L’idea errata che guardare video di neri uccisi porterà giustizia

L’idea errata che guardare video di neri uccisi porterà giustizia


Attualmente siamo coinvolti in un ridondante dibattito pubblico centrato sull’appropriatezza di guardare e/o far circolare o meno immagini di neri assassinati dalla polizia e da altri civili. Ma i video come l’omicidio di Ahmaud Arbery vengono guardati e diffusi indipendentemente da argomentazioni persuasive. La domanda  “Dovremmo guardarli?” non centra il punto. Piuttosto dovremmo chiederci: perché questi video vengono guardati? In particolare, perché i bianchi continuano a creare casi per guardarli? Dietro l’argomentazione principale a sostegno dell’utilità di vedere questi video vi è l’idea che guardarli porterà giustizia. Questo ragionamento enfatizza l’idea che la vita dei neri sia importante e che la vita nera sia meritevole di lutto (poco importa che i neri vivano in uno stato di lutto quasi costante per le morti dei nostri famigliari).

Di recente, questa discussione è stata analizzata in un articolo pubblicato su The Intercept, in cui si sostiene che senza questi video “raramente ci sarebbe un riconoscimento pubblico e ufficiale che l’uccisione di una vita nera, solo a causa della sua nerezza, rappresenti un’ingiustizia.”

Un’altra versione di questa logica, espressa in un linguaggio più neutrale di “responsabilità” o reportage, ne giustifica l’ampia circolazione e reiterazione attraverso i media tradizionali. Ma il passaggio da testimonianza passiva a giustizia strutturale (vale a dire punitiva) è un’idea vecchia e fuorviante. Fu la logica dispiegata nelle campagne contro le atrocità coloniali compiute nello Stato libero del Congo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, per fare un esempio.

Le fotografie scattate dalla missionaria britannica Alice Seeley Harris ritraevano nativi congolesi incatenati, o con mani o piedi amputati. Quest’ultima era una punizione inflitta a quei lavoratori schiavizzati che non riuscivano a rispettare le quote di raccolta di gomma, avorio o olio di palma. Le immagini furono pubblicate dalla Congo Reform Association (nella cui filiale americana c’erano W.E.B. du Bois e Mark Twain), portate come esempio di testimonianza abolizionista  in un caso contro la cattiva gestione della colonia da parte di re Leopoldo II, che la trattava come sua piantagione personale. Grazie a questo sforzo internazionale, nel 1908 Leopoldo perse la sua colonia. Ma fare un focus sulle logiche che hanno facilitato il successo della campagna visiva del missionaria non racconta l’intera storia della fotografia umanitaria nell’immaginario bianco.

Oltre all’idea di “sensibilizzare”, l’immagine umanitaria fa due cose importanti. Innanzitutto facilita una distanza emotiva attraverso la produzione di un altro lontano. In questo processo di far conoscere la sofferenza dell’altro, e assorbendola come propria (altruismo o empatia), “questa sofferenza è occlusa dall’annullamento dell’altro“, scrive Saidiya Hartman in Scenes of Subjection: Terror, Slavery, and Self-Making in Nineteenth-Century America (Scene di soggezione: terrore, schiavitù e autocostruzione nell’America del diciannovesimo secolo). Laddove esiste empatia, non è sufficiente indurre i bianchi a cercare di alleviare realmente la sofferenza a cui hanno assistito. Al contrario, ristabilisce la supremazia bianca: un’espressione del confine tra il sé e l’altro, attraverso il ruolo di osservazione passiva di un evento violento rafforzata dalla violenza pubblica.

Da lontano, sembra che sopportare la brutalità di questi video sia una medaglia al valore, un presupposto di responsabilità politica antirazzista. Rifiutandosi di non guardaresebbene si possa sussultareè come se costituisse una dimostrazione di forza morale, e così rifiutandosi di ignorare la violenza contro i neri nel cuore della vita americana e diffondendo ad altri il messaggio di quella crudeltà. Ma, sfortunatamente, non c’è da fare alcuna sensibilizzazione. E pensare che ci sia, nella migliore delle ipotesi è un’ingenua proiezione liberale e, nella peggiore, completa mitologia.

Abbiamo visto immagini anteguerra di persone nere schiavizzate le cui spalle erano segnate dai colpi della frusta. Abbiamo visto le fotografie di Bill Hudson di manifestanti neri attaccati con gli idranti e da cani poliziotti al comando di Bull Connor. Abbiamo visto le foto dei resti della di Baptist Church, nella 16a strada, dopo che fu bombardata dal Ku Klux Klan, nel 1963; e abbiamo visto i resti fumanti della comune dell’organizzazione politica MOVE, dopo che fu bombardata da un elicottero della polizia di Filadelfia, nel 1985. Abbiamo visto le registrazioni video di Rodney King colpito con il taser e aggredito da quattro poliziotti di Los Angeles, nel 1991 (e abbiamo visto i disordini che seguirono dopo le assoluzioni dei poliziotti). Abbiamo visto Oscar Grant essere immobilizzato sui binari e colpito alle spalle con colpi di pistola, nel 2009; ed Eric Garner soffocato a morte su un marciapiede di Staten Island, New York, nel 2014. Se il dibattito ruota attorno alla questione che assistere a questa violenza è sufficiente o necessario per galvanizzare l’azione, la mia unica domanda è: quando? Quand’è che questi atti diventeranno troppo inaccettabili per essere osservati? In quanti altri decenni? E dopo quanti altri morti?

La violenza contro i neri è un’importante fonte di piacere nell’immaginario razziale bianco. Ce lo dimostrano le innumerevoli foto raffiguranti bianchi ghignanti durante i linciaggi pomeridiani del XX secolo. Alcuni partecipanti si affrettavano a raccogliere indumenti bruciati, pezzi di ossa o ciuffi di capelli dal corpo; Leigh Raiford ha scritto che “i linciaggi incorporavano elementi di antiche tradizioni e nostalgia antebellica.” Allo stesso modo fanno i loro successori, i video, che sui nostri telefoni e computer diventano dei segnalibri. La bianchezza converte le immagini d’atrocità in elementi effimeri, in qualcosa da raccogliere, molto più velocemente di quanto vorremmo immaginare. Probabilmente, la produzione quasi industriale di questi video di linciaggidiffusi in loop nei notiziari in televisione, ampiamente condivisi sui social media toglie eccezionalità all’evento. Lo schema di apprendimento di un nuovo nome e volto accompagnato da un hashtag, e la richiesta collettiva di una parvenza di giustizia punitiva, è straziantemente banale e psicologicamente svuotante (e che dire dei tanti video di cui non verremo mai a conoscenza?). Non è uno schema che spinge una massa critica di persone verso una crisi di coscienza razziale. Al contrario, si nutre di echi noiosi che confluiscono nell’arazzo della disuguaglianza americana.

Le uccisioni diventano un modo macabro per segnare il tempo sociale e politico. L’omicidio di Trayvon Martin del 2012 ha radicalizzato molti di noi, e Renisha McBride è stata uccisa nel novembre 2013, pochi mesi dopo la creazione del movimento #BlackLivesMatter. Le sparatorie mortali di Michael Brown hanno scatenato le rivolte di Ferguson del 2014, e l’omicidio di Freddie Grey, mentre si trovava in custodia, l’anno successivo accese delle proteste animate. Nel 2016, Eric Reid e Colin Kaepernick hanno iniziato a inginocchiarsi durante l’inno nazionale, come segno di protesta contro queste morti razziste, e Colin Kaepernick è stato espulso dalla National Football League. Le uccisioni durante la quarantena di Amhaud Arbery e Breonna Taylor, quest’ultima a marzo, quando la polizia è entrata nel suo appartamento con un mandato diretto, ricordano ai neri che nemmeno una pandemia ridurrà gli omicidi contro i neri e che, di fatto, il razzismo violento rende molti diffidenti i neri dall’indossare mascherine in pubblico.

Nel video dell’artista Arthur Jafa, Dreams Are Colder Than Death (I sogni sono più freddi della morte), Rich Blint descrive la fine della supremazia bianca come “la fine della sicurezza”. Ci sono ragioni valide per cui i progressisti bianchi o quelli di sinistra (ignoro la posizione politica di quelli che esonererebbero questi assassini con o senza prove video) guardano questi video, e una di queste è sentirsi rassicurati. Naturalmente la persona bianca presumibilmente non razzista comprende e ricorda a se stesso, e agli altri, che il razzismo è cattivo, persino che è il male. Ma la destabilizzazione della supremazia bianca sembra peggiorare. Investono il tempo a schierarsi a favore di una “giustizia” punitiva—quel processo elusivo di arresto, accusa, azione penale e condanna—che è un’improbabilità statistica. Ma i video rassicurano lo status della loro posizione, mentre il loro sdegno e la loro condanna di questi film horror gli permette di rivendicare una superiorità morale sugli altri bianchi. Permette un’azione senza interruzioni. Una rassicurante ripetizione degli eventi.

Le gerarchie razziali vengono mantenute e mediate attraverso un teatro della violenza che cerca di proteggere il pubblico tramite la neutralizzazione e l’eliminazione della minaccia della sicurezza nera, scrive Samuel Weber. La colpa aprioristica dei neri, e il meritato omicidio stragiudiziale da parte della polizia, fanno parte di questo teatro; mentre uno stato è definito dal monopolio che ha sulla violenza, e l’auto investimento di comuni cittadini bianchi che prendono in mano questa legge fatale.

È dire che l’urgenza di guardare questi video metta in campo un “Noi” collettivoun trofeo familiare nella risposta dei media e della società, e nell’indicare i confini di ciò che è persino rilevabile in questi casipiuttosto che un “Io” identificato, molto più onesto, perché tutti già ci rendiamo conto che ogni gesto fatto al multiplo bianco è sempre uno stato confessionale individuale.

Continueranno a comportarsi come portavoce di Mamie Till (come fece Dana Schutz nel suo dipinto del 2017 alla Whitney Biennial, dal titolo Open Casket) e di altre madri nere che chiedono di non distogliere lo sguardo dagli omicidi dei loro figli e di altri famigliari, perché altrimenti non avrebbero nessuno caso legittimo, o addirittura uno nuovo. Sanno che all’interno dei confini di questo mondo materiale non esiste vita bianca senza morte nera. E così, mentre noi moriamo ancora e ancora, loro continueranno a guardare. Devono guardare, ancora e ancora.

Testo di By Zoé Samudzi

Zoé Samudzi è una scrittrice, candidata PhD in Sociologia Medica all’Università di San Francisco, California, e ricercatrice alla Political Research Associates (PRAEyesRight).

Il presente saggio, pubblicato in esclusiva italiana su GRIOT, è apparso originariamente online il 16.05.2020 su The New Republic, con il titolo “White Witness, Contemporary Lyncing.

Segui Zoé su Twitter e Instagram

Segui GRIOT Italia su Facebook e @griotmag su Instagram e Twitter | Iscriviti alla nostra newsletter

Immagine di copertina | Frank Rockstroh/Michael Ochs Archives/Getty Images, via The New Republic

Vuoi segnalare un tuo progetto o news che vorresti leggere su GRIOT? Scrivi a info@griotmag.com

The following two tabs change content below.

GRIOT

Condividere. Ispirare. Diffondere cultura. GRIOT è una piattaforma, un collettivo di artisti, creativi e produttori culturali che celebrano e producono Arti, Cultura, Musica, Stile, legati all'Africa e alla sua diaspora, agli Italiani Africani, ad altre culture e contaminazioni, in Italia e nel mondo.