Gbe, dalla serie Adorned

Chi sono i tuoi punti di riferimento nella storia dell’arte? Chi sono i tuoi artisti e intellettuali preferiti, sia nel passato che nel presente?

La mia prima introduzione all’arte avvenne quando vivevo in Nigeria, l’arte era dappertutto, ma io non la riconoscevo come tale. Nella mia cultura, creiamo cose basate sulla nostra cultura e qualunque cosa creiamo, non ha solamente una bellezza esteriore, una cura estetica, ma anche una funzione d’uso. Per esempio, a casa mia abbiamo usato bellissime sculture in legno per contenere ornamenti e candele, oppure ciotole di legno con intricati lavori di design per contenere importanti manufatti culturali. Così, l’opera d’arte è piacevole da un punto di vista funzionale, culturale ed estetico.

Il mio secondo incontro con l’arte avvenne poco più tardi, quando vidi i dipinti del Rinascimento. Ero pieno di stupore per quanto maestosa e grandiosa potesse essere un’opera d’arte. Il contatto e la vista di entrambe queste forme d’arte negli anni della mia infanzia servirono a piantare i semi fondamentali per intraprendere il mio viaggio nella creazione di opere d’arte.

L’insieme dei miei artisti preferiti include artisti africani e occidentali: Peju Alatise, Wangechi Mutu, Mary Sibande, Genesis Tramaine, Tim Walker, Gregory Crewdson, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Gustav Klimt.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? A che cosa stai lavorando?

I miei piani per l’immediato prevedono di affrontare questo 2020 con un buono stato mentale per continuare a creare opere con un valore emotivo.

Attualmente sto completando il mio progetto di un anno e mezzo sulle maschere Egungun, della cultura Yoruba, che culminerà con una mostra fotografica, un cortometraggio e un libro. Si tratta di un lavoro che esplora la memoria e il ricordo, l’identità della diaspora e la cultura non convenzionale.

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Immagine di copertina | Asìkò, Fertile offerings, dalla serie Conversations

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Claudia Galal

Claudia Galal

Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.