Moda e tessuti | Judith Ambusu Akuma ci apre le porte al Rinascimento Africano

Moda e tessuti | Judith Ambusu Akuma ci apre le porte al Rinascimento Africano


Se c’è una persona che sa parlare di tessuti e moda africani con cognizione di causa – non la moda africana che avete in mente voi – e anche di gestione e cura di capelli afro naturali 4C, ma in maniera seria, con risultati concreti, questa persona si chiama Judith.

Donna di classe, portamento regale che ricorda le modelle degli anni ’90, Judith è una romana-congolese che, dopo aver trascorso gli anni del liceo all’isituto francese Saint-Dominique di Roma e frequentato la facoltà di Scienze Politiche, ha deciso di abbandonare la città più bella del mondo per trasferirsi a Milano. Qui ovviamente ha preso tutta un’altra strada e si è focalizzata su Fashion Merchandising e ora si sta specializzando in Coordinamento Moda Tessile.
griot-mag_-afrosalt_-boho_-Moda e tessuti | Judith Ambusu Akuma ci apre le porte al Rinascimento AfricanoOggi tiene seminari sull’estetica africana e i tessuti, e offre anche un’assistenza alla vendita, visto che è specializzata in prodotti made in Africa fatti a mano da artigiani africani e/o della diaspora africana. In breve, condivide con molta cura un po’ della sua Africa.

GRIOT: Perchè hai lasciato Roma per Milano?

Judith: Ho lasciato Roma perché soffocavo, non vedevo prospettive, facevo più lavori contemporaneamente e non riuscivo ad arrivare a fine mese. Facevo veramente fatica a tirare avanti dovendo anche andare all’università. Ti dico solo che avevo 20 anni ma mi sembrava di averne il triplo.

Inizialmente pensavo di trasferirmi a Como, ma lì non trovavo lavoro. E poi era più morta di Roma all’epoca. Milano l’ho scelta per una questione di vicinanza.

Mi hai raccontato che facevi la modella per mantenerti. Com’era come lavoro?

All’inizio facevo più lavori di immagine, sì, poi ho iniziato a fare l’indossatrice. Ero una modella da showroom, ma ho anche fatto la modella per capelli.

È un lavoro come un altro, bisogna conoscerlo ed essere osservatrici. Sei tu che insieme al venditore “vendi” il prodotto, permettendo così che gran parte delle collezioni arrivino nei negozi.

La cosa stressante era quando cominciavo i casting, ma dopo un po’ diventavano normale amministrazione.

Immagina per un’adolescente o una giovane donna farsi giudicare o rifiutare per il suo aspetto. Può essere devastante. Col tempo pensi solo, “OK non andavo bene per il suo progetto,” oppure “Bah! Non ci capiscono niente, non vedono la mia particolarità, peggio per loro. Next!”
griot-mag_-afrosalt-boho-modella-Moda e tessuti | Judith Ambusu Akuma ci apre le porte al Rinascimento AfricanoTutto sta nel tuo atteggiamento o nel come ti poni. E questo vale anche per la vita. Ho alcune mie ex colleghe, coetanee, che ancora lavorano in questo campo. È tutta una questione di attitudine.

Successivamente sono passata a lavorare al front desk e poi come assistente alle vendite.

Com’è stata la tua esperienza negli showroom di moda di lusso? Cosa hai imparato e perché hai abbandonato?

La mia esperienza negli showroom come ti dicevo è iniziata come indossatrice. Quando sono approdata in quel mondo non masticavo molto di moda. E infatti mi si è aperto un mondo! Poi ho messo la parola fine a quel lavoro e mi sono concentrata più sull’assistenza alla vendita e vendita.

Ho abbandonato per diversi motivi, tra cui problemi di salute, per cui ho deciso di non sacrificare il mio corpo. Questa scelta mi ha obbligata a rivedere il mio iter curriculare. Non è detto però che non ci ritorni.

Cosa ho imparato? Ho imparato che non ci si improvvisa, che devi conoscere bene il prodotto, saperti relazionare con i clienti, – “L’immagine è tutto”, – avere una strategia di vendita, conoscere la tua zona, ecc.

Tutto questo mi ha permesso di approfondire quello che faccio oggi, acquisire quelle capacità che mi aiutano ad avere una visione più a 360 gradi e applicare quello che ho imparato nelle mie attività. Quando mi guardo indietro valuto cos’è andato e cosa non, cerco di essere ottimista e avere cura nei dettagli.

Il tuo blog, Afrosalt Boho è un’interessante finestra sulla cultura e moda africana boho-chic e gli eventi afro su Milano. Quando e perché è nata l’esigenza di creare questo spazio? Su cosa ti piace mettere luce quando si parla di moda africana?

Mi piace parlare della storia cronologica dei tessuti, anche se penso che le fibre e le strutture dei tessuti siano molto importanti. Molte persone, africani compresi, non sono infatti a conoscenza di questo patrimonio. E difficilmente lo sono i disegnatori tessili.

Quando all’inzio ho pensato di mettere su Afrosalt[Boho] era perché avevo bisogno di trovare me stessa e di conseguenza ho scelto le mie radici. Ho iniziato la ricerca di me stessa prima attraverso i capelli, poi attraverso la mia storia e infine attraverso la mia cultura. Non quella insegnata a scuola o all’università perchè mi sono resa conto che molti fatti della storia dell’Africa sono stati occultati. E io non avevo più voglia di essere nella posizione di subire, quasi fossi una vittima che doveva accettarsi per quello che era, ma volevo rivendicare la  mia cultura. Volevo “essere”. Cercare, trovare e prendermi il mio spazio, non aspettare che me lo dessero.
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È stata una ricerca in crescendo che si è sviluppata partendo da altre considerazioni. Quando è nata, cioè quando sono rinata? Penso quattro anni fa, anche se il blog materialmente esiste solo da un anno.

Attraverso il tuo blog ho scoperto la tua prima capsule collection e adesso stai lavorando alla realizzazione di altri pezzi in serie limitata. Mi è piaciuto molto il tema raffigurato sulla felpa nera. Cosa sono?

Sì, la prima capsule l’avevo creata con tessuti di corteccia, patrimonio materiale e immateriale che purtroppo si sta perdendo.
griot-mag_-afrosalt_-boho-Moda e tessuti | Judith Ambusu Akuma ci apre le porte al Rinascimento AfricanoSi trovano in Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo – RDC. L’ho chiamata “Mbuti“, come il popolo che abita la parte est della RDC che lo produce. L’ho chiamata così per ricordare la loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Purtroppo stanno perdendo il loro mezzo di sostentamento, la terra, per via del degrado dei parchi, delle riserve naturali e delle zone di colture. E anche a causa della deforestazione e dello sfruttamento delle miniere d’oro locali.

Ora sto lavorando alla produzione di nuovi pezzi che ruotano sempre intorno al popolo Mbuti. Il porta tablet di due dimensioni in tessuto di corteccia e la felpa con i disegni ispirati ai loro dipinti.
griot-mag_-afrosalt-boho-Moda e tessuti | Judith Ambusu Akuma ci apre le porte al Rinascimento AfricanoParlami di come nasce la creazione di una linea e come trovi i mercati per vendere le tue creazioni.

In primo luogo mi faccio ispirare dall’arte africana. Specialmente dell’Africa subsahariana. Giro le fiere di settore per avere alcuni input, ma osservo anche tutto quello che mi circonda.

È successo anche che qualche membro di Afrosalt facesse delle richieste specifiche. Una volta raccolte le idee passo all’analisi dei costi e successivamente alla produzione del prototipo. Il mio mercato è un po’ itinerante, spesso scelgo eventi ad hoc dentro e fuori l’Italia, o i nuovi tipi di “market” che sono esplosi qua in tutta Milano. I miei clienti sono per la maggior parte online e molti di loro sono anche i miei lettori-membri del blog.
griot-mag-afrosalt-boho-Moda_ e tessuti | Judith Ambusu Akuma ci apre le porte al Rinascimento AfricanoTi stai specializzando in tessuti africani e forse sei tra le poche in Italia che fa moltissima ricerca. Come hai iniziato questo percorso e cosa ti ha spinto a voler approfondire?

Penso che sia stata la parola “Wax”. Vedevo dappertutto l’accoppiata Africa = Wax. Il Wax stava oscurando tutti gli altri tessuti. Poi avevo l’esigenza di dare una lettura più tecnica di questi altri tessuti non conosciuti. Mi sono fatta affascinare prima dalla storia e poi ho voluto approfondire.

In questo momento lavoro con tessuti africani sia artigianali che non. Non mi è ancora capitato di collaborare con delle aziende tessili, ma ci sono buone prospettive per il futuro prossimo.

Negli ultimi anni sono esplosi molti marchi di abbigliamento che si ispirano all’Africa tradizionale. Marchi creati sia da africani che da italiani. Secondo te quali sono i limiti e i punti di forza di queste nuove realtà?

Puoi dirlo forte. Sicuramente è stata una ventata nuova. Prima come trend, poi installanodsi come nicchia. Il bello è che l’Africa è una vera fonte d’ispirazione, da percorrere in salita. È molto più variegata di quello che si pensa.

Il problema sta nei costi di produzione e logistica. Penso che sia per questi motivi che molti scelgono il Wax, per esempio. È un tessuto reperibile facilmente e con costi abbordabili. Due designers possono avere la stessa stampa e fare, per esempio, una giacca quasi uguale. Anche se la mano, il taglio sartoriale non è lo stesso, fare capire il messaggio al cliente non è semplice.
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L’utilizzo frequente di un determinato tessuto o la mancanza d’innovazione possono anche essere giustificati da una scarsa conoscenza della storia della moda africana o per via della facile gestione.

Un’altra cosa è fissarsi troppo sul prodotto, applicando prezzi fuori mercato. Dicono che la qualità e il know-how italiani costino, ma se la clientela non conosce un prodotto, applicare dei prezzi troppo alti può rivelarsi controproducente.

Sicuramente vanno fatti molti sforzi di marketing perché prima le realtà che proponevano abbigliamento con tessuti africani e a buon mercato erano le ONG, le associazioni, ecc. Ma qui non si tratta di fare raccolta fondi. Bisogna comunicare, comunicarlo.

Ho sempre trovato che nel mondo della moda la rappresentazione dell’Africa avesse una visione molto “nostalgica”, con interpretazioni e paragoni che trovavo discutibili. Spesso da persone che non ci hanno mai messo piede o che ci sono state poco, ed essendo cresciuta in parte in Italia, non ho mai avuto modo di reperire facilmente informazioni sul mio contiente. Quando ci riuscivo trovavo solo notizie su guerre, fame, campagne per le adozioni a distanza, campagne di raccolta fondi, danza africana.

Il prossimo 24 febbraio terrai un workshop dal titolo “L’identità culturale a sostegno delle start-up: Il caso del Rinascimento Africano” Parlami di questo evento, cosa succederà e cosa si porterà a casa la gente che parteciperà.

Prima ho parlato della mia ricerca personale che poi è si è trasformata nel mio lavoro. Darò qualche chiave di lettura e approfondimento su “seconde generazioni” – termine che di solito cerco di evitare, – diaspora africana e africani, neo e futuri imprenditori, amanti dell’Africa, genitori e coppie miste che vogliono farsi ispirare e prendere spunto dalla cultura africana per iniziare un progetto, migliorarlo o svilupparlo.

Essere imprenditori non si limita solo ad avere un’impresa “economica”. Siamo tutti imprenditori di vita e parlando di Rinascimento Africano illustrerò i punti che ci portano in questa direzione.

Il workshop “L’identità culturale a sostegno delle start-up: Il caso del Rinascimento Africano” è organizzato da Sietar Italia – Society for Intercultural Education Training and Research – e si terrà a Milano venerdì 24 febbraio, in via del Laghetto 9. Qui trovate altre info per partecipare. CONDIVIDETE e portate con voi amici e amanti della conoscenza.

Immagine in evidenza | Judith Ambusu Akuma (c) Janine Gaëlle Dieudji

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Arti visive e performative, cultura, musica, viaggi: vivrei solo di questo. Culture curator, la curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto... potrei anche mordere.

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