Mobility of Things | La mobilità dell’immagine | Intervista a Délio Jasse

Mobility of Things | La mobilità dell’immagine | Intervista a Délio Jasse


In mostra con Mobility of Things allo Spazio 1929 di Lugano, ci siamo incontrati con Délio Jasse, artista visuale angolano che espone fino all’8 Dicembre 2017 alla 10ª edizione della Biennale dell’Immagine dal titolo Borderlines. Città divise/Città plurali (dal 7 ottobre al 10 dicembre.)

Délio è travolgente ed è piacevole parlare con lui che con pazienza e passione ci presenta il suo lavoro, un racconto visuale in cui memoria, fotografia e archivio diventano arte.
Vive e lavora a Milano dove porta avanti il suo progetto di sperimentazione fotografica. Attraverso un archivio personale, reinventa artisticamente storie intrecciando passato e presente, fotografia e memoria. Vincitore nel 2015 dell’Iwalewa Art Award, vanta esposizioni tra Parigi, New York, Dakar, Venezia, Milano, Lisbona, Bamako.

Délio ci immerge principalmente nella storia del suo paese, l’Angola, non limitandosi però a raccontarci storie con identità ibride e complesse che emergono dal passato coloniale.

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Délio Jasse firma il suo libro a Palazzo della Cisterna, Torino

GRIOT: Come sei arrivato a collaborare con lo Spazio 1929 e a partecipare alla Biennale dell’Immagine?

Délio Jasse: Inizia tutto con Diego. Diego Stephani, il curatore della mia esposizione. Incuriosito dal mio lavoro visto su British Journal of Photography, e colpito principalmente dal modo in cui smonto la fotografia, creo nuovi supporti e nuovi montaggi, si mette in contatto con me. C’è subito empatia. Decidiamo così di metterci al lavoro per la Biennale, il cui tema ha molto a che vedere con il mio lavoro: La città e lo spazio urbano. Ma non solo, mi mette in contatto con la Artphilein Foundation dandomi la possibilità di fare il mio primo libro, Cidade em Movimento (2017), sempre a Lugano.

Come hai concepito Mobility of Things? Cosa dobbiamo aspettarci in quanto spettatori?

È un lavoro inedito, di cui sono molto contento, che stupisce anche me per la strana sperimentazione che realizzo. È un formato completamente diverso, uno storyboard: grandi fogli che vedono la rappresentazione di una memoria in piccoli frammenti, piccole storie raccontate attraverso dettagli, un insieme di immagini, documenti, appunti che per me rappresentano quasi un sogno. Un esercizio artistico molto diverso da quello che finora ho creato.

Mi piacerebbe sapere qualcosa in più sul tuo tema,  che cosa intendi per mobilità?

Mobilità tra le cose, mobilità dei miei archivi, mobilità dei luoghi. Lavoro con degli archivi che escono dall’Angola che si sono fermati a Lisbona, e viaggiano. Sono arrivati a Milano, da Milano li ho portati a Cape Town e da Cape Town sono arrivati a Seattle. Si tratta di immagini, di prove, di fatti successi che si muovono in questa mobilità di carte, di documenti, di cose. Non solo in formato fisico, ma anche digitale, penso all’immediatezza dell’accessibilità che abbiamo oggigiorno attraverso internet. Un modo che definirei anche insipido e strano. Mobilità, inoltre, nel nostro poter essere in molti posti e in pochi allo stesso tempo.

Mobility of Things produce un approccio inedito al lavoro artistico di Délio o meglio, è lui a cercarlo. Per essere più chiaro ci racconta una sua immagine.

Un’immagine pulita su un foglio grande in un unica figura con tre appunti. È un approccio fotografico molto nuovo in cui provo a narrare una storia, mischiando le carte in tavole e ad inventare qualcosa che è successo. Qui mi sono appropriato di vari luoghi, da un lato queste persone sono state prese da articoli di giornali, da un giornale portoghese del 1960 che parla delle colonie e della guerra d’oltremare. Quello che faccio è tagliare. Io estrapolo l’informazione e creo la mia composizione.

 

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Untitled#1 (2017), di Délio Jasse, Cyanotype on fabriano paper I triptico 84x 118

Come avviene questa creazione?

Ho cercato un fiore da un luogo qualsiasi. Non è un garofano, il simbolo della Rivoluzione portoghese del 1974.  L’immagine al centro vede una signora e sopra ci sono delle bare, sono le bare dei  corpi  dei soldati morti in Angola arrivati in Portogallo. L’informazione che mi dava il giornale era “i primi soldati che vanno in Angola a cominciare la guerra”  e nel frattempo questi stessi soldati ritornavano al loro paese nelle bare.C’è un soldato a terra armato, un uomo nero e un documento. Con il leone incrocio i miei archivi e le mie idee.

Ovvero?

Ho un archivio del Sudafrica che non ho ancora mostrato e che mi è venuto in mente. Pensavo alla storia dei sudafricani che non avevano e non volevano contatto con i neri a cui preferivano quello con le indomite fiere (leoni, iene, tigri.) Mi sono divertito a riportare, in chiave ironica, il contatto che loro avevano con le popolazioni nere locali. Lo faccio in un modo quasi decorativo, ma per me è politico.

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Untitled #2 (2017) di Délio Jasse | Cyanotype on fabriano paper I 2x52x150 

Cidade em Movimento è il tuo primo libro, dacci solo una piccola anticipazione.

Le cinque immagini del cinema Karl Marx di Luanda nel mio paese, un cinema abbandonato che per me rappresentano un movimento in un tempo fermo. Ricordo di esserci entrato da bambino  con i miei cugini ed era bellissimo, mi dava l’impressione di essere in Europa, sebbene non la conoscessi, pensavo che l’Europa fosse proprio così.

Questo cinema, costruito in epoca coloniale, non è stato demolito solo a causa della crisi e ho avuto il privilegio di entrarci e fotografarlo. È un libro con poco testo in cui parlano le immagini.

Quali sono le connessioni tra la tua produzione artistica e il rapporto con l’Angola e i paesi in cui vivi?

Visto che sono a Milano, riesco ad avere un’altra percezione con la mia distanza dal Portogallo e dall’Angola, ho un altro modo di vedere e guardare le cose. Una distanza che però mi aiuta nel mio lavoro di composizione e di presentazione e che mi permette di approfondire le mie ricerche, concentrandomi sulla lettura e sullo studio, sono più preoccupato in questa parte didattica.

Provo ad assorbire molto dalla storia e da quello che riesco a riprodurre, mi interessa raccontare quello che è successo. Certo, non ne ho la certezza, ma dall’immagine  che è già una prova, si può  verificare la veridicità di quello che è successo. A volte uso gli aerografi molto diffusi durante la Guerra Coloniale accedendo così a informazioni utili per contestualizzare i documenti.

Inoltre, in questo periodo, mi interessa poco fotografare, lavoro con immagini ed è secondario se si tratta di immagini mie o di qualcun’altro. Mi interessano le storie.

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Terreno Ocupado (2014), di Délio Jasse | Cyanotype on Fabriano paper

Com’è il contesto italiano a differenza di quello portoghese?

Al momento Milano è per me il luogo giusto dove posso pensare e rivedere tutto ciò che è successo. In più sto conoscendo persone, artisti e curatori che apprezzano il mio lavoro, che si identificano con il tipo di ricerche che ho fatto. Sono stato invitato a tenere lezioni di fotografia alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di  Milano. Mentre a Lisbona non ho ricevuto riconoscimenti perché il mio lavoro sul passato coloniale portoghese tocca una ferita ancora aperta,  solo negli ultimi tempi sto ricevendo inviti per incontri, forum, dibattiti. L’Italia non è il mio paese ma vivo qui e tre paesi entrano nel mio lavoro. Mi piace, nulla è per caso.

Quali sono le tue fonti? C’è differenza tra quelle in Europa e quelle in Africa?

Molto viene dai mercati di seconda mano, un esempio è la Feira da Ladra di Lisbona in cui spesso prendo immagini. Ma in Angola non esiste la Feira da Ladra e credo che sia giusto contestualizzare l’uso improprio del termine vintage, spesso abusato. Vintage possono essere degli oggetti, le scarpe, gli occhiali, ma non credo che l’attribuzione di questo termine alla fotografia possa portare da qualche parte. Sono i registri storici ad interessarmi, la possibilità di raccontare l’Angola o il Mozambico, paesi in cui  pensare al mercato di seconda mano come viene inteso in Occidente è inappropriato. Esiste un mercato parallelo dove le persone vanno perché vogliono mangiare, comprare o vendere cibo, ma non ha senso parlare di mercatino vintage.

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Cidade em Movimento (2016), di Délio Jasse,

In conclusione Délio, parlami della tua partecipazione all’11ª edizione della Biennale Africana della Fotografia – Rencontres de Bamako.

Sono rientrato dopo 7 anni con un nuovo lavoro, mi sento migliore. Presenterò una grande istallazione, Namibia 1963, sull’utopia che io ricollego all’assenza e all’invisibilità dei corpi neri. È in Mozambico, ma può essere in qualsiasi parte del mondo. È una riflessione sulle identità e sul tema delle identificazioni che ci riporta ad un nodo oggi molto centrale: per esistere dobbiamo essere identificati. Mi interessa disfare quello che è successo dando un identità propria all’immagine e creandone delle nuove.

Ho bisogno di liberare queste storie, togliere loro il peso del passato attraverso nuove narrazioni, fotografandole di nuovo, aggiungendo timbri, cambiarne il contesto e stamparle. È questa la mia narrazione. È in questo modo che i miei archivi parlano.

Visita Délio Jasse.

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Immagine di copertina | The lost chapter Nampula – 1963 (2016), di Délio, Jasse | Tutte le immagini | Courtesy of the artist

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Francesca De Rosa

Francesca De Rosa

Con la testa tra le nuvole, vivo tra Napoli e Lisbona. Appassionata di musica, i miei interessi sono rivolti agli studi culturali africani, alle arti visive, al cinema e alle letterature, con uno sguardo di parte alle produzioni femminili.