Manifesta Biennale | Ishion Hutchinson espone l’Ozio come forma di protesta contro il potere e il tempo dei padroni

Manifesta Biennale | Ishion Hutchinson espone l’Ozio come forma di protesta contro il potere e il tempo dei padroni


In italiano, il termine ozio presenta numerosi significati: è associato alla pigrizia, al piacere, all’indolenza, alla contemplazione, all’inattività, all’inerzia, alla stanchezza. Questo lemma e i suoi derivati riflettono infatti una lunga tradizione di impegno filosofico, religioso e letterario, dove l’ozio viene usato in maniera ambivalente e ha connotazione sia positiva che negativa.

Per Ishion Hutchinson, poeta e professore alla Cornell University—ha appena completato il suo anno di borsista dell’American Academy in Rome,l’ozio è il senso del tempo nell’isola, modellato dal sole e dalla terra, e rallentato dalla vastità del mare.

Dall’11 giugno, durante la Biennale Manifesta, la mostra Ozio, curata da Adina Drinceanu, cercherà di sbrogliare l’ambivalenza di questo termine attraverso le interpretazioni di Hutchinson, degli artisti rumeni Benera e Estefan, e dell’artista siciliana Concetta Modica.

In occasione della mostra, Hutchinson presenterà Abeng, un’opera in tre atti che ha come traccia conduttrice il suono. Il titolo è tratto da uno dei poemi della sua raccolta Far District, pubblicata nel 2010, che racconta il suono prodotto da un abeng, un corno di mucca usato dai Cimarroni, gli indigeni Tainos e gli schiavi africani deportati in Giamaica dagli spagnoli. Grazie a questo strumento comunicavano in codice durante la guerra di indipendenza dei Cimarroni. Nel suo lavoro Hutchinson interpreta l’ozio come forma di protesta contro il potere e il tempo regolato dai padroni, che risuona nelle opere scritte da autori siciliani come Federico de Roberto, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Vitaliano Brancati e Leonardo Sciascia.
griot-mag _manifesta _biennale- palermo ishion hutchinson Ozio - © Marco Brunelli JOhanne AffricotIl primo atto consiste in un ambiente sonoro, con lo stesso titolo, installato nel museo del teatro. Il secondo atto invece è una performance poetica intitolata Mariner’s Progress. L’atto finale è The Singing-Court of Dread, una performance sonora e musicale interattiva che coinvolgerà il pubblico. Questo atto sarà un djset performativo che mescola i ritmi della poesia con quelli della musica Dub, e sarà in collaborazione con Sanford Biggers. La performance utilizzerà una installazione dell’artista statunitense realizzata con coperte patchwork americane d’epoca, create originariamente dagli schiavi, remixate “in tessuto campionato, tritato, avvitato e Dubbato”.  In questo progetto Hutchinson intende mescolare i ritmi della poesia, con la musica Dub e i suoni del mare, rimuovendo universalmente le storie di colonizzazione.

Lo abbiamo raggiunto al telefono a Treasure Beach, Giamaica, mentre dondolava su un’amaca in riva al mare, prima di rientrare in Italia. E in maniera del tutto coerente, le onde del mare hanno scandito la nostra conversazione incentrata su parole, suoni, poesie, letteratura e, naturalmente, Ozio.

GRIOT: Nella preview della tua performance, si legge che la Sicilia e la Giamaica condividono una sorta di parentela, un senso di isolamento. In che maniera?

Ishion Hutchinson: Forse parentela non è il termine esatto, ma entrambi sono luoghi piccoli bagnati dal mare. Per questo motivo è naturale che si crei una sorta di connessione che lega le due isole, perché sono luoghi che galleggiano nel mare, tagliati fuori dalle rotte principali. E nell’immaginario generale sono visti come terre di avventura, di viaggio. Le due isole sono legate anche per via delle persone che le visitano, un flusso costante di stranieri, vuoi per vacanza, vuoi per invasione. Naturalmente ci sono delle differenze evidenti nella storia di questi due luoghi, ma io sono interessato a scoprire quali sono i punti che li accomunano, cosa li rende simili. Ed è proprio nei diversi dialetti e stili vernacolari che ho sempre trovato quel senso di reciprocità. Che si tratti del Mediterraneo o dei Caraibi, c’è qualcosa di sublime che unisce la Sicilia alla Giamaica, e sono sempre curioso di scoprire i modi in cui luoghi diversi esternano il loro isolamento.
griot -mag manifesta _biennale- palermo ishion_ hutchinson Ozio - © Marco Brunelli JOhanne Affricot

Come nasce Ozio?

Mi ha contattato Adina [Drinceanu]. Ci siamo incontrati a Roma, mi ha parlato del suo progetto e dell’idea di Ozio, e ho subito trovato una connessione con i Caraibi. In un certo senso questo termine non si può tradurre, ma il significato mi è chiaro, perché in qualche modo il concetto di tempo in un’isola assomiglia molto a quello spiegato in Ozio. Ho pensato ad una temporalità rallentata, dove la fretta in quanto tale non esiste, lasciando che le cose scorrano ad un ritmo lento. Dove c’è spazio per il riposo e per la contemplazione. Se vai in giro per i Caraibi, vedrai posti o aree in cui le persone se ne stanno al fresco, all’ombra. Da una parte potrebbero sembrarti pigre, ma non è così. È un modo molto potente di dialogare e condividere le cose senza fretta. Tutto il resto si muove rapidamente, a una velocità inumana.

E questa sorta di lentezza, di pigrizia, mi interessa vederla come forma di protesta e di ribellione contro il tempo: la maggior parte dei caraibici discende dagli schiavi, e così nel nostro passato ancestrale abbiamo vissuto un’esperienza che influenza costantemente il nostro presente. Uno dei modi attraverso cui gli schiavi si ribellavano contro il sistema coercitivo delle piantagioni era perdere tempo. Seguivano il loro ritmo. Era un modo molto potente di resistere al potere, all’opprimente realtà della schiavitù, scegliendo il ritmo che volevano loro, perché non gli era consentito avere del tempo da dedicare a loro stessi.
griot mag manifesta biennale palermo ishion hutchinson Ozio - © Marco Brunelli JOhanne AffricotMa ciò che conta ancora di più è che quando vide luce il mercato domenicale, per gli schiavi fu un momento magico, da dedicare appunto a loro stessi. Un momento in cui uscivano dalle piantagioni, si vestivano con i loro abiti più belli, si sedevano e si rilassavano, partivano gli spettacoli, e così via. Quindi il tempo qui assume due significati: tempo inteso come forma di resistenza, e tempo inteso come forma di relax che le persone non potevano avere. Ma quando succedeva, era vissuto come qualcosa di estremamente prezioso.

Come si lega tutto questo all’attuale circolo vizioso neoliberista e capitalista in cui tutti cerchiamo sempre di trovare o guadagnare tempo? In questo contesto, Ozio è anche una forma di protesta contro il Potere?

Assolutamente sì. Il mondo intero in effetti è schiavo del tempo e dell’economia del tempo. Siamo sempre sotto pressione, non dobbiamo neanche più mettere la mortalità nell’equazione perché non sappiamo quando arriveremo a quel punto in cui non avremo più tempo a disposizione come esseri umani su questo pianeta.

Il fatto che tutti noi in qualche modo dobbiamo far quadrare i conti, ovviamente comporta che rinunciamo a molto del nostro tempo: tempo che può essere speso con la famiglia, gli amici. È un enorme sacrificio. Naturalmente posso solo parlare più direttamente per quelle che sono le mie esperienze di giamaicano. Le persone infatti trovano il tempo in molti modi.
griot mag _manifesta biennale palermo ishion hutchinson Ozio - © Marco Brunelli JOhanne Affricot
Una delle più grandi invenzioni della musica giamaicana è la Dub. La musica Dub ha una frequenza che viene rallentata fino a raggiungere quella cardiaca. Non va più veloce del battito cardiaco. Viene realizzata con vari strumenti e permette ad una persona di trovare lo spazio nel battito, per entrare in sintonia con un ritmo, e punta alla contemplazione, al divertirsi, ma anche alla meditazione e al trovare quel battito che segue il ritmo naturale del corpo. Questa musica è il suo sé lineare, ma tu devi diventare la musica. Rappresenta una parte incredibile e molto potente in Giamaica, dove in tutta l’isola trovi posti che suonano musica a tutte le ore del giorno e della notte, e le persone si incontrano per diventare musica. Non si radunano solo per ascoltare, ma, appunto, per diventare la musica che viene suonata.

Come riesci a conciliare il suono e la poesia nelle tue performance? Viene naturale?

Sono cresciuto con una sorta di mantra: Parola, Suono, Potere.
È qualcosa che sentivo spesso da bambino. È chiaro ora, ma è sempre stato un mistero per me, non capivo cosa significasse esattamente. Questa devo dire è stata la mia prima vera lezione di poetica. L
e parole hanno potere, ovviamente. Hanno un potere emotivo e spirituale intrinseco. Motivo per cui potremmo avere delle istituzioni di potere che inventano parole, che poi diventano legge, e una volta che hai infranto la parola hai infranto la legge. La poesia ti aiuta a capire questo processo e ti dice ‘perché non sfruttare le parole per rivendicare il potere?’.

Il potere in questo senso non è inteso come potere politico, ma come potere espressivo, come capacità di parlare ad un momento [storico] e affrontarlo in modo diretto. Questo è ciò che è stato negato al popolo dei Caraibi. La nostra lingua madre si è persa nell’esperienza transatlantica, ci è stato imposta una nuova lingua. Quindi sono questi i modi attraverso cui dobbiamo far pace con quelle nuove lingue forzate per poi abbracciarle. Grazie alla volontà umana di non farsi sottomettere, opprimere, c’è un processo di rinnovamento della lingua. Sto parlando in inglese, ma sto parlando come vorrei essere ascoltato, e questo è un processo terribilmente difficile. Deve affrontare tutte le trappole, il rigore, e l’arduo—seppur necessario—compito di ciò che abbiamo ereditato: la storia della letteratura stessa in Inghilterra.
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Quindi non puoi evitare di capire che ogni parola della lingua inglese deriva da un particolare contesto. Ci è voluto molto perché quella parola arrivasse dove siamo oggi. Una volta che pronuncio quella parola, sto anche coinvolgendo quella lunga storia, e quella storia deve vedersela anche con me, una persona che vive in quest’epoca e  in questo momento, che sta utilizzando la parola per liberarsi della parola. A volte sembra un paradosso, che è il punto in cui il suono entra in gioco, perché tutti noi abbiamo un suono particolare. Questa è la differenza con i poeti: possono usare un vocabolario simile, ma una delle cose che fanno è creare un nuovo suono che rinnova lo stesso vocabolario .

Sono stato in Kenya e ho sentito il modo in cui le persone suonano quando parlano inglese, e non è lo stesso modo in cui una persona suonerebbea Londra o Kingston. Quindi c’è un suono che va semplicemente oltre l’accento. È un’identità radicata nel terreno stesso di un luogo. Descriverei il suono come intrinseco al poeta, diverso dall’inevitabile uso della lingua. In inglese usiamo le parole che ci sono. Non stiamo inventando nuove parole, ma suonano in modo diverso perché io sono diverso, da qualche altra parte, e la parola passa attraverso di me in un modo tale che libera questa diversità. Con il suono, il poeta ha il campo libero per creare cambiamenti nel tono della lingua, che ovviamente influenza il nostro normale senso del tempo.
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L’aspetto performativo evidenzia in qualche modo l’aspetto sonoro della poesia?

Sì, ma non mi considererei un performer. Leggo poesie e leggere è una specie di performance, a prescindere che tu stia eseguendo o meno una sorta di performance spoken word, o semplicemente leggendo una pagina ad alta voce. Con la poesia la voce va leggermente al di sopra del tono che normalmente usiamo in una noramle conversazione. Questo perché condivide una relazione con la canzone. Anche se una cantante canta con la sua voce, a livello melodico è sempre rafforzata. Leggere ciò che faccio rientra in quella tradizione di una performance che accresce l’esperienza che un lettore può avere anche solo sedendosi con un libro e leggere per sé. È diverso leggere ad alta voce, c’è qualcosa di più elevato. C’è sempre un elemento  performativo di mezzo, anche se la performance potrebbe non essere il modo in cui normalmente pensiamo a una performance di poesia; perché, per quanto mi riguarda, non vedrei la mia lettura come una performance di poesia,  ma concordo sul fatto che ogni lettura è una performance.
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Decolonizing the Mind, il libro di Ngug’i wa Thion’go, sta vivendo un momento di rinascita in Europa. In che modo si può reclamare o addirittura occupare una lingua atttraverso la poesia e la performance?

È curioso che tu abbia menzionato Ngugi. Mukoma, suo figlio, è un mio collega alla Cornell [University]. Parlando da poeta che deve fare i conti con lo scrivere in inglese, e sapendo che non può essere fatto nel vuoto, dobbiamo accettare il fatto che esiste una lunga tradizione. Basta semplicemente pensare a un’antologia che raccoglie tante poesie diverse legate a questa storia della lingua stessa. Ma sono anche consapevole che la poesia deve essere viva, è una forma d’arte vivente, e io sono vivo nel mio momento attuale, e voglio parlare a questo momento nella maniera più potente possibile.

Penso che parte del potere derivi dall’osservare, e non guardare necessariamente al passato, ma essere consapevoli da dove proviene la lingua. Se scrivo in inglese, allora devo confrontarmi con la lingua inglese. In questo frangente ci sono così tanti pensatori che affrontano e chiariscono la questione. L’altro giorno stavo rileggendo Stuart Hall e Erna Brodber, due scrittori giamaicaninati in Giamaicache hanno preso la storia del colonialismo e ci hanno dotato di quel vocabolario utile per affrontare alcune questioni. Come poeti la stiamo affrontando con uno spirito molto creativo, il desiderio di voler comprimere e condensare, non semplicemente avanzando questa o quel tipo di politica, ma con una visione del mondo variegata che affronta la posizione che sto occupando.
griot mag _manifesta biennale_ palermo ishion hutchinson Ozio - © Marco Brunelli JOhanne AffricotSento che non devo solo ricorrere alla tradizione del canone poetico così come esiste, ma anche a quelli che sono in procinto di essere creati, come il libro di Ngugi. Credo sia molto importante per qualsiasi poeta, e per qualsiasi persona, essere consapevole di questa duplice eredità. Penso che lo riduca, a un certo punto, se diciamo che questa è la lingua degli oppressori, o i libri degli oppressori o la poesia degli oppressori. Resistenza e voci forti e ribelli hanno sempre fatto parte di questo stesso canone, e dobbiamo scoprirli per noi stessi. Servono una lettura e una ricerca profonde e ciò può avvenire solo con un approccio autodidattico: essendo ciò che siamo sempre stati come popoli dei Caraibi, infrangendo le regole di ciò che qualcuno stabilisce.

Andiamo a scuola e le scuole che frequentiamo hanno ancora una sorta di struttura coloniale. Non appena inizi a leggere al di fuori di ciò che ti viene dato, scopri così tanto che quello che trovi si presta a dare più forza alla voce di qualcuno. Per me la biblioteca è come un grande amico, un alleato direi, e ci trovi sempre la tua gente. C’è sempre qualcuno in giro che può farti da guida. La volontà interiore che ti tiene sveglio la notte, che ti fa pensare che una cosa non è giusta, che qualcosa deve accadere; è una voce che deve essere nutrita e dotata di tutti gli strumenti che si possono trovare. E può accadere solo esplorando profondamente il nostro io, ma anche cercando altri modi per trovare l’espressione e la natura espressiva che possono mettere in luce quella volontà.
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Chi stai leggendo ora?

Mentre me ne sto seduto su quest’amaca, sto leggendo un’opera di Juliet Giles-Romero, si intitola At the Gates of Gaza ed è una storia basata sull’esperienza dei soldati delle Indie Occidentali durante la Prima Guerra Mondiale. Sto leggendo molta letteratura su questo argomento, perchè purtroppo il coinvolgimento di questi soldati non è mai stato onorato, quindi è un’altra storia persa da recuperare e da mettere in luce. La Prima Guerra Mondiale fu un momento cruciale per le colonie, fu un momento di cambiamento, specie quando i soldati tornarono in Kenia, Giamaica e altri paesi. Furono sconvolti nello scoprire ulteriormente quanto fosse oppressiva la “patria” per la quale avevano deciso di combattere volontariamente.
griot -mag _manifesta biennale palermo ishion hutchinson Ozio - © Marco Brunelli JOhanne AffricotSi era sempre saputo che le colonie non fossero dei posti dove vigeva l’uguaglianza, ma essere stati in Europa, aver combattuto la guerra e non aver ricevuto il rispetto che si meritavano, rese questi soldati politicamente consapevoli e attivi. Così molti dei nostri grandi movimenti politici sono nati e cresciuti dalla passione di quei veterani che vogliono forzare l’Inghilterra, la Francia, e altri paesi europei a cambiare le cose.

Ho appena riletto Just above my Head, di James Baldwin, è uno dei suoi ultimi romanzi ed è fantastico, e di recente anche poeti più giovani. Ci sono molti poeti che leggo sempre, come Geoffrey Hill, e la serie sui poeti africani curata da Kwame Dawes. Sí, sono dei nomi molto interessanti. In giro c’è così tanta ricchezza di voci ed è emozionante poterlo vedere.

Ishion Hutchinson presenterà The Singing-Court of Dread Venerdì 15 giugno (dalle 20:30 alle 23:30) al Teatro Ditirammu. La performance vede la partecipazione di Sanford Biggers. Domenica 17 giugno sarà la volta di Mariner’s Progress (20:00) Qui trovate il calendario completo della mostra Ozio – Teatro Ditirammu – Via Torremuzza 6, Palermo.

English | Ishion Hutchinson | Rethinking Ozio: on the Word as liberation from the Word

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Tutte le immagini | Marco Brunelli – Direzione artistica Johanne Affricot / Un ringraziamento speciale all’American Academy in Rome

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Eric Otieno

Eric Otieno

Sono un organizzatore anticoloniale, un facilitatore, un ricercatore (& altro) keniano residente in Germania. Lavoro all’interno dell’intersezione tra i diritti civili, la giustizia sociale, la politica, l'economia e l'arte. La separazione retorica di questi aspetti intrinsecamente interconnessi della vita non ha senso e l’unione di questi elementi è tutto ciò che rappresento.