La poesia di Derek Walcott | Dal mare al centro del mondo

La poesia di Derek Walcott | Dal mare al centro del mondo


È stato piuttosto complicato sviluppare questo consiglio di lettura, e in un certo senso è proprio il motivo che rende importante parlare di poesia, o in generale di arte, come quella di Derek Walcott (1930-2017).

Sono le parole del poeta ad essere preziose, mentre la difficoltà sta nel contesto in cui mi sono ritrovato a leggerle e poi a consigliarle. Perciò non voglio descrivere l’attualità, ma devo comunque ricordarla: in Italia, come all’estero, sempre più politici e cittadini vedono il benessere delle nazioni come una questione etnica, più o meno dichiaratamente, spesso in modo vago e confuso, secondo schemi vecchi di decenni, nei casi migliori.

La penisola è stata abitata nei millenni da popolazioni molto diverse, a volte pacificamente, a volte in conflitto. Ma da quando l’Italia è una nazione riunita, molte differenze storiche sono state distorte o strumentalizzate; i crimini razzisti e colonialisti sono stati sminuiti e dimenticati; la presenza straniera è stata sopravvalutata nei numeri e nelle problematiche, e sottovalutata come contributo alla società.

Forse non è mai semplice costruire un’identità multiculturale, ma mai come oggi sembra difficile, ostacolato. In questo contesto ho scoperto la poesia di Derek Walcott, in particolare la raccolta Mappa del Nuovo Mondo e il poema Il levriero di Tiepolo. La prima è una collezione di poesie dagli anni giovanili a quelli più maturi, una vera e propria panoramica in cui il mare di versi racconta le coste delle Antille Olandesi di cui è originario Walcott, gli abitanti passati e presenti di Santa Lucia, la flora e la fauna delle isole.

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Omeros, di Derek Walcott (1990)

Dai vari brani, spesso piccole narrazioni, emerge la storia personale e quella nazionale del poeta, ad esempio attraverso le parole del navigante Shabine ne Il brigantino ‘Flight’:

“I’m just a red nigger who love the sea,
I had a sound colonial education,
I have Dutch, nigger, and English in me,
and either I’m nobody, or I’m a nation”.

Quattro versi che racchiudono la realtà di un corpo e di una geografia insieme alle tracce di viaggi, conflitti e infine un’educazione che danno forma ad una persona e ad una nazione.

Come testimonia nella propria introduzione l’amico e collega Iosif Brodskij (o Joseph Brodsky), russo naturalizzato statunitense, i testi di Walcott sono ondate di parole, immaginari ed esperienze che si propagano da una minuscola periferia dell’ex-Impero Britannico e invadono l’universo della lingua inglese, al punto da meritare e ottenere il Premio Nobel per la Letteratura (1992). Brodsky ha interpretato e riassunto bene il modo in cui “o è nessuno, oppure è una nazione intera”, forse perché a sua volta un migrante e “meticcio culturale”, un ospite d’onore della lingua inglese.

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Iosif Brodskij e Derek Walcott – via

Il levriero di Tiepolo (Biblioteca Adelphi)lettura impegnativa, ma che ripaga lo sforzoè ancora più chiaro. Un poema “concreto”, sensoriale, fatto di tramonti caraibici ed europei, odori di porti, rumori di strade, incontrati viaggiando tra città ed osservando dipinti nei musei. Ogni quadro è la finestra su ricordi d’infanzia o di casa, cartoline di viaggio, e anche sullo sguardo dei pittori. Il levriero “di Tiepolo” è infatti tra i personaggi di una tela conservata a Venezia, che Walcott insegue a partire dai ricordi dei libri e dei quadri copiati da suo padre. In questa vicenda si incastra la storia del pittore Camille Pissarro, anche lui nato nei Caraibi, migrante figlio di migrante e un “meticcio”, trasferitosi in Francia per trovare la propria via artistica.

E così la lettura diventa un gioco di specchi e di rimandi fra personaggi, quasi un romanzo ricco di eventi. Fra questi Walcott, sempre riservato, nasconde forse il più importante: dopo aver inseguito in Europa l’immagine di un cane da caccia nobile e chiaro, dipinto secoli fa da un pittore veneto, avendo fatto confusione decide di accudire un trovatello sporco e smagrito, ma vivo, sulla via di casa.

Non è difficile rendere questo gesto un simbolo ed un consiglio per tutti coloro che, pure senza essere poeti o pittori, sono smarriti fra diverse immagini lontane e storie antiche, e non sanno ancora vedere o mettere a frutto tanta ricchezza che gli appartiene.

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Il levriero di Tiepolo, di Derrek Walcott (Adelphi, 2005)

Nel lavoro lungo ma scorrevole, agli spostamenti fra Nuovo e Vecchio Mondo corrispondono viaggi metaforici e ricerche di nuovi ideali in uno spazio culturale meticcio (non “casuale”, “confuso”, eccetera), che prendono esattamente la forma geometrica e viva del poema.

Questa poetica non è per forza un manuale su come vivere le visite nei musei. Non è nemmeno un saggio su come avere cura dell’ecosistema e dell’eredità culturale, senza appropriazioni e perdite. Ancora meno è la bozza di un programma politico. Però, nella rarità, nella difficoltà di leggere poesie, insieme alle sensazioni che forse ci accomunano nel contesto descritto all’inizio, questa è una poetica che vi consiglio di incontrare.

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Louis Fabrice Tshimanga

Louis Fabrice Tshimanga

Nato a Roma, e dopo varie tappe arrivato a Milano, da sempre interessato sia di scienze sia di arti. Di fatto una persona molto distratta.