‘Living Grains’ | La personale di Ibrahim Mahama che dovete vedere

‘Living Grains’ | La personale di Ibrahim Mahama che dovete vedere


Inaugura il 25 ottobre Living Grains, la prima personale dell’artista ghanese Ibrahim Mahama (Ghana, Tamale, 1987). Presentata da Fondazione Giuliani, la mostra include una serie di opere realizzate ex-novo, tra cui un’installazione su larga scala, fotografie, disegni e un film in realtà virtuale.

Immersi nella trama storica, culturale e socio-politica del Ghana, i lavori di Ibrahim Mahama affrontano questioni legate alla globalizzazione, al lavoro, alla circolazione delle merci e alla creazione di comunità, evidenziando una condizione sociale universale. Mahama è noto soprattutto per la sua pratica di avvolgere le strutture architettoniche con sacchi di juta, come successo la primavera scorsa a Milano. In quell’occasione l’artista ghanese, nell’installazione curata da Massimo Gioni e realizzata per la Fondazione Trussardi, A Friend, ha ricoperto i bastioni di Porta Venezia. Un’installazione-invito a riflettere su cosa quel varco rappresentasse e ha rappresentato nei secoli, tra significati di soglia, delimitazione urbana e incontro con l’esterno e lo straniero.

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Ibrahim Mahama, A friend (2019), via

Realizzati originariamente nel Sudest Asiatico e importati nel Ghana per trasportare i chicchi di cacao, questi sacchi di juta diventano oggetti multifunzionali, impiegati sia dai venditori locali, che per diverse esigenze domestiche. Il materiale e il tragitto stesso della merce, la quale imprime nelle trame del suo involucro le tracce della propria storia, rappresentano il punto cruciale della ricerca di Mahama: l’indagine della memoria e del declino della storia, i frammenti culturali, lo scarto e la trasformazione futura di oggetti raccolti dall’ambiente urbano. Tramite l’analisi della loro storia, Mahama evidenzia come l’evoluzione nel tempo di questi oggetti denoti lo sviluppo e i cambiamenti nella società contemporanea.

Per la mostra in Fondazione Giuliani, Mahama ha lavorato a lungo con una rete di persone, collezionando quasi duecento macchine da cucito in disuso per dar vita all’installazione su grande scala Capital Corpses I (2014-2019). Queste macchine, legate in maniera intrinseca alla moda e all’industria tessile, simboleggiano metaforicamente un contesto dove l’industria, e ogni ambito ad essa correlato, ignora completamente il processo di decadimento dell’oggetto.

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Ibrahim Mahama, Capital Corpses I (2014-2019).

L’installazione esplora anche il suono, una componente importante e spesso trascurata dell’oggetto, che qui crea un’ulteriore connessione o eco con i due film in mostra. Il film Parliament of Ghosts (2014-2019) ritrae i lavoratori del mercato Agbogbloshie di Accra, la più grande discarica di rifiuti al mondo, mentre rimodellano incessantemente oggetti di latta, legno e acciaio, caduti in disuso con il progresso.

La voce fuori campo che accompagna le scene di questo lavoro disumano sono le registrazioni dei dibattiti nel Parlamento ghanese degli anni ‘50. In questi dialoghi l’urgenza di valorizzare le capacità e il potenziale dei giovani ghanesi viene enfatizzata con un’ironia che risulta allo stesso tempo possibile e tragica. Il film in realtà virtuale Promises of hanging living men have no dead weight (2014-2019) crea un ulteriore eco, accompagnando lo spettatore nei funzionamenti interni e nelle dinamiche degli edifici in stato di degrado, dei silos abbandonati e degli altri scenari architettonici.

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Ibrahim Mahama – via

Maps of the Gold Coast (1898-2019) consiste in un gruppo di mappe del 1920-1950 oggi obsolete, prodotte durante il periodo coloniale in Ghana. Le mappe presentano tracce delle ricerche eseguite dagli inglesi durante la costruzione della ferrovia (ora quasi interamente in disuso) realizzata per il trasporto di merci e minerali, sulle quali Mahama è intervenuto con dei disegni. Queste mappe sono affiancate da una serie di fotografie che ritraggono l’avanbraccio di alcune donne provenienti da paesini del nord Ghana, vicini a dove Mahama è cresciuto. Partite per trovare lavoro come operaie nella capitale Accra, le donne si tatuano le braccia con i loro nomi e i contatti dei loro cari, nel caso venissero uccise o ferite durante uno dei numerosi incidenti stradali o in cantiere. Mahama è convinto che questa particolare crisi rappresenti un’apertura verso nuove conversazioni sull’idea del corpo nel ventunesimo secolo e oltre.

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Ibrahim Mahama, Maria Alasan Soh (2019) C-Print

Note sull’artista

Ibrahim Mahama nasce nel 1987 a Tamale, in Ghana; vive e lavora ad Accra, Kumasi e Tamale. A marzo 2019 Mahama fonda un centro artistico che comprende spazi espositivi, un centro di ricerca e le residenze degli artisti: il Savannah Centre for Contemporary Arts (SCCA) a Tamale, Ghana. Come estensione della sua stessa pratica artistica, l’intenzione dell’artista è quella di investire nella comunità contribuendo allo sviluppo e all’espansione della scena artistica contemporanea ghanese.

Una selezione delle sue mostre personali recenti più rappresentative include: A straight line through the Carcass of History, 1918-1945, daadgalerie, Berlin (2018); In Dependence, Apalazzo Gallery, Brescia, Italy (2018); On Monumental Silences, Extra City Kunsthal, Antwerp (2018); In the White Cube: Fragments, White Cube, London (2017); Fracture, Tel Aviv Museum of Art (2016). Il suo lavoro è stato inoltre presentato a diverse mostre collettive come La Biennale de l’Art africain contemporain, DAK’ART, Dakar, Senegal (2018); Documenta 14, Kassel, Germania e Atene (2017); All the World’s Futures, 56th Biennale di Venezia (2015). Quest’anno è stato uno degli artisti a rappresentare il Ghana al primo padiglione ghanese alla 58esima edizione della Biennale di Venezia.

LIVING GRAINS
Ibrahim Mahama
Inaugurazione venerdì 25 ottobre 2019
dalle 18:00 alle 21:00
dal 26 ottobre al 21 dicembre 2019
INGRESSO LIBERO
Martedì – Sabato 15-17:30

English – ‘Living Grains’ | Ibrahim Mahama’s first solo exhibition in Rome

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Immagine di copertina | Ibrahim Mahama, Zena Obuasi S.E. (2019)

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