Alessia Glaviano | Di Photo Vogue e bellezza, rappresentazione e disabilità, comunità e cittadinanza italiana

Alessia Glaviano | Di Photo Vogue e bellezza, rappresentazione e disabilità, comunità e cittadinanza italiana


Per chi vive di moda e fotografia, il nome Alessia Glaviano è di casa. Palermitana doc, milanese d’adozione, dal 2001 si muove nelle stanze di uno dei castelli editoriali più longevi e autorevoli al mondo: Vogue Italia.

Dal suo ingresso nella testata un percorso in salita, supportata nella sua visione estetica e sociale da Franca Sozzani, iconica direttrice editoriale del magazine fino alla sua scomparsa (2016), e dall’attuale direttore editoriale, Emanuele Farneti, che le ha affidato la totale estetica del brand Vogue.

In vista della quinta edizione del Photo Vogue Festival (30 ottobre-22 novembre/19-22 novembre), di cui è ideatrice e direttrice artistica, ho ripercorso con Alessia Glaviano i suoi esordi nell’universo della moda; il suo amore per la bellezza e il forte interesse per i fenomeni socio-culturali, di cui è attenta osservatrice; le forme di protesta che dovrebbero trovare più spazio su Vogue; la nostalgia per un mondo magico che è quasi scomparso.

GRIOT: Da direttrice artistica a direttrice artistica: come vivi il fatto che quest’anno Photo Vogue Festival sarà soprattutto online?

Alessia Glaviano: Non ti nascondo che mi dispiace, ma in questo momento storico è così e bisogna cercare di fare il meglio con quello che si ha, e concentrarsi sugli aspetti positivi, che sono la democratizzazione totale dell’evento—che arriverà ovunque nel mondo—e le infinite possibilità creative che una piattaforma digitale offre. Naturalmente spero di incontrarci tutti dal vivo al più presto.

Tutti sanno che sei la brand visual director di Vogue Italia. Mi piacerebbe mi raccontassi chi è Alessia Glaviano oltre Vogue.

In realtà non è che abbia molto altro, rispetto al lavoro… non ho un compagno, non ho figli. Ho una madre disabile, di cui mi occupo. Ho tanti amici. Però alla fine la mia passione è anche il mio lavoro. Non capisco molto il concetto di tempo libero, nel senso sì, mi piacerebbe moltissimo vivere in montagna, fare le passeggiate nei boschi, ma comunque lavorerei da lì.

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Ho sempre avuto un grande interesse e una forte sensibilità per il sociale, sin da bambina. Così come per l’arte e la bellezza. E mi sento fortunata, perché sono riuscita a creare una professione che mi assomiglia, a mettere insieme queste passioni, per altro in un campo che non è così scontato che ti permetta di farlo. Credo mi abbia aiutata anche il periodo storico, perché negli ultimi vent’anni la fotografia di moda è diventata più politica; lo è sempre stata, ma oggi di più, grazie alla diffusione che i social media permettono. Basti pensare al discorso della rappresentazione, che ho esplorato anche insieme a te alla scorsa edizione del Photo Vogue.

Il fatto di vedere dei corpi, dei volti che ti rappresentano in tutti gli aspetti della cultura, è politica. E da parte dei magazine e dei brand c’è stata una consapevolezza di questa politicizzazione. Quindi se vuoi, pensando alle tante forme di diversità e rappresentazione, c’è un pubblico che capisce, che recepisce, anzi, che crea l’humus giusto affinché tutto ciò accada.

Sei figlia d’arte, comunque. Tuo padre è Marco Glaviano, rinomato fotografo di moda e architetto. Nel 1995 ha disegnato e co-fondato a New York Pier 59 Studios. Sei anche la pronipote di Gino Severini, importante pittore cubista e futurista, e sei nipote dello scultore Nino Franchina. Quanto ha pesato questo lignaggio nelle scelte che ti hanno portata a essere dove sei oggi?

Sì, ammetto che sono stata fortunata a crescere in una famiglia in cui la cultura era molto importante. Anche se da bambini non ci rendiamo conto, se tutte le settimane ti portano a vedere una mostra, un museo, se a casa tua ci sono i jazzisti che vengono a suonare, è ovvio che tutto questo ti modella.

Alessia Glaviano con il padre, Marco Glaviano

Mi sono laureata in Economia Politica, immaginavo un percorso diverso per me, lavorare in qualche organizzazione internazionale, aiutare i paesi in via di sviluppo. Avevo anche scritto due papers all’università. Dopo la laurea ho avuto un momento personale brutto e mi sono trasferita a New York. E anche qui, non sono partita da zero, era la mia seconda città, ci andavo da quando ero bambina, avevo tanti amici e contatti. Ho avuto la possibilità di accedere ad ambienti cui senza certe connessioni sarebbe stato molto più difficile entrare. Partendo da qui, penso di essere riuscita a strutturare un discorso sulla fotografia e la fotografia di moda con un’attenzione forte per il sociale.

Rispetto a quando hai iniziato, quanto è cambiato in te? Cosa mancava all’Alessia di ieri che oggi invece hai?

Sicuramente l’esperienza. Ho ancora tantissima umiltà, penso sia una cosa fondamentale. C’è ancora molto da fare e da imparare. Sono felice quando scopro una cosa nuova, quando qualcuno mi fa cambiare idea su qualcosa. Ho sempre bisogno di una sfida, tendo ad annoiarmi altrimenti. Quello che mi ha sempre guidata sono la curiosità e l’interesse per la conoscenza e il prossimo. E per la bellezza, l’arte, l’estetica.

Alessia Glaviano su un set a New York

Il Photo Vogue Festival negli anni ha proposto delle occasioni di incontro legate a tematiche estremamente attuali che interessano le nostre società: il potere dello sguardo femminile in campo artistico (2016); la valenza politica delle immagini di moda (2017); la valorizzazione della diversità e dell’inclusione per una comprensione più profonda della nostra contemporaneità (2018); e la decostruzione degli stereotipi (2019) . Quest’anno “All In This Together” è il tema della quinta edizione, con il concetto di comunità al centro. Cosa significa per te comunità?

Penso che alcuni aspetti dell’enorme tragedia che stiamo ancora vivendo siano stati commoventi. Mi riferisco alle varie forme di solidarietà e empatia globale che tutti noi abbiamo testimoniato. Se metti a confronto con quella che è la situazione politica internazionale—l’ascesa e la violenza di personaggi come Trump, o Salvini da noi,—se pensi alla società del 2020, non mi aspettavo di vedere tante iniziative di solidarietà portate avanti anche da cittadini privati.

Credo che dei grandissimi problemi della società occidentale siano l’ego il narcisismo. I social hanno tantissimi lati positivi, ma anche negativi, e l’autorefenzialità la vediamo tutti i giorni. Ognuno è il centro del proprio mondo. Se si riuscisse a staccarsi da se stessi e si provasse a vedere l’altro, penso si starebbe meglio.

Lo slancio di solidarietà, dell’aiutarsi, che ho visto non solo a Milano, ma in tutto il mondo colpito dal Covid, mi ha fatto sperare che un po’ stessimo prendendo le distanze dalla società del narcisismo. È qualcosa che ho accolto con molta gioia e che ho messo al centro del prossimo Photo Vogue.

Francesca Marani (a sinistra), co-curatrice Photo Vogue Festival, Alessia Glaviano (centro), direttrice artistica Photo Vogue Festival, Chiara Bardelli Nonino (destra), co-curatrice Photo Vogue Festival

In un’intervista del 2017 su Artribune, hai affermato: “È vero che Vogue Italia, così come ogni altro giornale, è completamente inserito nel sistema capitalistico, ma al suo interno vi è anche la protesta.” Quali sono secondo te le forme di protesta che ancora devono penetrare bene, che devono trovare più spazio in Vogue Italia?

Qualsiasi forma di protesta nella società contemporanea è inscritta nel sistema capitalistico. A meno che non fai una rivoluzione, vai per strada e rovesci il sistema capitalistico, tutto rientra in questo sistema. C’è chi ci ha proposto delle alternative, ma sembra difficilissimo uscirne.

Penso e credo che tutto quello che possiamo fare per migliorare la vita di qualcuno, nel nostro piccolo vada fatto. Nel mio caso posso farlo attraverso la rappresentazione, perché è lo strumento di cui dispongo, così come aiutare gli artisti a crescere. Con il giornale, con il mondo digital e anche con il mio tempo personale.

Certo, ci sono tante forme di protesta che possono trovare più spazio. Secondo me stiamo andando nella direzione giusta, ma si può fare molto di più, come avere delle voci narranti che siano il più diverse possibile. E non mi riferisco solo ai fotografi, ma a tutte le figure che collaborano con il giornale.

Sì, anche dare più spazio al tema della cittadinanza, che interessa più di 857.729 minori nati (o cresciuti) in Italia da persone straniere che hanno spostato la loro vita qui ma che non vengono riconosciute come italiane/i: italiani senza cittadinanza. Ne abbiamo parlato io e te in una diretta Instagram, poche settimane dopo la morte di George Floyd.

Assolutamente. E ci tengo ad andare avanti con il discorso razzismo in Italia, che è un problema grande; così come è un problema non fare i conti con il nostro passato coloniale. Voglio continuare a mettere a disposizione di persone che ne sanno più di me questi strumenti, questi spazi. Ad esempio, quest’anno al Photo Vogue avremo un talk sul tema razzismo e colonialismo. Sto lavorando a diversi talk che affronteranno temi politici, a breve ne saprete di più.

Alessia Glaviano e Ib Kamara, stylist e senior fashion editor di i-D UK, nel talk “Esplorare e sovvertire gli stereotipi attraverso la moda” (Photo Vogue Festival 2019)

Da esperta e amante della fotografia, ci sono degli scatti che hanno cambiato la tua percezione di vedere le cose, che ti hanno scombussolata?

Sì. Parte della famiglia è ebrea, e quando ero piccola, molto piccola, ricordo questa mostra fotografica che mi portarono a vedere sulla “notte dei cristalli”. Rimasi scioccata da quelle immagini. E il tuo sguardo cambia. Anche le immagini di Abu Ghraib mi sconvolsero. Un’altra immagine che mi ha distrutta è quella del Falling Man [gli attentati dell’11 settembre].

Poi ci sono dei lavori e degli incontri che ti aiutano a cambiare la percezione delle cose. Ricordo quando ho conosciuto la mia amica Patricia Lay-Dorsey. Una donna in gamba, ha la sclerosi multipla. L’avevo conosciuta al New York Times tramite un amico comune, James Estrin. Mi fece vedere questo libro fantastico che si chiama Falling Into Place. È un progetto molto bello, delicato, sulla sua forma di disabilità, sul vivere con la sclerosi multipla. Non è pietistico, né è eroico, che è l’approccio in cui credo anche io. E pensare a lei, a persone che hanno disabilità, come un’altra amica, la parlamentare Lisa Noja, mi ha fatto riflettere molto sul tema, mi ha dato molta forza nel cercare di portare questo discorso all’interno della fotografia di moda. Forse è una delle cose di cui vado più orgogliosa: che qualcosa che ho contribuito a iniziare, oggi ha delle ripercussioni reali sulla vita delle persone. Per esempio hai Aaron Philip che fa la campagna di Moschino, o il progetto che abbiamo fatto con Gucci Beauty, scattato da David PD Hyde, fotografo con disabilità, e la protagonista è Ellie Goldstein, che ha la sindrome di down. Questi sono eventi che potremmo definire life-changer per la rappresentazione delle persone con disabilità.

C’è una grande sovrapproduzione di immagini oggi. Provi lo stesso amore per la fotografia, rispetto a quando hai iniziato, quando i social non esistevano?

Assolutamente sì, e spesso ho discussioni con amici che mi vengono a dire che la fotografia è morta. È una stronzata che non voglio più sentire. Secondo me la fotografia è sempre viva, le immagini lavorano sulle emozioni. Io mi emoziono sempre con le immagini, non penso che ne sarò mai stanca. Ogni volta è una cosa nuova. Certo, mi dispiace che rispetto ad anni fa, in cui c’erano più stili nella fotografia, oggi tende ad essercene uno solo, l’approccio documentaristico. Credo che negli ultimi anni si sia un po’ persa la dimensione del sogno, dell’irrealtà. È bello sognare, è bello uscire dalla realtà. Pensa a Tim Walker, David LaChapelle… Mi manca un po’ questo.

E quanta importanza dai alla tua di immagine?

Se vedi i miei social non sono una che mette foto di se ogni due secondi. Vorrei che fosse il mio lavoro a parlare, più che la mia fisicità. Tengo molto alla mia immagine in senso etico, spero di essere recepita per quello che sono, per quello che realmente mi muove.

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Immagine di copertina – Foto di Alberto Zanetti – Tutte le immagini | Per gentile concessione di Alessia Glaviano

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Arti visive e performative, cultura, musica, viaggi: vivrei solo di questo. Culture curator, la curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto... potrei anche mordere.