Lidia Carew | Il bell’anatroccolo è tornato in Italia

Lidia Carew | Il bell’anatroccolo è tornato in Italia


Ventisei anni, madre napoletana, padre nigeriano, due fratelli piccoli e una sorella maggiore. Testa rasata, piena di grazia, occhi neri, sguardo intenso che ha tanto da raccontare.

Quando non è in season, si alza la mattina presto, controlla la posta, organizza meeting, aperitivi e cene di lavoro e soprattutto posta tutto quello che fa sui suoi profili facebook e instagram – casting, fotografie, shooting di moda – così da assicurarsi un lavoro continuativo, non essendo seguita da un agente.
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La disciplina conta moltissimo e  segue una routine che prevede un allenamento quotidiano di 1-2 ore al giorno per sette giorni la settimana – 6-7 ore quando ha uno spettacolo, – e una dieta sana fatta di verdura, proteine e carboidrati, tanta acqua, vitamina C e zinco, anche se ci racconta che “non è semplice da seguire quando hai una madre ristoratrice e sei cresciuta con la cucina napoletana”.

Ospite come speaker alla recente Tedx Conference alla Bocconi Milano, Challenge and Change, dove ha tenuto uno speech su “uguaglianza e percezione”, ci ha confessato il piacere che ha provato nel vedere le persone desiderose di condividere con lei storie ed esperienze personali.
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Lidia ha lasciato l’Italia per gli Stati Uniti cinque anni fa. Galeotto fu l’incontro nel 2007 con i ballerini dell’Alvin Ailey Dance Company, una delle compagnie di danza contemporanea più famose al mondo.

Era al Teatro Arcimboldi di Milano per vedere il loro spettacolo e per la prima volta assiste a uno show di ballerini neri che trasudano orgoglio, fierezza e sicurezza da tutti i pori. Sensazioni che cercava da tempo e con le quali comincia a familiarizzare dopo aver preso un biglietto di sola andata per New York dove, dopo un provino, entra a far parte della Alvin Dance School.
griot-magazine-lidia-carew-alivin company2Se oggi il suo curriculum annovera esperienze artistiche che fuori dai confini nazionali l’hanno portata a lavorare in produzioni cinematografiche da box office – Divergent – e a collaborare con cantanti pluripremiati a livello mondiale – è il caso della partecipazione al video musicale di Alicia Keys e Kendrick Lamar It’s on again  – è vero anche che il percorso per raggiungere questi traguardi non è stato privo di ostacoli – e sofferenza.

L’essere nera in un comune con poco più di 5.000 anime, Palamanova, o in una città come Udine o nell’apparentemente cosmopolita Milano, per anni ha condizionato la sua vita di ballerina – il sentirsi non trattata da italiana l’ha portata a vivere per molto tempo una condizione di inferiorità e inadeguatezza, fattori che bastavano ad abbassare il livello delle sue esibizioni.

A novembre 2014 rientra in Italia e del “brutto” anatroccolo che c’era si è persa ogni traccia. Tutta la sua bellezza e bravura esplodono prima nello show di Checco Zalone “Resto Umile”, poi nel corpo di ballo di Zelig e oggi nello spettacolo di danza Mnais Around, che abbiamo avuto la fortuna e il piacere di andare a vedere nella sua tappa romana.
griot-magazine-lidia-carew_mnais-aroundDopo averle fatto un pò da Cicerone, ho dato libero sfogo alla mia curiosità facendole tutte le domande che mi passavano per la mente.

GRIOT: Ho visto che sei super attiva su facebook e instagram e mi dicevi che sei senza agente in Italia. Quanto incide la tua attività di social networking sul tuo lavoro?

Lidia Carew: Cerco di postare ogni giorno in modo che tutti siano sempre aggiornati su quello che faccio e quindi amplio le mie possibilità di dare maggiore continuità al mio lavoro sia in l’Italia che per gli Stati Uniti in modo che quando finisco gli eventi qui e ritorno negli States il mio manager di lì ha già tutto il materiale e le info che gli servono e non perdiamo tempo. Sai, i tempi morti sono molto pericolosi nel nostro campo, non hai mai sicurezze, quindi cerco di evitarli il più possibile e di stare sempre sul pezzo.

A percentuali potrei dirti che il 40% dei lavori li prendo dalle agenzie e il 60% via social network. Per dire, il mio ritorno in Italia è stato grazie a Facebook perchè è vero che tre anni fa avevo già lavorato con la coreografa Mirella Rosso nello spettacolo di Checco Zalone ma poi finito lo show non avevo più messo piede in Italia. Mentre ero a Los Angeles lei mi ricontatta attraverso Facebook perchè aveva visto dei video e mi propone Mnais.

Quando hai iniziato a ballare e quali scuole hai frequentato in Italia?

Ho iniziato da piccola nella scuola del mio paese e facevo jazz. A 17 anni sono andata all’accademia di Milano dove facevo classica, contemporanea stile Cunningham, moderno e un’infarinatura di recitazione più teatro-danza e musica. Poi a vent’anni mi hanno preso all’Alvin di New York e lì per due anni ho studiato danza stile Horton, classico, tip tap, un pò di afro e hip hop.

Quanto ti hanno supportato i tuoi genitori nel tuo percorso artistico?

Mia madre tantissimo, anche se all’inizio era un pò difficile a livello economico riuscire ad affrontare certe spese. Mi ha sempre sostenuto da quando ho cominciato a ballare comunque. Mio padre un pò di meno perchè ha più la mentalità del “portare a casa la pagnotta”.

Io invece ero talmente appassionata che ho persino lasciato scuola e fatto gli ultimi due anni delle superiori da privatista pur di non abbandonare gli studi e seguire la mia passione. E questa scelta a lui inizialmente non piacque. Ora è diverso.

Come riuscivi a conciliare l’impegno degli allenamenti con la vita di adolescente alle prese con le amicizie, i primi amori?
Non lo facevo. Ero sempre in una routine dove la danza aveva la precedenza. Quando mi sono trasferita a Milano, dove vivevo con altri coinquilini, uscivo di più per aperitivi e locali. Avevo circa 18-20 anni. Prima no.

In America all’inizio era sempre e solo accademia. Qualche festa in casa anche perchè avevo 20 anni è lì non sei considerata maggiorenne quindi non potevo neanche entrare nei locali. Quando ho compiuto 21 anni uscivo un pò di più ma c’erano comunque sempre gli allenamenti, la scuola.

Dopo l’esperienza di Mnais Around, quanta Italia e quanta America ci sono nei tuoi progetti futuri?

Idealmente 50 e 50. Ho molti progetti che possono essere fatti solo in Italia per il momento – tipo cinema e televisione – mentre in America vorrei continuare a lavorare con artisti internazionali importanti che magari non lavorano qui. Al momento sto lavorando più in Italia.

Non solo danza ma anche altre discipline artistiche, cinema e teatro. Dove vorresti essere coinvolta di più?

Ho fatto qualcosa a livello di pubblicità, cortometraggi ma non conosco l’ambiente cinema e teatro in maniera approfondita. Però ho appena accettato un lavoro al Teatro stabile di Brescia come attrice-ballerina nell’opera teatrale Mephisto: Ritratto d’artista come angelo caduto.

Interpreterò il ruolo dell’amata del personaggio principale – quindi sarò co-protagonista –  e andrò in scena tutti i giorni per un mese intero. Uno step che voglio fare e che mi arriccchirà molto a livello di recitazione e mi permetterà, in un futuro, di avere un approccio alla recitazione più strutturato. Spero questo possa essere utile anche in un eventuale percorso tv di fiction.

E la moda?

Con la moda ho avuto un approccio diverso perchè sin da subito, col fatto di essere molto particolare, capello corto, ho partecipato a diversi shooting. E mi trovo a mio agio perchè stare davanti a un obiettivo è esattamente come ballare, performare on stage, e questo lo so fare.
griot-magazine-lidia-carew-moda2Ovviamente non sono la modella da passerella né voglio esserlo. Però mi piace lavorare per cataloghi, pubblicità, copertine perchè c’è molta interpretazione. Non sono solo foto. C’è tutta una storia dietro ogni scatto e tu devi interpretarla.

C’è una profondità che mi permette di sperimentare e anche se mi viene chiesto di fare un ruolo in cui non mi ritrovo cerco sempre di lavorare con il fotografo, il regista o direttore affinchè venga adattato più alla mia persona. È un pò quello che è successo con il mio personaggio in Mefistofele.

Negli ultimi tempi hai girato molto per le scuole dello stivale, hai tenuto classi di danza per principianti – in una di queste c’era anche la tua prima insegnante. Parlando di diversità e del rompere le barriere, ti ci vedi come modello di ispirazione per le  prossime generazioni di ballerine italiane?

Spero di poter essere una persona da cui la gente possa trarre forza e ispirazione. Se qualcuno si sente minacciato da qualcosa e magari grazie a una mia testimonianza, a una mia presenza o a un mio insegnamento riesce a reagire a questa minaccia, a credere in se stessa superandola e arrivando a quello che vorrebbe raggiungere o essere, bhè.. sarei molto gratificata perchè avrei voluto avere anche io una figura di riferimento quando ne avevo bisogno.

Ultima ma non meno importante: mi dicevi che non sei mai stata in Nigeria. Ti manca conoscere quella metà di te? Ti piacerebbe visitarla e scoprire un’altra parte delle tue radici?

Sì. Perchè penso che pur non sapendolo, sia una parte importante che anche mancando mi ha reso quella che sono. Conoscendola sicuramente entrerei in contatto con delle cose che purtoppo non mi son state insegnate. Ovviamente sarebbe da conoscere con mio padre. Avrebbe molto più senso che andare lì da sola.

Non so niente del paese purtroppo. E dell’Africa ne so quanto altri ragazzi italiani dove a scuola gli hanno insegnato dove stesse l’Africa. Questo perchè sono cresciuta con Napoli – Italia e non con Nigeria – Africa e anche perchè quando ero piccola mi sono sempre sentita di non voler essere associata ai neri perchè sentivo che nell’aria erano considerati negativi.

Quindi se mi parlavano e mi chiamavano ‘sorella’ io mi giravo dall’altra parte e dentro di me dicevo “io non so chi sei e perchè mi stai parlando”. Mio padre invece anche se non li conosceva ci parlava come se fossero amici da sempre ma non mi ha passato questa cosa e io non ho mai saputo come approcciarmi a quelle situazioni.

Conoscerla insomma mi arricchirebbe tantissimo come persona, per metà nigeriana, africana.

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Cultura, arti, musica, viaggi: vivrei solo di questo. "Culture curator e activator" per passione e missione. La curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto: potrei anche mordere.