‘MAMA’ EP | Muzi parla di fasi di lutto e del fare elettronica Panafricana

‘MAMA’ EP | Muzi parla di fasi di lutto e del fare elettronica Panafricana


Il 29enne musicista-produttore sud africano Muzi sta facendo clamore tra i continenti, tanto da essere stato soprannominato “golden boy” quando è entrato in scena con la sua musica. Tuttavia, il viaggio di Muzi è iniziato molto prima delle sue apparizioni sul palcoscenico internazionale, nella cittadina di Empangeni, circa 140 km a nord di Durban, dove ha iniziato a modellare il suo posto nella musica. Supportato da sua madre, e assorbendo i suoni dell’epoca, le radici hanno sempre giocato un ruolo importante nella sua musica. Ciò è evidente soprattutto nella sua ampia fusione di musica urban e elettronica, con una miriade di generi sud africani come il Maskandi, Kwaito, l’Iscathamiya e il Bubblegum Pop degli anni Ottanta e Novanta.

Il suo EP di 6 tracce intitolato MAMA, che esce il 2 ottobre, è una solenne dedica alla sua defunta madre, MaKhoza: un’esplorazione delle fasi del lutto, e dell’intenso conflitto di emozioni che segue la perdita di una persona cara. Ma in MAMA Muzi emerge ancora più forte, e più leggero, caricato dalla memoria di sua madre, e ci invita a scoprire il suo processo creativo più difficile . GRIOT ha parlato con Muzi di come è nato il suo ultimo EP.

GRIOT: Quanto tempo hai lavorato a MAMA?

Muzi: Mia madre è morta la seconda settimana di gennaio. Per un po’ non sono riuscito a creare, ma intorno a marzo tutto ha cominciato a prendere forma, e l’ho finito ad agosto.

Come è stato dare vita a MAMA?

È stato un processo organico, perché non pensavo che sarei stato in grado di fare di nuovo musica in quel modo. Sapevo di volere che la prima musica che uscisse parlasse di lei, ma anche se questo EP è uscito in maniera naturale, è stato molto difficile da realizzare. Sto ancora cercando di dare un senso a tutto. A volte, mentre scrivevo il testo, mi dava sollievo, ma altre dolore, perché si  scava più a fondo in se stessi. È stato molto difficile, non posso negarlo.

MAMA è un progetto bellissimo. Si vedono i riferimenti, soprattutto nel titolo, ma non è musica triste. Il progetto evoca sentimenti molto intensi senza prescrivere come l’ascoltatore dovrebbe reagire.

Grazie. Mi piace fare musica che sembri positiva, anche se in realtà è piuttosto inquieta. Non voglio fare qualcosa che faccia sprofondare più a fondo chi ha vissuto un’esperienza simile. Volevo qualcosa che potesse aiutare me e anche gli altri. Per quanto MAMA sia intenso, resta molto aperto e leggero.

La sensazione che ho è che tu faccia molta ricerca su suoni, generi, beat, e così via. Nel tuo lavoro si sentono molti generi musicali familiari, ma si fondono bene. Sono cresciuto in Kenya con molti dei suoni a cui fai riferimento, la musica degli anni ’80 e ’90. Ci racconti alcune delle cose a cui fa riferimento in MAMA? E come sono nate?

Quando sono andato in Kenya, mi è venuto in mente che dovevo mescolare tutte queste cose. I confini del nostro continente fanno sembrare che siamo così diversi. Abbiamo delle differenze, ma c’è un filo comune, e sentivo che potevo unirmi a quel filo attraverso la mia musica. In Kenya andavo a vedere le percussioni tradizionali e altre cose del genere, cercando di pensare a come avrei potuto assorbirle digitalmente nella mia musica. Se devo essere sincero, il Kenya probabilmente mi ha salvato la vita, musicalmente parlando.

Ci sono altri generi che mi intrigano, come la scena dance degli anni ’80 in Sud Africa, Ghana… La gente si stava riprendendo la propria libertà e produceva musica che rifletteva questo: musica che era felice. Erano tutti giovani, stavano diventando maggiorenni, trovando il loro posto, e questa sensazione la trovi molto nell’EP. Cerco anche sempre di trovare tribù e di fondere quelle influenze nella mia musica, e poi sono anche ispirato dalla musica elettronica, come l’house, quindi aggiungo anche questo genere, ma amo anche l’hip hop, quindi aggiungo anche un po’ di hip hop. È solo un riflesso sincero di ciò che siamo come ragazzi africani moderni. Alcuni di noi crescono in Europa, alcuni di noi vivono in Europa o negli Stati Uniti, si arriva ad assorbire tutte queste cose. La mia tazza è sempre mezza piena di tradizione africana. E sopra ci aggiungo tutte le altre cose.

Per chi non parla Zulu, che temi esplori nei testi di questo progetto?

Tutte le canzoni in un certo senso parlano delle diverse fasi del lutto. Don’t Let Me Go è come se non accettassi che lei se ne sia andata. In I Miss You, sto cominciando ad affondare perché lei non chiama più. Poi si entra in Believe, che è come se: ora sto giù perché non credo in me stesso, lei non è qui a sostenermi. In Beleive c’è una parte che fa “sperando che i bei momenti passino a trovarmi di nuovo”. Mama Dance è come quel bel momento, dove ricordo di lei che ballava, che si divertiva e metteva tutta questa musica per me. In The Calling parlo di antenati, quindi quando i miei antenati l’hanno chiamata, dico ‘Ti stanno chiamando, devi andare’. L’ultima canzone, Makhoza, è più io che accetto, e poi si muove in quella direzione epica alla fine, che è orchestrale e grande. Allo stesso tempo, mi sento ancora come se il mondo fosse in movimento e io fossi bloccato, la gente va avanti con la propria vita, ma io sono ancora qui.

In questo progetto c’è qualcosa che hai provato a fare per la prima volta e che non avevi mai provato prima?

Sì, ho provato a usare un vocoder su Mama Dance. Ci avevo sempre provato, ma credo di averlo fatto bene questa volta. Anche il modo in cui ho cantato su The Calling è stata un’esperienza nuova per me. Mentre la cantavo piangevo, così sono andato al microfono e mi sono liberato delle parole che mi erano venute in mente. Quando ho finito, i beat che erano usciti mi piacevano, quindi se sentite la mia voce rotta, sappiate che stavo registrando mentre ero in lacrime. Non stavo pensando di provare cose nuove, mi è venuto fuori tutto in modo naturale.

Non faccio progetti che suonano alla stessa maniera, cerco sempre di andare avanti in questo. Don’t Let Me Go è il mio miglior tentativo di pezzo disco anni ’80 [mi canticchia la melodia]. A livello creativo mi stavo dando da fare perché trattavo il progetto come se fosse qualcosa che mia madre avrebbe ascoltato, perché diceva sempre ‘Lo sento da dove viene questo, ricordo di aver suonato questo e quello.’ Avevo bisogno di farlo di alta qualità, di spingermi oltre i miei limiti.

Quando hai usato questi generi e suoni classici, come hanno reagito la tua famiglia, i tuoi fan e i musicisti che in quel periodo erano attivi?

Sai come sono le famiglie. Le famiglie sono tipo: “Fai le tue cose, sappiamo che sei pazzo.” Capisci cosa intendo? Non capiscono veramente quello che fai, ma ti sostengono. Altri musicisti sono stati di supporto, e credo che le mie scelte sonore gli abbiano fatto capire che stavano facendo qualcosa di reale. L’industria musicale ha questa cosa di dire che il tuo tempo è scaduto. Ma cosa acccadrebbe se facessi musica senza tempo?

La mia missione è di aiutarci a non dimenticare da dove veniamo, in modo da poterla utilizzare per continuare a vivere in questo mondo, e non dover sempre stare a pensare all’Afrofuturismo e al futuro. Forse dobbiamo prendere tutte le cose buone del passato e usarle per migliorarci in questo momento, ora. In generale, l’accoglienza è stata ottima, è stata davvero fantastica.

È questo quello che voglio fare, collegare i punti tra gli Zulu e i Maasai e vedere cosa ne viene fuori musicalmente, perché in sostanza siamo una cosa sola.

Ascolta MAMA qui.

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Eric Otieno

Eric Otieno

Sono uno studioso decoloniale e lavoro all’interno dell’intersezione tra i diritti civili, la giustizia sociale, la politica, l'economia e l'arte. Scrivo recensioni di arte politica perché l'arte è politica (il contrario non è ovviamente vero). Quando mi sento, scrivo articoli. Mi piace leggere, ballare, andare in bicicletta e adoro cappuccino senza zucchero.