La rappresentazione dell’afrodiscendenza nei dipinti di Luigi Christopher Veggetti Kanku

La rappresentazione dell’afrodiscendenza nei dipinti di Luigi Christopher Veggetti Kanku


Qualche settimana fa non ha avuto la risonanza mediatica che avrebbe meritato, la notizia dell’opera-evento Salvini Nero, ideata e realizzata dal pittore Luigi Christopher Veggetti Kanku, uno dei primi nomi italiani afrodiscendenti a muoversi nella scena dell’arte contemporanea italiana (Distanza e Appartenenza, 2018, Galleria Rubin; Arte Fiera Bologna, 2019), con all’attivo diverse mostre anche all’estero (Prelude, 2017, Oil Gallery, Uk; Works, 2015, De Freo gallery, Göteborg; Happiness, 2009, Broadway gallery, New York). Forse il rischio di scivolare su un terreno insidioso come la questione migratoria o la paura di incappare in qualche tranello ideologico hanno tenuto lontani molti degli interlocutori attesi, resta il fatto che Veggetti si aspettava di suscitare un dibattito più ampio fra le diverse parti chiamate in causa dal contenuto del suo dipinto messo all’asta: un Salvini nero, che diventa immigrato in un ritratto molto reale. Sull’esito di questo progetto ci siamo confrontati con lo stesso artista, nato a Kinshasa ma cresciuto in Brianza, prima di parlare con lui del suo lavoro e del suo stile pittorico, una sorta di nuovo espressionismo bicromatico, declinato in intensi ritratti o ambientazioni urbane.

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Luigi Christopher Kanku Veggetti, Salvini Nero (2019)

GRIOT: Ti aspettavi un risultato diverso, soprattutto dal punto di vista mediatico, per Salvini nero?

Luigi Christopher Veggetti Kanku: Sì, mi aspettavo un risultato decisamente diverso. Mi aspettavo una risposta forte e partecipata, dato il contesto sociale e culturale nel quale viviamo. Le figure che avrebbero potuto e dovuto appoggiare questo evento, proprio per una condivisione dei valori in gioco, sono venute a mancare, nonostante le numerose dichiarazioni e promesse di supporto avute in precedenza. Mentre la destra, a partire da colui che stavo direttamente chiamando in causa, è stata attenta e ha cercato un dialogo molto cauto con me e i miei collaboratori, è mancato l’appoggio da sinistra. La parte politica e culturale, che immaginavo di avere vicina per idee e sensibilità, ha dimostrato di non avere abbastanza coraggio per sostenere il progetto fino in fondo, ha peccato per l’ennesima volta di incoerenza. Tra l’altro, il fatto che io avessi dichiarato fin da subito l’intenzione di devolvere tutto il ricavato dell’asta a una ong, mi ha fatto capire quanto il tema delle organizzazioni umanitarie rappresenti un nodo critico e controverso anche a sinistra. L’immigrazione, il soccorso in mare, gli aiuti ai popoli in fuga, sono questioni strumentalizzate  da entrambe le parti ed è diventata evidente la totale incapacità di trattare certe materie, fra le quali l’immigrazione.

Facciamo un passo indietro, qual è la tua storia artistica?

Iniziai a dipingere nel 2002, letteralmente per gioco, e feci la mia prima mostra collettiva all’interno del mio istituto superiore di grafica pubblicitaria, avendo così l’occasione di confrontarmi per la prima volta con un pubblico. Da quel momento cominciai a dipingere in modo costante. Quell’anno ricevetti anche la prima proposta di collaborazione da parte di un gallerista, che mi aveva visto dipingere per strada ed era rimasto colpito dai miei ritratti. Così, feci il mio ingresso nel mondo delle gallerie.
griot mag luigi christopher kanku veggetti intervista artista contemporaneo arti visive afrodiscendente afroitaliano ritrattoL’impatto fu difficile, perché ero abituato a lavorare in autonomia, in maniera totalmente indipendente e auto-organizzata, mentre il rapporto con la committenza mi faceva sentire un dipendente al servizio della galleria. Quell’ambiente si rivelò diverso dalle mie aspettative di giovane aspirante artista, perché mi sembrava di essere diventato una macchina da produzione, soffrivo la mancanza di un rapporto continuativo con il pubblico. Infatti, a me, in quanto artista, spettava solo di presenziare agli eventi di inaugurazione, per il resto stavo a casa a dipingere in solitudine. L’aspetto relazionale mi mancava molto, così dopo un po’ mollai il colpo e tornai a essere indipendente, emancipandomi dalla galleria nel 2003. Qualche anno dopo, nel 2006, avvenne una nuova svolta: mi contattò un collezionista, Aurelio Stragapede, che aveva aperto la Galleria Stragapede/Perini Contemporanea con lo spazio Fitzcarraldo a Milano, e mi invitò a visitarla. Era bellissima e rimasi colpito, così iniziai a collaborare con lui. Da allora sono rimasto all’interno del circuito.

Hai cominciato dai ritratti per poi passare alla rappresentazione dei paesaggi. Che cosa ti ha spinto a questo cambiamento?

Quando cominciai a dipingere, la pittura per me era uno sfogo emotivo, un modo di raccontarmi. Non sono mai stato un chiacchierone, nella pittura avevo trovato un mezzo per esprimere i miei pensieri. Ero adolescente in un’Italia bianca, poco attenta al fattore integrazione, alle dinamiche legate alle migrazioni e al razzismo, perciò nei miei quadri riversavo le mie riflessioni su questi temi. Erano opere molto critiche nei confronti della società. Cercavo di rappresentare l’Africa: nella prima fase lo facevo sempre con toni drammatici, ma poi le mie opere si sono progressivamente addolcite attraverso la raffigurazione di donne, della loro forza e della loro bellezza. Il mio fine era proprio quello di fare entrare dei ritratti di persone africane o afro-discendenti nelle case degli Italiani. Con i cambiamenti sociali e l’evolversi della situazione, sono passato alla rappresentazione della città, scegliendo quelle ambientazioni urbane che cominciavano finalmente ad accogliere nuovi italiani oppure scene di metropoli già cosmopolite.
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I tuoi dipinti sono realizzati con tecniche pittoriche tradizionali, ma qual è il tuo modo di lavorare?

Il mio punto di partenza è sempre una fotografia, a volte cercata e trovata sul web, altre volte scattata da me. Mi capita di chiedere alle persone di mettersi in posa, se penso che possano essere interessanti per un’opera o se cerco un taglio particolare. Mi piace sperimentare con materiali, colori e acidi, fare un po’ di ricerca, ma la mia tecnica è tradizionale. Le uniche concessioni tecnologiche sono la macchina fotografica o lo smart phone, soprattutto quando sono in giro e mi trovo nel bel mezzo di un’ambientazione che mi piacerebbe dipingere.

La tua vita da adolescente ha risentito di razzismo e difficoltà di integrazione?

La mia vita di adolescente ha risentito di un razzismo diverso da quello di oggi, perché le persone di origine africana in Italia erano ancora poche. Era un sentimento dettato dall’ignoranza, dalla non conoscenza o da un certo tipo di curiosità, ma non ancora non dall’odio, dalla cattiveria, dal calcolo politico. Personalmente, oggi ho la fortuna di subire meno razzismo sulla mia pelle, perché ho il privilegio, grazie al mio lavoro, di vivere in un ambiente abbastanza protetto, in una specie di bolla. Tuttavia, percepisco nella società questa discriminazione cattiva, questa volontà di stare alla larga da chi è diverso.

Pensi che l’arte, per sua natura, abbia un valore sociale, un potere di cambiamento della società?

L’arte ha una valore sociale intrinseco, perché è specchio della realtà. Anche quando non c’è un messaggio sociale diretto o esplicito da parte dell’autore, l’opera d’arte resta comunque frutto della società e di essa parla. Il legame tra arte e società esiste per forza, certamente lo si può esaltare, lavorando su tematiche esplicitamente sociali o sull’attualità. Penso che l’arte possa essere un elemento che comunica o enfatizza determinati temi.
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Quali sono gli altri progetti che hai in corso in questo periodo?

Ci sono alcune mostre in fase di ideazione e sviluppo, altre in fase di organizzazione più avanzata, ma l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus in Italia e nel resto del mondo mi ha costretto a bloccare tutto. Nel frattempo sto lavorando insieme allo scrittore newyorchese Jermaine Fowler a un progetto di racconto e rappresentazione di alcune figure africane e afrodiscendenti che hanno avuto ruoli cruciali nella storia, da Frederick Douglass a Nefertiti, passando per gli afroitaliani e persino per l’unico samurai nero. Si tratta di una vera e propria mostra online, intitolata Be The Next One e ospitata dal sito The Humanity Archive di Fowler, che abbina i miei ritratti a testi scritti in prosa. Questa collaborazione, nata per caso, mi sta appassionando molto e vi invito a scaricarne i contenuti.

Mentre siete a casa, in attesa che l’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus si risolva e le attività sociali e culturali in Italia riprendano, potete scaricare i contenuti del progetto di Veggetti e Fowler: Be The Next One.

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Tutte le immagini | Per gentile concessione dell’artista, Luigi Christopher Veggetti Kanku

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Claudia Galal

Claudia Galal

Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.

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